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1313–1375

Canto V

Giovanni Boccaccio

Io dico che dalla sinistra mano di quella donna vidi un'altra gente, l'abito della qual non guari strano sembrava da color che primamente

contati abbiam, ben che la vista loro si stenda ver le donne più fervente. Vergilio mantovano infra costoro conobb'i' quivi più ch'altro esaltato,

sì come degno, per lo suo lavoro. Ben mostrava nell'atto che a grato gli eran le sette donne per le quali sì altamente avea già poetato:

il ruinar di Troia ed i suoi mali, di Dido, di Cartagine e d'Enea, lavorar terre e pascere animali trattar negli atti suoi ancor parea.

Omero e Orazio quivi dopo lui, ciascun mirando quelle, si sedea. A' quai Lucan seguitava, ne' cui atti parea ch'ancora la battaglia

di Cesare narrasse e di colui, Magno Pompeo chiamato, che 'n Tesaglia perdé il campo; e quasi lagrimando mostra che di Pompeo ancor li caglia.

Eravi Ovidio, lo qual poetando iscrisse tanti versi per amore, com'acquistar si potesse mostrando. Non guari dopo lui fatt'era onore

a Giovenal, che ne' su' atti ardito a' mondan falli ancor facea romore. Terenzio dopo lui aveva sito non men crucciato, e Panfilo e Pindaro,

ciascun per sé sopra 'l prato fiorito. E Stazio di Tolosa ancora caro quivi pareva avesse l'aver detto del teban male e del suo pianto amaro.

Bell'uom tornato d'asino, soletto si sedea Apolegio, cui seguiva Varro e Cicilio lieti nell'aspetto. Euripide mi par che poi veniva;

Antifonte, Simonide ed Archita parea dicesser ciò ch'ognun sentiva lì di diletto e di gioconda vita, insieme ragionando; e dopo questi

Sallustio, quasi in sembianza smarrita, là parea che narrasse de' molesti congiuramenti che fé Catellina contra' Roman, ch'a lui cacciar fur presti.

Al qual Vegezio quivi s'avvicina, Claudiano, Persio e Catone, e Marziale in vista non meschina. L'antico e valoroso e buon Catone

quivi era nel sembiante assai pensoso, tenendo con Antigono sermone. E, vago ne' suoi atti di riposo, da una parte mi parve vedere

quel Livio che fu sì copioso, guardando que' che 'nanzi a sé sedere tanti vedea, nell'aspetto contento d'avere scritte tante storie vere.

Goloso di cotal contentamento Valerio appresso parea che dicesse: «Brieve mostrai il mio intendimento». Ivi con lor mi parve ch'io vedesse

Paolo Orosio stare ed altri assai, de' qua' non v'era alcun ch'io conoscesse. Allora gli occhi alla donna tornai a cui le sette davanti e dintorno

stavano tutte in atti lieti e gai. Dentro dal coro delle donne adorno, in mezzo di quel loco ove facieno li savi antichi contento soggiorno,

riguardando, vid'io di gioia pieno onorar festeggiando un gran poeta, tanto che 'l dire alla vista vien meno. Aveali la gran donna mansueta

d'alloro una corona in su la testa posta, e di ciò ciascun'altra era lieta. E vedend'io così mirabil festa, per lui raffigurar mi fé vicino,

fra me dicendo: «Gran cosa fia questa». Trattomi così innanzi un pocolino, non conoscendol, la donna mi disse: – Costui è Dante Alighier fiorentino,

il qual con eccellente stil vi scrisse il sommo ben, le pene e la gran morte: gloria fu delle Muse mentre visse, né qui rifiutan d'esser sue consorte –.

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