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1313–1375

Canto IX

Giovanni Boccaccio

Moveasi dopo queste quella Dido cartaginese, che credendo avere in braccio Giulio vi tenne Cupido. Isconsolata giva, al mio parere,

chiamando in boci ancora: «Pio Enea, di me, ti priego, deggiati dolere». Ancora, com'io vidi, in man tenea tutta smarrita quella spada aguta

che 'l petto le passò, che mi facea, essendole lontan, nella veduta ancor paura, non ch'a lei ch'ardita fu dar di quella a sé mortal feruta.

Trista piangendo, in abito smarrita e come can nella voce latrare, Ecuba vidi con poca di vita. Con lei la mesta Pulisena stare

quivi parea, in aspetto ancor sì bella che me ne fé in me maravigliare. Hoeta poi seguitava dop'ella, piangendo a' Greci aver piaciuto mai,

quand'elli andar per le dorate vella. Vedevasi colei che senti guai Ercule partorendo, e dopo lei Isifile dolente affigurai.

In abito crucciato con costei seguia Medea crudele e dispietata; con voce ancor parea dicere: «Omei, se io più savia alquanto fossi stata

né sì avessi tosto preso amore, forse ancor non sarei suta ingannata». Eravi ancor Camilla che 'l dolore della morte sentì, per Turno fiera,

mostrando ne' sembianti il suo vigore. Non molto dopo lei ancora v'era, col capo basso ed umil nel sembiante, Ilia vestale vestita di nera,

portando in ciascun braccio un piccol fante, Romolo e Remolo amendue nomati, traendo lor quanto potea avante. Ratto tra gli altri di sopra contati

si facea Foroneo, che prima diede legge civile, acciò che ordinati e suoi vivesser, sì come si crede; e dopo lui venia Numa Pompilio

che lieta ne fé Roma, com si vede. Dop'esso cavalcava Tulio Ostilio ed Anco Marco ed il Prisco Tarquino, e dopo lui seguia Tulio Servilio.

Ivi Tarquin Superbo e Collatino pareano, e 'l re Porsenna che andando ferocemente seguia lor camino. Seguivali Cornelio ancor mostrando

l'inarsicciata man ch'uccise altrui, che 'l core non volea, nescio fallando. Il valoroso Bruto, per lo cui ardir fu Roma da giogo reale

diliberata, seguiva; e con lui Orazio Cocle v'era, per lo quale, tagliato il ponte a lui dietro alle spalle, libera Roma fu dal truscian male.

Dietro veniva quel Curzio ch'a valle armato si gittò per la fessura, in forse di sua vita o di suo calle, intendendo a voler render sicura

piuttosto Roma e i suoi abitatori, che di se stesso aver debita cura. Seguia Fabrizio che gli eccelsi onori più disiò che posseder ricchezza,

avendo que' per più cari e maggiori. Eravi quel Metel ch'alla fierezza di Giulio Tarpea tanto difese, mostrando non curar la sua grandezza.

Riguardando oltre mi si fé palese Curio, che diede per consiglio ch'al presto sempre lo 'ndugiare offese. Vedevavisi Mario che lo 'mpiglio

con Lucio Silla fé nella cittate, mettendo a' colpi il padre contro al figlio. Iuba ed Amilcare e Mitridate, Manastabil e Codro v'era ancora,

e poi Giugurta voto di pietate. Rigido nello aspetto vi dimora Catellina, e pensando par che vada allo essilio, che 'n vista ancor l'accora.

Evvi Cloelia appresso, che la strada fece a' Roman quand'ella si fuggio per lo Tevero in parte u' non si guada, lo cui tornar Roma rinvigorio.

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