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1313–1375

Canto III

Giovanni Boccaccio

Ristata era la donna di parlare e rimirava ch'io entrassi dentro di rietro a lei, che già volea montare. – Sed e' vi piace, prima andiam là entro –,

diss'io a lei. E quella: – Tu disii di rovinar con doglia al tristo centro. Io dico insino a qui: se là t'invii, in cose vane l'anima disposta

a bene oprar convien che si disvii. Pon l'intelletto alla scritta ch'è posta sopra l'alto arco della porta, e vedi come 'l suo dar val poco e molto costa –.

Ed io allora a riguardar mi diedi la scritta in alto che pareva d'oro, tenendo ancora in là voltati i piedi. «Ricchezze, dignità, ogni tesoro,

gloria mondana copiosamente do a color che passan nel mio coro. Lieti li fo nel mondo, e similmente do quella gioia che Amor promette

a' cor che senton suo dardo pugnente». – Or hai vedute ed amendune lette le scritte, e vedi chi maggior promessa e più utile fa: dunque che aspette?

Non istian più omai, ché 'l tempo cessa e 'l perder quello spiace a' più saputi; adunque omai saliam –, mi dicev'essa. – Ver è, donna gentil, ch'i' ho veduti –,

risposi, – scritti i don, però vedere vorrei provando qua' son posseduti. Ogni cosa del mondo a sapere non è peccato, ma la iniquitate

si dee lasciare e quel ch'è ben tenere. Venite adunque qua, ché pria provate deono esser le cose leggieri ch'entrare in quelle c'han più gravitate.

Ora che siamo quasi nel sentieri, andiam, vediamo questi ben fallaci: più caro fia poi l'affannar pe' veri –. – Se tu sapessi quanto e' son tenaci

e quanto traggon l'uom di via diritta, non parleresti sì come tu faci. Toglianci quinci –, disse, – ché già fitta veggo la mente tua, se più ci stai,

a quel che dice la seconda scritta. Il che lasciar, a chi il prende, mai impossibile par fin che si more, e per que' va poi agli etterni guai –.

La donna giva già. Ed ecco fore della gran porta due giovini uscire; l'uno era corto e bianco in suo colore e l'altro rosso; e incominciaro a dire:

– Dove cercando vai gravoso affanno? Vien dietro a noi, se vuoi il tuo disire. Sollazzo e festa, come molti fanno, qua non ti falla, e poi il salir suso

potrai ancor nell'ultimo tuo anno. Il luogo è chiaro e di tenebre schiuso: vien, vedi almeno, e salira'ten poi, se ti parrà noioso esser quaggiuso –.

Piacevami il dir loro, e già: «Con voi», dir voleva, «io verrò»; ma mi diceva colei: – Lascia costoro, andian su noi –. E per la destra man preso m'aveva

seco tirando me in su; e l'uno la mia sinistra e l'altro ancor teneva, ridendosene insieme, e ciascheduno tirandomi diceva: – Vienne, vienne,

cerchi sola costei il cammin bruno –. Lì d'una parte e d'altra mi ritenne l'esser tirato; dond'io: – Ben sapete –, volto alla donna, – che io non ho penne

a poter su volar, come credete, né potrei sostener questi travagli a' quai dispormi subito volete –. Fermata allor mi disse: – Tu t'abbagli

nel falso immaginar, e credi a questi ch'a dritta via son pessimi serragli. A trarti fuor d'errore e di molesti disii discesi, e per voler mostrarti

le vere cose che prima chiedesti; né mai avrei lasciato d'aiutarti col mio veder nelle battaglie avverse. Ma poi che ad altro t'è piaciuto darti,

truova il cammino dell'opere perse, ch'io non ti lascerò, mentre che io vedrò non darti tra quelle diverse a voler seguitar bestial disio –.

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