«O somma e graziosa intelligenzia che muovi il terzo cielo, o santa dea, metti nel petto mio la tua potenzia: non sofferir che fugga, o Citerea,
a me lo 'ngegno all'opera presente, ma più sottile e più in me ne crea. Venga il tuo valor nella mia mente, tal che 'l mio dir d'Orfeo risembri il suono,
che mosse a racquistar la sua parente. Infiamma me tanto più ch'io non sono, che 'l tuo ardor, di ch'io tutto m'invoglio, faccia piacere quel di ch'io ragiono.
Poi che condotto m'ha a questo soglio costei, che cara seguir mi si face, menami tu colà ov'io ir voglio, acciò che passi miei, che van per pace
seguendo il raggio della tua stella, vengano a quello effetto che ti piace». Ragionando con tacita favella così m'andava nel nuovo sentiero
seguendo i passi della donna bella. Ruppemi tal parlar nuovo pensiero ch'un muro antico nella mente mise, apparitoci avanti tutto intero.
Allor la bella donna un poco rise, me stupefatto e d'ammirazion pieno veggendo, e disse: – Forse tu divise del camin nostro che qui venga meno:
o se più è, non vedi da qual loco li passi nostri su salir porrieno. Oltre convien che venghi ancora un poco, ed io mostrandol, vederai la via
che ci merrà al grazioso gioco –. Non fummo guari andati che la pia donna mi disse: – Vedi qui la porta che la tua alma cotanto disia –.
Nel suo parlar mi volsi, e poi che scorta l'ebbi, la vidi piccioletta assai, istretta ed alta, in nulla parte torta. A man sinistra allora mi voltai
volendo dir: «Chi ci potrà salire o passar dentro, ché par che giammai gente non ci salisse?» e nel mio dire vidi una porta grande aperta stare,
e festa dentro mi vi parve udire. E dissi allor: – Di qua ha meglio andare, al mio parere, e credo troveremo quel che cerchiam, ché già udir mel pare –.
– Non è così –, rispuose, – ma andremo su per la scala che tu vedi stretta e 'n su la sommità ci poseremo. Tu guardi là, e forse ti diletta
il cantar che tu odi, il qual piuttosto pianto si dovria dire in lingua retta. Il corto termine alla vita posto non è da consumare in quelle cose
che 'l bene etterno vi fanno nascosto. Levarsi ad alto, alle gloriose, utilemente s'acquista virtute, che lascia le memorie poi famose.
E s'tu non credi forse che a salute questa via stretta meni, alza la testa: ve' che dicon le lettere scolpute –. Alzai allora il viso, e vidi: «Questa
piccola porta mena a via di vita; posto che paia nel salir molesta, riposo etterno dà cotal salita; dunque salite su sanza esser lenti,
l'animo vinca la carne impigrita». Io dissi: – Donna, molto mi contenti col ver parlar che tua bocca produce, e più m'accertan le cose parventi,
guardando quelle; ma dimmi, che luce è quella ch'io veggio là entr'ora? perché in questa così non riluce? –. – Voi che nel mondo state, vostra mora
fate in loco tenebroso e vano: e però gli occhi alla dolce aurora alzare non potete, a mano a mano che voi di quella uscite, a veder quanta
sia la chiarezza del Fattor sovrano. Rompesi poi la nebbia che v'ammanta quando ad entrar nel vero incominciate, e conoscete poi la luce santa.
Dirizza i piedi alle scale levate; su non sarai che vie maggior chiarezza vedrai che là non è mille fiate: adunque che ha in capo dell'altezza? –.
Cookies on Poetry Cove