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1313–1375

Canto I

Giovanni Boccaccio

Move nuovo disio la nostra mente, donna gentile, a volervi narrare quel che Cupido graziosamente in vision li piacque di mostrare

all'alma mia, per voi, bella, ferita con quel piacer che ne' vostri occhi appare. Recando adunque la mente, smarrita per la vostra virtù, pensieri al core,

che già temea della sua poca vita, accese lui di sì fervente ardore, che uscita di sé la fantasia subito entrò in non usato errore.

Ben ritenne però il pensier di pria con fermo freno, ed oltre a ciò ritenne quel che più caro di nuovo sentia. In ciò vegghiando, in le membra mi venne

non usato sopor tanto soave, ch'alcun di loro in sé non si sostenne. Lì mi posai, e ciascun occhio grave al sonno diedi, per lo qual gli agguati

conobbi chiusi sotto dolce chiave. Così dormendo, in su liti salati mi vidi correr, non so che temendo pavido e solo in quelli abbandonati,

or qua or là, null'ordine tenendo; quando donna gentil, piacente e bella m'apparve, umil pianamente dicendo: – Se questo luogo solo a gire a quella

somma felicità, che alcun dire non poté mai con intera favella, abbandonar ti piace, il me seguire ti poserà in sì piacente festa,

ch'avrai sicuro e pieno ogni disire –. Fiso pareva a me rimirar questa ed ascoltare intento sue parole, quando s'alzò alla sua bionda testa,

ornata di corona più che 'l sole fulgida, l'occhio mio, e mi parea il suo vestire in color di viole. Ridente era in aspetto e 'n man tenea

reale scettro, ed un bel pomo d'oro la sua sinistra vidi sostenea. Sopra 'l piè grave, non sanza dimoro, moveva i passi; e lei tacendo ed io

pensato di volere suo aiutoro: – Ecco –, risposi, – donna, il mio disio è di cercar quel ben che tu prometti, se a' tuoi passi di dietro m'invio –.

– Lascia –, diss'ella, – adunque i van diletti e seguitami verso quell'altura ch'opposta vedi qui a' nostri petti –. Allor lasciar pareami ogni paura

e darmi tutto a seguitar costei, abbandonando la strana pianura. Poi che salito fui dietro a costei non già per molto spazio, il viso alzai

istato basso infin lì verso i piei: rimirandomi avanti, i' mi trovai venuto a piè d'un nobile castello, sopra al sogliar del quale io mi fermai.

Egli era grande ed altissimo e bello e spazioso, avvegna che alquanto tenebroso paresse entrando in quello. – Siam noi ancora là dove cotanto

ben mi prometti, donna graziosa, di dovermi mostrar? –, diss'io intanto. Ed ella allora: – Più mirabil cosa veder vuoi prima che giunghi lassuso,

dove l'anima tua fia gloriosa. Noi cominciammo pur testé quaggiuso ad entrar a quel ben: quest'è la porta: entra sicuro omai nel cammin chiuso.

Tosto ti mostrerò la via scorta, per la qual fia ad andarvi diletto se non ti volta coscienza torta –. Ed io: – Adunque andiam, ché già m'affretto,

già mi cresce il disio, sì ch'io non posso tenerlo ascoso più dentro nel petto. Vedi com'io mi son sicuro mosso, vedi ch'io vegno e trascorro di voglia,

d'ogni altra cura nella mente scosso –. – Ir si conviene qui di soglia in soglia con voler temperato, ché chi corre talor tornando convien che si doglia –.

Sì era il suo dir vero, che apporre né contro andarvi io non arei potuto, né dal piacer di lei potuto torre in ciò, ancor ch'io avessi saputo.

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