Io mi son giovinetta, e volentieri m'allegro e canto en la stagion novella, merzé d'amore e de' dolci pensieri. Io vo pe' verdi prati riguardando
i bianchi fiori e' gialli e i vermigli, le rose in su le spini e' bianchi gigli, e tutti quanti gli vo somigliando al viso di colui che me amando
ha presa e terrà sempre, come quella ch'altro non ha in disio che' suoi piaceri. De' quai quand'io ne truovo alcun che sia, al mio parer, ben simile di lui,
il colgo e bascio e parlomi con lui: e com'io so, così l'anima mia tututta gli apro e ciò che 'l cor disia: quindi con altri il metto in ghirlandella
legato co' miei crin biondi e leggieri. E quel piacer che di natura il fiore agli occhi porge, quel simil mel dona che s'io vedessi la propia persona
che m'ha accesa del suo dolce amore: quel che mi faccia più il suo odore esprimer nol potrei con la favella, ma i sospir ne son testimon veri.
Li quai non escon già mai del mio petto, come dell'altre donne, aspri né gravi, ma se ne vengon fuor caldi e soavi e al mio amor sen vanno nel conspetto:
il qual, come gli sente, a dar diletto di sé a me si move e viene in quella ch'i' son per dir: «Deh! vien, ch'i' non disperi.» Assai fu e dal re e da tutte le donne comendata la
canzonetta di Neifile; appresso alla quale, per ciò che già molta notte andata n'era, comandò il re che ciascuno per infino al giorno s'andasse a riposare.
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