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1313–1375

8

Giovanni Boccaccio

Tanto è, Amore, il bene ch'io per te sento, e l'allegrezza e 'l gioco, ch'io son felice ardendo nel tuo foco. L'abondante allegrezza ch'è nel core,

dell'alta gioia e cara nella qual m'hai recato, non potendo capervi esce di fore, e nella faccia chiara

mostra 'l mio lieto stato; ch'essendo innamorato in così alto e raguardevol loco, lieve mi fa lo star dov'io mi coco.

Io non so col mio canto dimostrare, né disegnar col dito, Amore, il ben ch'io sento; e s'io sapessi, mel convien celare;

ché, s'el fosse sentito, torneria in tormento: ma io son sì contento, ch'ogni parlar sarebbe corto e fioco

pria n'avessi mostrato pure un poco. Chi potrebbe estimar che le mie braccia aggiugnesser già mai là dov'io l'ho tenute,

e ch'io dovessi giunger la mia faccia là dov'io l'accostai per grazia e per salute? Non mi sarien credute

le mie fortune; ond'io tutto m'infoco, quel nascondendo ond'io m'allegro e gioco.

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