La dolce Ave Maria di grazia plena, Dominus tecum, la qual fu salute che 'l primo fallo e noi trasse di pena, acciò ch'al mio prencipio die virtude,
come bisogna, perché l'alma viva fuor di miseria e delle genti crude, divoto priego, ch'alla vaga riva di coscienza, con pietà rassegna,
guidi la barca mia di porto schiva; e scaldimi del sol ch'eterno regna, lo qual risplende in ciaschedun cristiano, che solo in dargli tre palme s'assegna.
La prima delle qual sia il senso umano, mostrar del suo peccar contrito core, con occhio lagrimoso e spirto sano. Seconda sia in confessar l'errore,
ch'ha sotto volontà posto el talento, né, perché grave sia, farlo minore. La terza sia in disiar contento, lo confessato e lo pentuto fallo
purgar con opra, e poi tenerlo spento. E quest'è 'l bianco e meritato callo, quest'è 'l diletto del giusto appetito, che degno canta nel beato ballo.
Dinnanzi a queste non vince partito la fiera lupa delle sette branche, con le quai artiglia il più romito. Quest'è superbia, avarizia e anche
lussuria, invidia e la bramosa gola, ira e accidia, ch'avverar son franche. Di fuor si mostran vaghe sì che 'nvola dell'intelleto nostro l'occhio pio,
dal buon rispetto ch'al superno vola. L'umana sorte fa di lor disio, onora e loda chi n'ha maggior soma e piglia maggior pesci di tal rio,
senza rispetto di Colui che doma con l'alta chiova ogni animal feroce e che ci scorse alle vietate poma, lasciandosi per noi por nella croce,
ferir e fragellar fin nella morte ch'al Consummatum est aperse voce. Dalla qual risurgendo spezzò porte del scuro Limbo, scarcerando quegli
che degni ritrovò per giusta sorte. E montando nel ciel lasciò a noi i gigli delli Apostoli suoi, che fero al mondo la via che drizza agli eterni consigli:
col Padre e Spirto Santo è Quel giocondo, e Elli in Lui, sicché son tre in uno, e uno in Trinità indiviso e tondo. Ivi è giustizia senza manco alcuno;
iv'è misericordia e valor tutto, che merita di noi il bianco e 'l bruno. Ivi è la Madre di quel dolce frutto, che con piatade sempre grazia acquista
alla miseria d'esto mondo brutto. A cui intendo di drizzar mia vista con le dolci parole di colui, che 'nanzi al nascer suo fu profetista.
Lo qual gli disse, com' fu innanzi a lui: «Benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui», flettendo sé 'n Helisabeth visceribus,
«et unde mihi hoc, che El me vene a visitar, pre ceteris muneribus, la Madre del Signor d'ogni mio bene?» finendo qui la vera profezia,
ch'al grembo verginal raffermò spene. Così io, con fedele melodia, dico: «O sopra tutte benedetta, per Spirto Santo eletta Madre pia
del benedetto frutto che in distretta del ventre tuo si pose, fin ch'El nacque e prese carne umana, pura e netta! S'io ben comprendo, tu se' il mar dell'acque
che drizzan corso per lo sommo regno, e se' ciò che 'n valor virtù compiacque. Tu se' la fede dello cristian segno, tu se' speranza al giusto e al peccatore,
e se' di carità perfetto ingegno. In te è sapienza, in te prudente fiore, in te intelletto, in te magnificenza e magnanimità con grande amore.
Tesor se' sommo di somma prudenza; la qual soccorri ispesso innanzi al prego a chi ti porta, com' dea, reverenza. Non è benignità che non sie teco;
non è umilità, né tenerezza, non è perfetto ben s' tu non se' seco. Tu se' splendor di superna chiarezza, diletto incomprensibil di quel trono,
che canta Osanna nell'eterna altezza. Ciò che tu dai è perfetto dono, né mai sdegni l'udire a chi ti chiama, né pagan, né giudeo, se vuol perdono,
perché sempre se' verde e ferma rama, alla qual chi s'appiglia mai non cade, e sempre prieghi per ciascun che t'ama. Ond'io, o donna, o fonte di pietade,
ben ch'io fra' peccator grave mi senta, vegno divoto alla tua maestade; e col core e colla mente intenta in tutto a te confesso il mio peccare,
che sanza freno cavalcar contenta, lasciandomi più volte incatenare, per gran lascività, lo mie intelletto; e dove più conosce, è più fallace,
pigliando di malizia ogni diletto. Né mai d'altrui miseria a coscienza guardo, ovver dimostro aver rispetto; d'ogni vergogna certo ho sperienza,
senza memoria delle somme scale, né mai la mente drizzo a penitenza. E 'l bianco e 'l biondo e l'aver criminale involgon vaga mia fatica e voglia,
ed a me paion virtù cardinale! Lo mio arbitrio di virtù si spoglia, non veggio, senza te, che mai l'adorna, e santa corte tra lor me raccoglia.
Però, Vergine eccelsa, in cui soggiorna ciò che 'n excelsis lo tuo figlio onora, e odi il Miserere ch'a te torna, ricevi il priego mio, ch'a fé t'adora;
e come tu dicesti: «ecco l'ancilla», così mi scalda del tuo foco ognora, lo quale in carità tanto sfavilla, ch'attuta e vince li furor mondani,
e tocca il cor con divina scintilla. Drizza la mente mia a quelli arcani consigli e spirti che l'anima affetta, e più la trae de' viluppi umani.
Non mi lasciar l'error, che doman spetta, e mi dà penitenza e confessione, perché subita vien mortal barchetta. Cancella in me la falsa oppinione:
dammi ch'i' pianga e contrito sospiri gli mie' trapassi e gravi offensione. Dammi diletto di sentir martiri di mia malizia e di mia acerba possa,
e di seguir col cor li tuoi disiri. Non mi lasciar tener mia colpa grossa; dammi franchezza tal ch'i' la discolpi, come bisogna a sì feroce mossa.
Non consentire all'insidiose volpi gli agguati doppi, ch'all'anima mia han posti e pongon, ché foco la spolpi. Poi quando a Dio parrà che 'l mio fin sia,
perdon ti cheggio e che per mia vittoria sempre la faccia tua 'nante mi stia. La qual discacci quel ch'inferno storia, e me conservi così fermamente,
come bisogna ad acquistar la gloria del tuo Figliuolo e Padre onnipotente».
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