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1313–1375

34*

Giovanni Boccaccio

Tant'è 'l soperchio de' miei duri affanni, e sì pungenti e gravi i dolor miei, che dirlo non potrei con cento lingue e con voce di ferro.

Fortuna verso me tutti i suo rei proponimenti adempie, e tanti inganni mi fa ne' teneri anni, che stanco e vinto innanzi a le' m'atterro.

Qual cor di quercia o di macigno cerro pure a un di tai colpi sarie 'ntero, di que' che mille ciascun giorno i' sento? Io non muoio, e non vivo, anzi fo stento:

questa vita non godo, e po' non spero a riposo più intero nell'altra vita andar per mie buon'opre. Ma troppo ancor si copre,

gentil madonna, a vo' l'angoscia mia; ond'io vo' che 'l mio dir più chiaro sia. Po' che l'acerba e dura mia sventura mi presentò dinnanzi al vostro aspetto,

quel giorno benedetto che m'accozzò da prima a veder voi, i' mi sentii tutto piagato il petto d'una nuova ferita, e nuova arsura,

e 'ntenebrata e scura d'amorosi pensier l'anima poi. Il nome vostro con gli effetti suoi, la condizione, e le fatiche appresso,

ch'i' vidi alle mie esser somiglianti, non mi si sono partite po' davanti; e altre cose, ov'io pensava spesso a mio conforto stesso,

la mente fugge, e pur qui su ricorre, e non mi so disporre quel ch'i' mi faccia; e tormentoso vivo s'i' dormo, o vegghio, o canto, o leggo, o scrivo.

Amor, che ne' vostri occhi stava armato per saettar la semplice mia mente, mi dié 'l colpo possente, ond'io non credo ma' poter guarire.

Io non me ne guardava certamente, fin ch'io sentii 'l mio cor tutto squadrato: e non arìa pensato così nel primo assalto sbigottire.

I' sentii dentro a me nuovo disire esser creato, e nuova signoria, che sospigne me stesso oltra mia voglia; e poi m'è giunta una incredibil doglia,

d'un'aspra ingiuria e di gran villania, che la persona mia ha ricevuta contro ogni dovere, perciò a sostenere

si spezzerebbe in questo doppio assalto un cuor non che di carne ma di smalto. Ora a questi novelli aspri martiri pariemi un refrigerio aver trovato,

venendo spesso in lato, ov'io potea vedervi e non parere, siccome io era, d'amore infiammato; e' mie' cocenti e dubbiosi disiri,

e' gravosi sospiri potevano uscir fuori a lor volere sotto coperta di cagion non vere, bontà di quella, che del nome mio

è nominata, a cui io gran ben voglio. Or la mia nave ha percosso in iscoglio, e spezzata è la vela, e 'l vento rio mi soffia contro, ond'io

non son contento mai ch'a mia cagione sì dura offensione ella abbi ricevuta a sì gran torto, ond'ella n'ha vergogna, e io son morto.

Quel vento alla mia nave m'ha percosso, che mi dovria dagli altri far sicuro, e come fermo muro l'altrui ingiurie a suo podere storre;

però di gran tristizia mi sfiguro di lagrime bagnando il volto e 'l dosso; e dovrei aver mosso col vento de' sospiri ogni gran torre.

E veggo ben che 'nver la morte corre la misera mia vita senza fallo. Or, per soperchio, donde Amor m'abbatte, e per le 'ngiurie (po' che mi son fatte

da cui io non potre' mai meritallo), madonna, in questo stallo io mi ritruovo sì d'angoscia pieno, e sdegno, che non meno

che per gran rabbia le carni mi rodo chiamando morte a romper questo nodo. Però, madonna mia, mi perdonate s'a troppa sicurtà vi paio scorso,

ch'al mio dolor soccorso né rimedio ci trovo altro che 'l vostro. Vo' mi deste dapprima il duro morso, onde l'altre fatiche mi son nate,

e sì multiplicate che nol diria con lingua o con inchiostro. Ond'io se la mia piaga non dimostro al medico, che sa e può curarla,

potrebbe diventar cosa mortale. Altro che 'l vostro aiuto non mi vale, altro che voi non potrebbe sanarla. Dunque se troppo parla

la lingua, che dal cuor sospinta viene, a voi, donna, conviene aver per iscusate le parole, che son messagge del cuor che si duole.

Vattene, canzon mia, al verde lauro, ch'alla sua ombra il cuor m'agghiaccia e strugge, poich'al mi' andar Fortuna s'attraversa, e contale la mia doglia perversa,

e dille come la mia vita fugge, e come morte augge tutte mie membra, e posto m'ha l'assedio, se non mi dà rimedio

o co' begli occhi, onde guardar mi suole, o col suon delle angeliche parole.

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