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1313–1375

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Giovanni Boccaccio

Comincia il libro chiamato Ninfale: e primamente mostra il facitore che di far questo gli è cagione Amore. Amor mi fa parlar, che m´è nel core

gran tempo stato e fatto n´ha su´ albergo, e legato lo tien con lo splendore e con que´ raggi a cui non valse usbergo, quando passaron dentro col favore

degli occhi di colei, per cui rinvergo la notte e ´l giorno pianti con sospiri, e ch´è cagion di tutti e´ mie´ martìri. Amor è que´ che mi guida e conduce

nell´opera la qual a scriver vegno; Amor è que´ ch´a far questo m´induce, e che la forza mi dona e lo ´ngegno; Amor è que´ ch´è mia scorta e mia luce,

e che di lui trattar m´ha fatto degno; Amor è que´ che mi sforza ch´i´ dica un´amorosa storia molto antica. Però vo´ che l´onor sia sol di lui,

poi ch´egli è que´ che guida lo mio stile, mandato dalla mia donna, lo cui valor è tal ch´ogni altro mi par vile, e che ´n tutte virtù avanza altrui,

e sopra ogni altra è più bella e gentile: né non le mancheria veruna cosa, sed ella fosse un poco più pietosa. Or priego qui ciascun fedele amante

che siate in questo mia difesa e scudo contro a ogni invidioso e mai parlante e contro a chi è d´amor povero e ´gnudo; e voi care mie donne tutte quante,

che non avete il cor gelato e crudo, priego preghiate la mia donna altera che non sia contro a me servo sì fera. Prima che Fiesol fosse edificata

di mura o di steccati o di fortezza, da molta poca gente era abitata: e quella poca avea presa l´altezza de´ circustanti monti, e abandonata

istava la pianura per l´asprezza della molt´acqua ed ampioso lagume, ch´a piè de´ monti faceva un gran fiume. Era ´n quel tempo la falsa credenza

degl´iddii rei, bugiardi e viziosi; e sì cresciuta la mala semenza era, ch´ognun credea che graziosi fosson in ciel come nell´apparenza;

e lor sacrificavan con pomposi onori e feste, e sopra tutti Giove glorificavan qui sì come altrove. Ancor regnava in que´ tempi un´iddea

la qual Diana si facea chiamare, e molte donne in divozion l´avea; e maggiormente quelle ch´osservare volean verginità, e che spiacea

lor la lussuria e a lei si volean dare, costei le riceveva con gran feste, tenendole per boschi e per foreste. Ed ancor molte glien´erano offerte

dalli lor padri e madri, che promesse l´avean a lei per boti, e chi per certe grazie o don che ricevuto avesse; Diana tutte con le braccia aperte

le riceveva, pur ch´elle volesse servar verginità e l´uom fuggire, e vanità lasciar e lei servire. Così per tutto ´l mondo era adorata

questa vergine iddea; ma ritornando ne poggi fiesolan, dove onorata più ch´altrove era, lei glorificando, vi vo´ contar della bella brigata

delle vergini sue, che, lassù stando, tutte eran ninfe a quel tempo chiamate e sempre gìan di dardi e d´archi armate. Avea di queste vergini raccolte

gran quantità Diana, del paese, per questi poggi, benché rade volte dimorasse con lor molto palese, sì come quella che n´aveva molte

a guardar per lo mondo dall´offese dell´uom; ma pur, quando a Fiesol venìa, in cotal modo e guisa ella apparia: ell´era grande e schietta come quella

grandezza richiedea, e gli occhi e ´l viso lucevan più ch´una lucente stella, e ben pareva fatta in paradiso, con raggi intorno a sé gittando quella,

sì che non si potea mirar ben fiso; e´ cape´ crespi e biondi, non com´oro, ma d´un color che vie meglio sta loro. E le più volte sparti li tenea

sopra ´l divelto collo, e ´l suo vestire a guisa d´una cioppa il taglio avea; d´un zendado era ch´a pena coprire, sì sottil era, le carni potea:

tutta di bianco, sanz´altro partire cinta nel mezzo, e talor un mantello di porpora portava molto bello. Venticinque anni di tempo mostrava

sua giovinezza, sanz´aver niun manco; nella sinistra man l´arco portava, e ´l turcasso pendea dal destro fianco, pien di saette, le qua´ saettava

alle fiere selvagge, e talor anco a qualunque uom che lei noiar volesse e le sue ninfe gli uccidea con esse. In cotal guisa a Fiesole venìa

Diana le sue ninfe a visitare, e con bel modo, graziosa e pia, assai sovente le facea adunare intorno a fresche fonti, o all´ombria

di verdi fronde, al tempo ch´a scaldare comincia il sol la state, com´è usanza; e di verno al caldin faceano stanza. E quivi l´amoniva tutte quante

nel ben perseverar verginitate; alcuna volta ragionan d´alquante cacce che fatte aveano molte fiate su per que´ poggi, seguendo le piante

delle fiere selvagge, che pigliate e morte assai n´avean, ordine dando per girle ancor di nuovo seguitando. Cota´ ragionamenti tra costoro,

com´io v´ho detto, tenean di cacciare; e quando si partia Diana da loro, tosto una ninfa si facea chiamare, la qual fosse di tutto il concestoro

di lei vicaria, faccendo giurare all´altre tutte di lei ubidire, se pel suo arco non volean morire. Quella cotal da tutte era ubidita,

come Diana fosse veramente; e ciascheduna d´un panno vestita di lin tessuto molto sottilmente, faccendo, con lor archi, d´esta vita

passar molti animali assai sovente: e qual portava un affilato dardo, più destre che non fu mai liopardo. Qui tien Diana consiglio alla fonte;

Africo vede, innamorarsi d´una di quelle ninfe che poi sale il monte: di sé si duole e de la sua fortuna. Era ´n quel tempo del mese di maggio,

quando i be´ prati rilucon di fiori, e gli usignuoli per ogni rivaggio manifestan con canti i lor amori, e´ giovinetti, con lieto coraggio,

senton d´amor i più caldi valori, quando la dea Diana a Fiesol venne, e con le ninfe sue consiglio tenne. Intorno ad una bella e chiara fonte

di fresca erba e di fiori intorniata, la qual ancor dimora a piè del monte Cécer, da quella parte che ´l sol guata quand´è nel mezzogiorno a fronte a fronte.

e fonte Aquelli è oggi nominata, intorno a quella Diana allor sì volse essere, e molte ninfe vi raccolse. Così a sedere tutte quante intorno

si poson alla fonte chiara e bella, ed una ninfa, sanza far sogiorno, si levò ritta, leggiadretta e snella, ed a sonar incominciò un corno

perch´ognuna tacesse: e poi, quand´ella ebbe sonato, a seder si fu posta, aspettando di Diana la proposta. La qual, com´usata era, così allora

diceva lor ch´ognuna si guardasse che con niun uom facesse mai dimora, – E se avvenisse pur che l´uom trovasse fuggal come nimico ciascun´ora,

acciò che ´nganno o forza non usasse contra di voi: ché, qual fosse ingannata, da me sarebbe morta e sbandeggiata. – Mentre che tal consiglio si tenea,

un giovinetto ch´Africo avea nome, il qual forse venti anni o meno avea, sanz´ancor barba avere, e le sue chiome bionde e crespe, ed il suo viso parea

un giglio o rosa, over d´un fresco pome; costui, ind´oltre abitava col padre, sanz´altra vicinanza, e con la madre; il giovane era quivi in un boschetto

presso a Diana quando il ragionare delle ninfe sentì, ch´a suo diletto ind´oltre s´era andato a diportare; per che fattosi innanzi, il giovinetto

dopo una grotta si mise a ´scoltare, per modo che veduto da costoro non era, ed e´ vedeva tutte loro. Vedea Diana sopra l´altre stante,

rigida nel parlar e nella mente, con le saette e l´arco minacciante, e vedeva le ninfe parimente timide e paurose tutte quante,

sempre mirando il suo viso piacente, istando ognuna cheta, umile e piana pel minacciar che facea lor Diana. Poi vide che Diana fece in piede

levar ritta una ninfa, ch´Alfinea aveva nome, però ch´ella vede che più che niun´altra tempo avea, dicendo: – Ora m´intenda qual qui siede:

i´ vo´ che questa nel mio loco stea, però ch´i´´ntendo partirmi da voi, sì che, com´io, ubidita sia poi. – Africo stante costoro ascoltando,

fra l´altre una ninfa agli occhi li corse, la qual alquanto nel viso mirando, sentì ch´Amor per lei il cor gli morse sì che gli fe´ sentir, già sospirando,

le fiaccole amorose: ché gli porse un sì dolce disio, che già saziare non si potea della ninfa mirare. E fra se stesso dicea: «Qual saria

di me più grazioso e più felice, se tal fanciulla io avessi per mia isposa? Ché per certo il cor mi dice ch´al mondo sì contento uom non saria;

e se non che paura mel disdice di Diana, i´ l´arei per forza presa, ché l´altre non potrebbon far difesa». Lo ´nnamorato amante in tal maniera

nascoso stava infra le fresche fronde, quando Diana, veggendo che sera già si faceva, e che ´l sol si nasconde e già perduto avea tutta la spera,

con le sue ninfe, assai liete e gioconde, si levâr ritte, ed al poggio salendo, di belle melodi´ e canzon dicendo. Africo, quando vide che levata

s´era ciascuna, e simil la sua amante, udì che da un´altra fu chiamata: – Mensola, andianne –, e quella, su levante, con l´altre tosto si fu ritrovata.

E così via n´andaron tutte quante: ognuna a sua capanna si tornoe, poi Diana si partì e lor lascioe. Avea la ninfa forse quindici anni:

biondi com´oro e grandi i suoi capelli, e di candido lin portava i panni; du´ occhi in testa rilucenti e belli, che chi li vede non sente mai affanni;

con angelico viso ed atti isnelli, e ´n man portava un bel dardo affilato. Or vi ritorno al giovane lasciato. Il qual soletto rimase pensoso,

oltre modo dolente del partire che fe´ la ninfa col viso vezzoso, e ripiatando il passato disire, dicendo: «Lasso a me, che ´l bel riposo

ch´ho ricevuto mi torna in martire, pensando ch´i´ non so dove o ´n qual parte cercarmene giammai, o con qual arte. Né conosco costei che m´ha ferito,

se non ch´io udi´ che Mensola avea nome: e lasciato m´ha qui, solo e schernito, sanz´avermi veduto; ed almen come i´ l´amo sapesse ella, e a che partito

Amor m´ha qui per lei carche le some! Omè, Mensola bella, ove ne vai, e lasci Africo tuo con molti guai?». Poi, ponendosi a seder in quel loco

ove prima seder veduto avea la bella ninfa, e nel suo petto il foco con più fervente caldo s´accendea; così continovando questo gioco,

il viso bel nell´erba nascondea: baciandola dicea: – Ben se´ beata, sì bella ninfa t´ha oggi calcata. – E poi dicea: «Lasso a me,» sospirando

«qual ria fortuna, o qual altro destino, oggi qui mi condusse lusingando, perché, di lieto, dolente e tapino io divenissi una fanciulla amando,

la qual m´ha messo in sì fatto cammino, sanz´aver meco scorta o guida alcuna, ma sol Amore è meco e la fortuna! Almen sapesse ella pur quanto amata

ell´è da me, o veduto m´avesse! Ben ch´i´ credo che tutta spaventata se ne sarebbe, sed ella credesse esser da me o da uom disiata;

e son ben certo, in quanto ella potesse, ella si fuggiria, sì come quella c´ha ´n odio l´uomo ed a lui si rubella. Che farò dunque, lasso, poi ch´io veggio

ch´a palesarmi saria ´l mio piggiore, e s´io mi taccio, veggio ch´è ´l mio peggio, però ch´ognor mi cresce più l´ardore? Dunque, per miglior vita, morte cheggio,

la qual sarebbe fin di tal dolore: bench´io mi credo ch´ella penrà poco a venir, se non si spegne esto foco.» Cotali ed altre simili parole

diceva il giovinetto innamorato; ma poi, veggendo che già tutto ´l sole era tramonto, e che ´l cielo stellato già si facea, il che forte gli dole

per lo partir; ma poi ch´alquanto stato sopra sé fu, e´ disse: «O me tapino, ch´or foss´egli di domane il mattino!». Ma pur levato, piede innanzi piede,

pien di molti pensier, per la rivera si mise vêr l´ostello, che ben vede che non ritorna qual venuto v´era; così pensoso che non se n´avvede

alla casa pervenne, la qual era, scendendo verso ´l pian, della fontana forse un quarto di miglio o men lontana. Quivi tornato, nella cameretta

dove dormia, soletto se n´entroe, e sospirando in sul letto si getta, ch´a padre o madre prima non parloe; quivi con gran disio il giorno aspetta,

né ´n tutta notte non s´adormentoe, ma in qua e ´n là si volge sospirando e ne´ sospir Mensola sua chiamando. Acciò che voi, allora, non crediate

che vi fosson palagi o casamenti, com´or vi son, sì vo´ che voi sappiate che sol d´una capanna eran contenti; sanz´esser con calcina allor murate,

ma sol di pietre e legname le genti facean lor case, e qual facea capanne tutte murate con terra e con canne. E forse quattro eran gli abitatori

che facevano stanza nel paese, giù nelle piaghe de´ monti minori, che son a piè de´ gran poggi distese; ma ritornar vi voglio a´ gran dolori

che Africo sentia, che presso a un mese stette sanza veder Mensola mai, benché dell´altre ne scontrasse assai. Venere ad Africo viene in visione;

promettegli aiuto; ricerca per lei, truova altre ninfe, domanda di lei: fuggon sanza rispondere al garzone. Amor, volendo crescer maggior pena,

come usato è di fare, al giovinetto, parendogli ch´avesse alquanto lena ripresa e spento il foco nel suo petto, legar lo volle con maggior catena,

e con più lacci tenerlo costretto, modo trovando a fargli risentire le fiaccole amorose col martìre. Per ch´una notte il giovane, dormendo,

veder in visione gli parea una donna con raggi risplendendo, ed un piccol garzone in collo avea, ignudo tutto ed un arco tenendo;

e del turcasso una freccia traea per saettar, quando la donna: – Aspetta, – gli disse – figliuol mio: non aver fretta. – E poi la donna, ad Africo rivolta,

sì gli diceva: – Qual mala ventura, o qual pensier, o qual tua mente stolta t´ha fatto volger? Credo che paura o negligenza Mensola t´ha tolta,

ché di suo amor non par che facci cura, ma com´uom vile stai tristo e pensoso, quando cercar dovresti il tuo riposo. Leva su, dunque, e cerca queste piagge

di questi monti, e tu la troverai, ch´a lor diletto le fiere selvagge con l´altre ninfe seguir la vedrai: e ben ch´al correr le sien preste e sagge,

sanza niun fallo tu la vincerai, né ti bisogna temer di Diana, però ch´ell´è di qui molto lontana. E i´ ti prometto di darti il mio aiuto,

al qual niuno può far mai resistenza, pur che questo mio figlio abbi voluto ferir con l´arco per la mia sentenza; ch´i´ son colei che sì ben ho saputo

adoperar con questa mia scienza, che, non ch´altri, ma Giove ho vinto e preso con molti iddii, che niun non s´è difeso. – Poi disse: – Figliuol mio, apri le braccia,

fagli sentire il tuo caldo valore; fa´ che tu rompa ogni gelata ghiaccia, dentro al suo petto e nel gelato core; or fa´, figliuol mio, fa´ sì che mi piaccia,

come far suoi –; e poi parea ch´Amore per sì gran forza quell´arco tirasse, che ´nsieme le duo cocche raccozzasse. Quando Africo volea chieder mercede,

sentì nel petto giugner la saetta, la qual, dentro passando, il cor gli fiede sì che, svegliato, la man puose in fretta al petto, ché la freccia trovar crede:

trovò la piaga esser salda e ristretta; poi guardò se la donna rivedea col suo figliuol che fedito l´avea. Ma non la vide, perch´era sparita,

e ´l sonno rotto che gliel dimostrava; e battendogli ´l cor per la ferita che ricevuto avea, si ricordava della sua amante, quando fe´ partita

dalla fontana, e nel cor gli tornava gli atti gentili col vezzoso modo, e ta´ pensier al cor gli facean nodo. E poi dicea: «Questa donna mi pare,

ch´ora m´apparve, Vener col figliuolo: e, s´io bene intesi il suo parlare, promesso m´ha di far sentir quel duolo a Mensola, ch´a me ha fatto fare;

però, s´ella esce mai fuor dello stuolo dell´altre ninfe, i´ pur m´arrischieroe: per forza o per amor la piglieroe». Così, racceso di questo disio

la fiamma nel suo petto, si dispose di Mensola cercar per ogni rio, fin che la troverà; e cota´ cose pensando, intanto il bel giorno appario,

il qual egli aspettava con bramose voglie: e soletto di casa s´usciva e ´nvêr la fonte Aquelli se ne giva. E quivi giunto, alquanto vi ristette,

i sospiri amorosi rinnovando, «Di qui» dicendo «mi fêr le saette d´Amor già partir forte sospirando». Ma poi che tai parole egli ebbe dette,

saliva ´l poggio, la fonte lasciando, ascoltando e mirando tuttavia se ninfa alcuna vedeva o sentia. Così salendo suso verso il monte,

trasviato d´amor e dal pensiero, alto portando sempre la sua fronte per veder me´ per ciaschedun sentiero, e le gambe tenendo preste e pronte,

se gli facesse di correr mestiero; ed ogni foglia che menar vedea, credea che fosse ninfa e là correa. Ma poi che cota´ beffe ed altre assai

avean più volte il giovane ingannato, sanza niuna ninfa trovar mai, e´ presso che ´n sul monte era montato, quando un pensier gli disse: «Dove vai

pur su salendo, e nulla ci hai trovato, e già è terza? I´ non vo´ più salire, ma per quest´altra via vogli´ or gire». E ´nverso Fiesol vòlto, piaggia piaggia

guidato d´Amor, ne gìa pensoso, caendo la sua amante aspra e selvaggia, e che facea lui star malinconoso; ma pria ch´un mezzo miglio passato aggia,

ad un luogo pervenne assai nascoso, dove una valle i duo monti divide: quivi udì cantar ninfe, e poi le vide. Quando appressato fu a quel vallone

alquanto, udì un´angelica boce con duo tinori. Ad ascoltar si pone, faccendo delle braccia a Giove croce, con umil priego stando ginocchione,

dicendo: «Iddio, sarebbe in questa foce Mensola tra costoro? Or voglia Iddio ch´ella vi sia, ch´i´ v´anderò anch´io». Qual è colui che ´l grillo vuol pigliare,

che va con lunghi e radi e leggier passi sanza far motto, tal era l´andare che Africo facea su per que´ massi, pur dietro andando a quel dolce cantare

che nella valle udia, e ´nnanzi fassi tanto che vide dimenar le fronde d´alcun querciuol che le ninfe nasconde. Per che, sanza scoprirsi, s´appressava

tanto che vide donde uscia quel canto: vide tre ninfe, ch´ognuna cantava; l´una era ritta, e l´altre duo in un canto a un acquitrin, che ´l fossato menava,

sedeano, e le lor gambe vide alquanto, ché si lavavan i piè bianchi e belli, con loro cantando dimolti augelli. L´altra che stava in piè colse due frondi,

e d´esse una ghirlanda si facea, poi sopra suoi capelli crespi e biondi la si ponea, perché ´l sol l´offendea; poi, per le sue compagne, folte e fondi

ne fece due, e poi quelle ponea in sulle trecce lor non pettinate, le quali eran di frondi spampanate. Africo sì diceva infra se stesso:

«E´ non mi par che Mensola ci sia». E poi, fattosi a lor un po´ più presso, la sua mala ventura maladia, dicendo: «Vener, quel che m´hai promesso

non mi par ch´avvenuto ancor mi sia; ma che farò? Domanderò costoro s´elle la sanno, e scoprirommi a loro». Diliberato adunque ´l giovinetto

di scoprirsi a costor, si fece avanti oltre vicino a lor; poi ebbe detto con bassa boce e con umil sembianti: – Diana, a cui ´l cor vostro sta suggetto,

vi mantenga nel ben ferme e costanti! O belle ninfe, non vi spaventate, ma priegovi ch´un poco m´ascoltiate. I´ vo caendo una di vostra schiera,

la qual Mensola credo che chiamata sia da voi per ciascuna rivera, e ben è un mese ch´io l´ho seguitata; ma ella è tanto fuggitiva e fera,

che sempre innanzi a me s´è dileguata: però vi priego, dilettose e belle, che la ´nsegniate a me, care sorelle. – Quali sanza pastor le pecorelle,

assalite dal lupo e spaventate, fuggon or qua or là, le tapinelle, gridando bè con boci sconsolate; e qual fanno le pure gallinelle,

quand´elle son dalla volpe assaltate, quanto più posson ognuna volando verso la casa, forte schiamazzando; tal fêr le ninfe belle e paurose:

quando vidon costui, – Omè – gridaro; alzando i panni, le gambe vezzose, per correr meglio, tutte le mostraro; e già niuna ad Africo rispose,

ma, ricogliendo lor archi, n´andaro su verso ´l monte, e qual pur per la piaggia, forte fuggendo com fiera selvaggia. Africo grida: – Aspettatemi un poco,

o belle ninfe, ascoltate ´l mio dire; sacciate ch´io non venni in questo loco per voi noiar o per farvi morire, ma sol per darvi allegrezza con gioco,

in quanto voi non vogliate fuggire; io vengo a voi come di voi amico, e voi fuggite me come nimico. – Ma che ti vale, o Africo, pregalle?

elle si fuggon pur su per la costa, e tu soletto riman nella valle, sanza da lor aver altra risposta. Rimanti, dunque, di più seguitalle,

poi ch´ognuna a fuggir è pur disposta; le tue lusinghe col vento ne vanno, e le ninfe di correr non ristanno. Ell´eran già da lui tanto lontane

che di veduta perdute l´avea: per che di più seguirle si rimane, e ´nfra se stesso forte si dolea di quelle ninfe sì selvagge e strane.

«Che farò dunque, lasso a me?» dicea. «I´ non ci veggio modo niun pel quale i´ possa aver da lor altro che male. E´ non mi val lusinghe né pregare,

e nulla fare´ mai s´io mi tacessi; né non posso con lor la forza usare, che volentier l´userei, s´i´ potessi. E s´io potessi almen pure spiare

dove Mensola fosse, o pur sapessi dove cercarne, o dove si riduce Ma vo errando com´uom sanza luce». Tanto ´l diletto l´avea tranquillato,

di Mensola cercare, e poi di quelle ninfe che nel vallone avea trovato istare all´ombra di fresche ramelle, e poi dal seguitarle trasviato,

sol per saper di Mensola novelle, che non s´accorse ch´egli era già sera, e poco già lucea del sol la spera. Per che, malinconoso e malcontento,

sé maladiva e la vegnente notte che sì tosto venia; e poi con lento passo scendeva giù per quelle grotte, perché di star più quivi avea pavento

degli anima´ crudeli, ch´a quell´otte cominciavan andar pe´ folti boschi, donando a chi trovavan di lor tòschi. Così, sanz´aver punto il dì mangiato,

verso la casa sua prese la via, ove quel giorno dal padre aspettato era stato con gran malinconia, paura avendo che non fosse stato

da qualche bestia morto ove che sia, e divorato con doglia l´avesse: però a casa tornar non potesse. Ed ancor di Diana avea temenza,

che non si fosse con lei abbattuto, come nimica della sua semenza sempre mai stata, e da lei fosse suto morto, o fattolo, per più penitenza,

diventar pietra o albero fronzuto; e ´n tai pensieri stava lui aspettando, or una cosa or altra imaginando. Di Girafone ad Africo suo figlio

un esempletto perché più non vada dietro alle ninfe, ché corre periglio. Il sol era già corso in occidente, e sì nascoso che più non lucea,

e già le stelle e la luna lucente nell´aria cilestrina si vedea; e l´usignuol più cantar non si sente, ma cantan que´ che ´l giorno nascondea

per lor natura, e scuopreli la notte; Africo giunse a casa a cota´ otte. Alla qual giunto, l´aspettante padre con gran letizia ricevette il figlio,

sì come que´ che temea che le ladre fiere non gli avesson dato di piglio; e la pietosa e piangente sua madre l´abracciava dicendo: – O fresco giglio,

ove se´ tu stato oggi, car figliuolo, che tu ci hai dato tanta pena e duolo? – E similmente il padre il domandava ove stato era il dì, sanza mangiare.

Africo sopra sé alquanto stava per legitima scusa a ciò trovare, la quale Amore tosto gl´insegnava, come far suol gli animi assottigliare

de´ veri amanti; ed al padre rispose, e una bugia cotal sì gli dispose: – O padre mio, egli è gran pezzo ch´io in questi poggi vidi una cerbietta,

la qual tanto bella era, al parer mio, mai non credo ch´una sì diletta se ne vedesse, e veramente Iddio con le sue man la fe´ sì leggiadretta;

e nell´andar come gru era leve, e bianca tutta come pura neve. Sì ne ´nvaghii, ch´io la seguii gran pezza, di bosco in bosco, credendo pigliarla;

ma ella tosto de´ monti l´altezza prese; per ch´io, di più seguitarla sì mi rimasi con molta gramezza, e ´n cor mi puosi d´ancor ritrovarla,

e con più agio seguirla altra volta; e così, a casa tornando, die´ volta. Io mi levai staman e, a dire il vero, veggendo il tempo bel, mi ricordai

della cerbietta, e vennemi in pensiero di lei cercar: così diliberai. Così mi misi su per un sentiero, ch´io non m´accorsi ch´io mi ritrovai

a mezzo ´l poggio quando ´l sol già era a mezzo ´l ciel, con la lucente spera; quando sentii e vidi menar foglie di freschi quercioletti, ond´io più presso

mi feci alquanto. Dietro alcune scoglie tacitamente per veder fu´ messo: vidi tre cerbie gir con pari voglie l´erba pascendo, per che, ´nfra me stesso

avvisando pigliarne una, pian piano vêr lor n´andai con un po´ d´erba in mano. Ma com´elle mi vidon, si fuggiro suso al monte, sanza punto aspettarmi,

ed io di questo alquanto me n´adiro, veggendo quivi beffato lasciarmi; e così dietro loro un pezzo miro poi a seguirle, sanz´aver altre armi

che ora m´abbia, infin che di veduta non me le tolse la notte venuta. Or sai della mia stanza la cagione, o caro padre, e di questo sie certo. –

Il padre, ch´avea nome Girafone, gli parve intender quel parlar coperto, e ben s´avvide e tenne oppinione, sì come savio e di tai cose sperto,

che ninfe state dovean esser quelle ch´e´ dicea ch´eran cerbie tanto belle. Ma per non farlo di ciò mentitore, e non paresse ch´e´ se n´accorgesse,

e per non crescergli ´l disio maggiore di più seguirle, ed ancor se potesse far che lasciasse da sé questo amore, e, sanza palesargliel, giù ´l ponesse,

ciò c´ha detto fa vista di credègli; poi ´ncominciò in tal guisa a parlar egli: – Caro figliuolo, e dolce mio diletto, per Dio ti priego ti sacci guardare

da quelle cerbie che tu or m´hai detto ed in malora via le lascia andare: ché sopra la mia fé io ti prometto che di Diana son, ch´a diportare

si van pascendo su per questi monti, l´acque bevendo delle fresche fonti. Diana, le più volte, va con esse con le saette e l´arco micidiale,

e se per tua sventura s´avvedesse che tu le seguitassi, con lo strale morte ti donerebbe, come spesse volte ell´ha fatto a chi vuol far lor male;

sanza ch´ell´è grandissima nimica di noi e della nostra schiatta antica. Omè, figliuol, ch´a lagrimar mi muove la morte del mio padre sventurato,

tornandomi a memoria il come e ´l dove fu da Diana morto e consumato; o figliuol mio, così m´aiuti Giove, com´io dirò il vero del suo peccato,

che, come sai, ebbe nome Mugnone il padre mio, sì com´io Girafone. La storia saria lunga, a voler dire ogni parte del suo misero danno,

ma per tosto all´effetto pervenire, per questi monti andava, come vanno i cacciator, per le bestie ferire; e così andando, dopo molto affanno,

´n una piaggia sopra un fiume arrivoe, il qual Mugnon poi per lui si chiamoe. E quivi giunto, ad una bella fonte trovò una ninfa star tutta soletta,

la qual, vedutol, tutta nella fronte impalidio, e su si levò in fretta «Omè, omè» dicendo, e giù pel monte si fuggìa paurosa e pargoletta;

il volonteroso padre a pregarla incominciò, e poi a seguitarla. O miser padre, tu non t´avvedevi che tu correvi dietro alla tua morte;

e´ lacci suoi, tapin, non conoscevi, dove preso tu fosti con rie sorte; gl´iddii volesson che, quando correvi dietro alla ninfa sì veloce e forte,

Diana l´avesse in uccel trasmutata, o ´n pietra, o ´n alber l´avesse piantata! Ella non era al fiume giunta appena, che la raccolta e sottil sua guarnacca

tra le gambe le cadde, e già la lena perdea, di correr e di dolor fiacca; lo sciagurato Mugnon gioia ne mena, avendola già giunta per istracca,

e presa la tenea infra le braccia, donando baci alla vergine faccia. Quivi usò forza e quivi violenza, quivi la ninfa fu contaminata,

quivi ella non poté far resistenza: o misero garzone, o sventurata ninfa, quanto dogliosa penitenza divise amendue voi quella fiata!

Diana, di sul soprastante monte, abracciati gli vide a fronte a fronte. Ella gridò: «O miser, quest´è l´ora che ´nsieme n´anderete nello ´nferno!

voi sarete oggi d´esto mondo fora, sanza veder di questa state il verno; e´ vostri nomi faranno dimora nel fiume dove siete, in sempiterno!».

E poscia l´arco tese con grand´ira, faccendo de´ duo amanti una sua mira. A un´otta giunson l´ultime parole e la freccia che ´nsieme li confisse.

O figliuol mio, io non ti dico fole: così gl´iddii volesson ch´io mentisse, che per dolor ancor il cor mi dole! E´ convenne ch´ognun di lor morisse:

un ferro sol tenea fitti i duo cori; così finiron quivi i loro amori. Il sangue del mio padre doloroso il fiume tinse di rosso colore,

e corse tutto quanto sanguinoso, e manifesto fe´ questo dolore; e ´l corpo suo ancor vi sta nascoso, che mai non se ne seppe alcun sentore

né dove s´arrivasse poi e ´l come, salvo che ´l fiume ritenne il suo nome. Dissesi che Diana ragunoe il sangue della ninfa tutto quanto,

e ´l corpo, insieme con quel, trasmutoe in una bella fonte dall´un canto allato al fiume; e così la lascioe, acciò che manifesto fosse quanto

ell´è crudele, forte e dispietata a chi l´offende solo una fiata. Così di mille te ne potre´ dire che ´n questi monti son fonti ed uccelli,

e qua´ in alber ha fatto convertire, che misfatto hanno a lei, i tapinelli; ancor del sangue tuo fece morire, anticamente, duo carnal fratelli;

però ti guarda, per l´amor di Dio, dalle sue mani, caro figliuol mio! – Qui truova Africo Mensola sua e priegala; ella fugge e non risponde;

lanciali un dardo, e poi si nasconde. Posto avea fine al suo ragionamento il vecchio Girafone lagrimando; Africo ad ascoltarlo molto attento

istava, bene ogni cosa notando; e come che alquanto di pavento avesse per quel dir, pur fermo stando nella sua oppinione, al padre disse:

– Deh, non temer cotesto a me venisse! Da or innanzi, i´ le lascerò andare, sed egli avien ch´i´ le truovi più mai; andianci dunque, padre, omai a posare,

ch´i´ sono stanco, sì m´affaticai oggi per questi monti, per tornare di dì a casa, che mai non finai ch´i´ son qui giunto con molta fatica,

sì ch´io ti priego che tu più non dica. – Giti a dormir, non fu sì tosto il giorno ch´Africo si levava prestamente e negli usati poggi fe´ ritorno,

dove sempre tenea ´l cor e la mente; sempre mirandosi avanti e dintorno, se Mensola vedea poneva mente; e com piacque ad Amor, giunse ad un varco

dov´ella gli era presso ad un trar d´arco. Ella lo vide prima ch´egli lei, per ch´a fuggir del campo ella, prendea Africo la sentì gridar – Omei –

e poi, guardando, fuggir la vedea, e ´nfra sé disse: «Per certo costei è Mensola» e poi dietro le correa, e sì la priega e per nome la chiama,

dicendo: – Aspetta que´ che tanto t´ama! Deh, o bella fanciulla, non fuggire colui che t´ama sopra ogni altra cosa; io son colui che per te gran martìre

sento, dì e notte, sanz´aver mai posa; io non ti seguo per farti morire, né per far cosa che ti sia gravosa: ma sol Amor mi ti fa seguitare,

non nimistà, né mal ch´i´ voglia fare. Io non ti seguo come falcon face la volante pernice cattivella, né ancor come fa lupo rapace

la misera e dolente pecorella, ma sì come colei che più mi piace sopra ogni cosa, e sia quanto vuol bella; tu se´ la mia speranza e ´l mio disio,

e se tu avessi mal, sì l´are´ io. Se tu m´aspetti, Mensola mia bella, i´ t´imprometto e giuro sopra i dèi ch´io ti terrò per mia sposa novella,

ed amerotti sì come colei che se´ tutto ´l mio bene, e come quella c´hai in balìa tutti i sensi miei; tu se´ colei che sol mi guidi e reggi,

tu sola la mia vita signoreggi. Dunque, perché vuo´ tu, o dispietata, esser della mia morte la cagione? Perch´esser vuoi di tanto amor ingrata

verso di me, sanz´averne ragione? Vuo´ tu ch´i´ mora per averti amata, e ch´io n´abbia di ciò tal guiderdone? S´i´ non t´amassi, dunque, che faresti?

So ben che peggio far non mi potresti. Se tu pur fuggi, tu se´ più crudele che non è l´orsa quand´ha gli orsacchini, e se´ più amara che non è il fiele,

e dura più che sassi marmorini; se tu m´aspetti, più dolce che ´l mèle sei, o che l´uva ond´esce i dolci vini e più che ´l sol se´ bella ed avvenente,

morbida e bianca, ed umile e piacente. Ma i´ veggio ben che ´l pregar non mi vale, né parola ch´io dica non ascolti, e di me servo tuo poco ti cale,

e mai indietro gli occhi non hai volti; ma com´egli esce dell´arco lo strale, così ten vai per questi boschi folti, e non ti curi di pruni o di sassi,

che graffian le tue gambe, o di gran massi. Or poi che di fuggir se´ pur disposta colui che t´ama, secondo ch´i´ veggio, sanza a´ mie´ prieghi far altra risposta,

e par che per pregar tu facci peggio, i´ priego Giove che ´l monte e la costa ispiani tutta, e questa grazia cheggio, e pianura diventi umile e piana,

ch´al correr non ti sia cotanto strana. E priego voi, iddii, che dimorate per questi boschi e nelle valli ombrose, che, se cortesi foste mai, or siate

verso le gambe candide e vezzose di quella ninfa, e che voi convertiate alberi e pruni e pietre ed altre cose, che noia fanno a´ piè morbidi e belli,

in erba minutella e ´n praticelli. Ed io, per me, omai mi rimarroe di più seguirti, e va´ ove ti piace, e nella mia malora mi staroe

con molte pene, sanz´aver mai pace; e sanza dubbio al fin ch´i´ ne morroe, ch´i´ sento ´l cor che già tutto si sface per te, che ´l tieni in sì ardente foco,

e mancali la vita a poco a poco. – La ninfa correa sì velocemente, che parea che volasse, e´ panni alzati s´avea dinnanzi per più prestamente

poter fuggir, e aveasegli attaccati alla cintura, sì ch´apertamente, di sopra a´ calzerin ch´avea calzati, mostra le gambe e ´l ginocchio vezzoso,

ch´ognun ne diverria disideroso. E nella destra mano aveva un dardo il qual, quand´ella fu un pezzo fuggita, si volse indietro con rigido sguardo,

e diventata per paura ardita quello lanciò col buon braccio gagliardo, per ad Africo dar mortal ferita; e ben l´arebbe morto, se non fosse

che ´n una quercia innanzi a lui percosse. Quand´ella il dardo per l´aria vedea zufolando volar, e poi nel viso guardò del suo amante, il qual parea

veracemente fatto in paradiso, di quel lanciar forte se ne pentea, e tocca di pietà lo mirò fiso, e gridò forte: – Omè, giovane, guarti,

ch´i´ non potrei omai di questo atarti! – Il ferro era quadrato e affusolato e la forza fu grande, onde si caccia entro la quercia, e tutt´oltre è passato,

come se dato avesse in una ghiaccia; ell´era grossa sì ch´aggavignato un uomo non l´arebbe con le braccia; ella s´aperse, e l´aste oltre passoe,

e più che mezza per forza v´entroe. Mensola allor fu lieta di quel tratto, che non aveva il giovane ferito, perché già Amor l´avea del cor tratto

ogni crudel pensiero, e fatto ´nvito; non però ch´ella aspettarlo a niun patto più lo volesse, o pigliasse partito d´esser con lui, ma lieta saria stata

di non esser da lui più seguitata. E poi da capo a fuggir cominciava velocissimamente, poi che vide che ´l giovinetto pur la seguitava

con ratti passi e con prieghi e con gride; per ch´ella innanzi a lui si dileguava, e grotte e balzi passando ricide, e ´n sul gran colle del monte pervenne,

dove sicura ancor non vi si tenne. Ma di là passa molto tostamente, dove la piaggia d´alberi era spessa, e sì di fronde folta, che niente

vi si scorgeva dentro: per che messa si fu la ninfa là tacitamente, e come fosse uccel, così rimessa nel folto bosco fu, tra verdi fronde

di bei querciuol, che lei cuopre e nasconde. Africo qui nell'amor si raccese quando il parlare di Mensola intese. Diciamo un poco d´Africo, che, quando

vide il lanciar che la ninfa avea fatto, alquanto sbigottì, ma poi ascoltando il gridar «Guarti guarti» con un atto assai pietoso verso lui mostrando

con la luce degli occhi, che ´n un tratto gli ferì ´l core e fecel più bramoso di seguitarla, e più volonteroso. E come fa ´l tizzon ch´è presso a spento,

e sol rimasa v´è una favilla, ma poi che sente il gran soffiar del vento, per forza il foco fuor d´esso ne squilla, e diventa maggior per ognun cento;

tal Africo sentì, quando sentilla a lui parlar con sì pietosa boce, maggiore ´l foco che lo ´ncende e coce. E gridò forte: – Ora volesse Giove,

poi che tu vuo´, che tu m´avessi morto a questo tratto, acciò che le tue pruove fosson compiute, avendomi al cor porto l´aguto ferro, il qual percosse altrove;

e come che tu abbia di ciò ´l torto, i´ pur sare´ contento d´esser fore, per le tue man, delle fiamme d´Amore. – Ismarrisce Africo Mensola; torna

a casa e dice si sente gran duolo; duolsi di Vener e Amor suo figliuolo, po´ s´adormenta in sul suo letticciuolo. Appena avea finito il suo parlare

Africo, quando Mensola giugnea in sul gran monte, e videla passare dall´altra parte, e più non la vedea; onde di ciò molto mal gliene pare,

perch´ella innanzi a lui tal campo avea ch´e´ temea forte che lei di veduta, com´egli avvenne, non aver perduta. E lassù giunto dopo molto affanno,

gli occhi a mirar di lei subito pone; e come i cacciatori spesso fanno quando levata s´è la cacciagione, e di veduta poi perduta l´hanno,

con la testa alta vanno baloccone, correndo or qua or là, or fermi stando, e come smemorati dimorando; tal Africo faceva in sul gran monte,

di lei mirando con alzato volto, e con le man si percotea la fronte, e di fortuna ria si dolea molto, che già gli aveva fatte dimolte onte;

e poi ne giva verso il bosco folto, poi ritornava indietro e dicea: «Forse ch´ella da questa mano il cammin torse». E tosto là, correndo, se n´andava,

se vederla potesse in nessun lato, e poi che non la vede, ritornava in altro loco, molto addolorato; e poi ch´andata fosse s´avvisava

da un´altra parte, ma ´l pensier fallato tuttavia li venìa, onde che farsi e´ non sapea, né dove più cercarsi. E ben dicea fra sé: «Forse costei

in questo bosco grande s´è nascosa; e s´ella v´è, mai non la troverei, se menar non vedessi alcuna cosa, e più d´un mese cercar ne potrei

la piaggia tutta per le fronde ombrosa; e non ci veggio donde entrata sia, né fatta per lo bosco alcuna via. Né ´l cor giammai mi dare´ d´avvisare

in qual parte sia ita, tante sono le vie dond´ella se ne puote andare: e se a cercar di lei più m´abandono, per avventura il contrario cercare

potre´ dov´ella fosse, onde tal dono, chente aver mi parea, non prender mai, ond´io rimaso son con molti guai. Né so s´io me ne vo, né s´io m´aspetti

se riuscir la veggio in nessun lato, benché sì folti son questi boschetti, che vi staria a cavallo un uom celato sanza d´esser veduto aver sospetti;

e pognàn pur ch´ella uscisse d´aguato: più ch´un buon mezzo miglio di lontano da me uscirebbe, ond´io correrei ´nvano». E poi guardò il sol, che presso all´ora

di nona era venuto, onde dicea: «Poi che io son d´ogni speranza fora d´aver colei, la qual i´ mi credea, i´ non vo´ più quinci oltre far dimora»,

tornandogli a memoria quel ch´avea raccontatogli il padre, il dì davanti, come fûr morti insieme i due amanti. Dall´altra parte Amor gli facea dire:

«I´ non curo Diana, pur che io sol una volta empiessi il mio disire, ché poi contento sarebbe il cor mio; e se mi convenisse poi morire,

n´andre´ contento ringraziando Iddio; ma di lei più che di me mi dorrebbe: s´ella morisse per me, mal sarebbe». Cota´ ragionamenti rivolgendo

Africo in sé, vi dimorò gran pezza, né che si far né che dir non sappiendo, tanto Amor lo lusinga e sì l´avvezza; e nella fin pur partito prendendo,

che, per non dar al padre suo gramezza, d´a casa ritornar contro a sua voglia; così si mise in via con molta doglia. Così sen torna Africo malcontento,

rivolgendosi indietro ad ogni passo, istando sempre ad ascoltare attento se Mensola vedea, dicendo: «Lasso a me tapino, in quanto rio tormento

rimango, e d´ogni ben privato e casso!». E – Tu rimani, o Mensola? – chiamando, più e più volte indietro ritornando. Molto sarebbe lungo chi volesse

le volte raccontar che e´ tornava indietro e innanzi, tant´erano spesse, per ogni foglia che si dimenava; e quanta doglia dentro al cor avesse,

ognuno il pensi, e quanto gli gravava di partir quindi; ma per dir più brieve, a casa si tornò con pena grieve. Alla qual giunto, in camera ne gìa

sanza da padre o madre esser veduto, e ´n sul suo picciol letto si ponia, sentendosi già al cor esser venuto Cupìdo, il qual già sì forte ´l feria,

che volentieri arebbe allor voluto, morendo, uscir di tanta pena e noia, veggendosi privato di tal gioia. E tutto steso in sul letto bocconi,

Africo sospirando dimorava; e sì lo punson gli amorosi sproni, che – Omè, omè – per tre volte gridava sì forte, ch´agli orecchi que´ sermoni

della sua madre vennon, che si stava ´n un orticello allato alla casetta, e ciò udendo in casa corse in fretta. E nella cameretta ne fu andata,

del suo figliuol la boce conoscendo, e giunta là, si fu maravigliata, il suo figliuol boccon giacer veggendo; per che con boce rotta e sconsolata

lui abbracciò, – Caro figliuol, – dicendo – deh, dimmi la cagion del tuo dolere, e donde vien cotanto dispiacere. Deh, dimmel tosto, caro figliuol mio,

dove ti senti la pena e ´l dolore, sì che io possa, medicandoti io, cacciar da te ogni doglia di fore; deh, leva ´l capo, dolce mio disio,

ed un poco mi parla per mio amore: i´ son la madre tua che t´allattai, e nove mesi in corpo ti portai. – Africo, udendo quivi esser venuta

la sua tenera madre, fu cruccioso perch´ella s´era di lui avveduta; ma fatto già per amor malizioso, tosto nel cor gli fu scusa caduta,

e ´l capo alzò col viso lagrimoso, e disse: – Madre mia, quando tornava, istaman, caddi, e tutto mi fiaccava. Poi mi rizzai, e rimasemi al fianco

una gran doglia, ch´appena tornare potei ´nfin qui, e divenni sì stanco che sopra me non pote´ dimorare, ma come neve al sol veniva manco;

per ch´io mi venni in sul letto a posare, e parmi alquanto la doglia ita via, che prima tanto forte m´impedia. E però, madre mia, se tu m´hai caro,

ti priego che di qui facci partenza, e, per Dio, questo non ti sia discaro, ché ´l favellar mi dà gran penitenza, né veggio alla mia doglia altro riparo;

or te ne va´, sanza più resistenza far al mio dir, ché per certo conosco che ´l più parlar m´è velenoso tòsco. – E questo detto, il capo giù ripose,

sanza più dir, ma forte sospirando. La madre, avendo udito queste cose, con seco venne alquanto ripensando, dicendo: «E´ mi s´accosta che gravose

e maggior pena gli sia favellando, ché forse gli rimbomba quella boce dove la doglia nel fianco gli nuoce». E della camera uscita, in sul letto

lasciò ´l figliuol pien di molti sospiri, il qual po´ che si vide esser soletto, d´Amor si dolea forte e de´ martirî, i qua´ crescean nel non usato petto

con maggior forza e più caldi disiri che prima non facean, dicendo: «I´ veggio ch´Amor mi tira pur di mal in peggio. I´ mi sento arder dentro tutto quanto

dall´amorose fiamme, e consumare mi sento ´l petto e ´l core da ogni canto, né non mi può di questo alcuno atare, né conforto donar, poco né quanto;

sol una è quella che mi può donare, s´ella volesse, aiuto e darmi pace, e di me sol può far quanto le piace. E tu sola, fanciulla bionda e bella,

morbida, bianca, angelica e vezzosa, con leggiadro atto e benigna favella, fresca e giuliva più che bianca rosa ed isplendente sopra ogni altra stella,

se´, che mi piaci più ch´ogni altra cosa, e sola te con disidèro bramo, e giorno e notte ed ognora ti chiamo. Tu se´ colei ch´alle mie pene e guai

sola potresti buon rimedio porre; tu se´ colei che nelle tue mani hai la vita mia, e non la ti posso tôrre; tu se´ colei la qual, se tu vorrai

me da misera morte potrai storre; tu se´ colei che mi puo´ atar, se vuoi: così volessi tu, come tu puoi!». E poi diceva: «Oh me lasso dolente,

che tu se´ tanto dispietata e dura, e tanto se´ selvaggia dalla gente, che hai di chi ti mira gran paura; e di mia vita non curi niente,

la qual in carcer tenebrosa e scura istà per te, e tu, lasso, nol credi ch´i´ per te senta quel che tu non vedi». Poi, sospirando, a Vener si volgea,

dicendo: – O santa iddea, la quale suoi ogni gran forza vincer, che volea difesa far contro a li dardi tuoi, e niun da te difendersi potea,

ora mi par che vincer tu non puoi una fanciulla tenera, la quale la forza tua contra lei poco vale. Tu hai perduto ogni forza e valore

contro di lei; e lo ´ngegno sottile, che suol aver il tuo figliuol Amore contro ad ogni cor villano e gentile, perduto l´ha contro al gelato core,

il qual ogni tua forza tien a vile, e sprezza l´arco e l´agute saette che solea far con esse tue vendette. Tu ti credesti forse lei pigliare

agevolmente come me pigliasti e nel gelato petto tosto entrare co´ tuoi ´ngegni, come nel mio entrasti: ma ella fe´ le frecce rintuzzare

con le qua´ di passarla t´ingegnasti; ed io, tapin, che non fe´ difensione, rimaso son in eterna prigione. Né spero d´essa giammai riuscire,

né pace aver né triegua né riposo, ma ben aspetto che maggior martìre mi cresca ognor col pensier amoroso, il qual al fin farà del corpo uscire

l´anima trista con pianto noioso, e gir fra l´ombre nere a suo dispetto: e questo fia di me l´ultimo effetto. Ed io ti cheggio, Morte, poi che dèi

medicina esser di mia amara vita; perché contro a mia voglia viverei, se non mi dài nel cor la tua ferita, e sempre mai di te io mi dorrei,

e se tu vien, sarai da me gradita; dunque, vien tosto, e scio´ questa catena, con la qual son legato in tanta pena. – Poi, detto questo, forte lagrimando,

si ricordò del dardo il qual lanciato gli avea la bella ninfa, e poscia quando con pietose parole avea parlato ch´egli schifasse il dardo, che volando

venìa vêr lui per l´aria affusolato; quelle parole gli davan fidanza alcuna di pietà con isperanza. Così piangendo e sospirando forte

lo ´nnamorato giovane in sul letto, bramando vita e chiamando la morte, isperando e temendo con sospetto, lo dio del sonno uscì delle gran porte

e fece adormentare il giovinetto, il qual per le fatiche era sì stanco, che quasimente venìa tutto manco. La maestrevol madre colto avea

d´erbe gran quantità, per un bagnuolo far a quel mal, il qual ella credea che nel fianco sentisse il suo figliuolo, sì come quella che non conoscea

onde veniva l´angoscioso duolo; e mentre che tal opera dispone, a casa ritornava Girafone. Il qual del caro figlio domandava,

se in quel giorno a casa era tornato. La donna, ch´Alimena si chiamava, di sì rispose, e poi gli ha raccontato il fatto tutto, e come gli gravava

sì lo parlar che solo l´ha lasciato, perché si possa a suo modo posare: – Però ti priego che tu ´l lasci stare. I´ ho fatto un bagnuol molto verace

a quella doglia, il qual, poscia ch´alquanto riposato sarà quanto a lui piace, il bagneren´ con esso tutto quanto; questo bagnuol ogni doglia disface

e sanerallo dentro in ogni canto: però lo lascia star quanto si vuole, ché quando parla, il fianco più gli duole. – Il paterno amor non sofferse stare

che non vedesse subito ´l figliuolo; udendo quelle cose raccontare alla sua donna, al cor sentì gran duolo, e nella cameretta volle andare,

ov´Africo dormia ´n sul letticciuolo; e veggendol dormir, lo ricopria e tostamente quindi se n´uscia. E disse alla sua donna: – O cara sposa,

nostro figliuol mi pare adormentato, e molto ad agio in sul letto si posa, si ch´a destarlo mi parria peccato, e forse gli saria cosa gravosa,

se io l´avessi del sonno isvegliato. – – E tu di´ ver, – rispondeva Alimena – lascial posar, e non gli dar più pena. – Poscia che ´l sonno ebbe Africo tenuto

nelle sue reti gran pezza legato, e fu nel petto suo tutto soluto, un gran sospir gittando, fu svegliato; e poi che vide non esser veduto,

nel suo primo dolor fu ritornato, e non gli era però di mente uscito il dolce sguardo che l´avea ferito. Ma per non far la cosa manifesta

al padre, che sentito già l´avea, su si levò faccendo sopravesta, col viso infinto, ad Amor che ´l pungea; e poi ch´alquanto il bel viso e la testa

e gli occhi col lenzuol netto s´avea, perch´era ancor di lagrime bagnato, poi uscì fuori, un pochetto turbato. Girafon, quando ´l vide, tostamente

gli si faceva incontro, domandando del caso suo e poi come si sente; ed Alimena ancora, lui mirando, il domandava, e que´ diceva: – Niente

quasi mi sento, e dicovi che, quando i´ mi destai, mi senti´ andato via la doglia che sì forte m´impedia. – Nondimen fece il padre apparecchiare

il bagnuol caldo perché si bagnasse: ed e´ vi si bagnò, per dimostrare ch´altra pena non fosse che ´l noiasse. O Girafon, tu nol sai medicare,

e non potresti far che si saldasse con bagnuol la ferita che fe´ Amore: e non la vedi, ch´è nel mezzo al core! Ma lasciàn qui che, poi che fu bagnato,

passò quel giorno assai malinconoso; e l´altro e ´l terzo e ´l quarto egli ha passato con molte pene senz´alcun riposo, e già, ogni diletto abandonato,

sanza mai rallegrarsi sta pensoso; né mai partiva il pensier da colei, per cui dì e notte chiamava gli omei. Già padre e madre e tutt´altre faccende

gli uscian di mente sanz´averne cura, né più a niuna cosa non attende, lasciandole menare alla ventura; ma ogni suo pensier in quella spende,

la qual il tien in tal prigione oscura, e solo in lei ha posto ogni sua speme, e di lei ha paura, e lei sol teme. Esso, quando poteva in nessun loco

che veduto non fosse ritrovarsi, quivi, sfogando l´amoroso foco, dogliendosi d´Amor poneva a starsi; e sol questo era suo sollazzo e gioco,

quando potea con agio lamentarsi e ricordar i casi intervenuti, ch´eran tra lui e la sua amante suti. Continovando adunque in tal lamento

Africo, ognora crescendogli pena, e già sì stanco l´aveva il tormento, ch´avea perduto la forza e la lena; vivea contra sua voglia, malcontento,

e già sì stretto l´avea la catena d´Amor, che quasi punto non mangiava, e più di giorno in giorno lo stremava. Già fuggito era il vermiglio colore

del viso bello, e magro divenuto, e ´n esso già si vedea ´l palidore e gli occhi in dentro col mirar aguto; e trasformato sì l´avea il dolore,

ch´appena si saria riconosciuto a quel ch´esser solea prima che preso fosse d´Amor, e dalle fiamme offeso. Sì gran dolor il padre ne portava,

che raccontar non vel potre´ giammai; e con parole spesso il confortava, dicendo: – Figliuol mio, dimmi che hai e che è quella cosa che ti grava:

ch´i´ ti prometto che, se ´l mi dirai, pur che sia cosa che possibil sia, per certo tu l´arai in fede mia. E s´ell´è cosa che non si potesse

aver per forza o per ingegno umano, provederem s´altro modo ci avesse a cacciar via questo pensier villano, acciò che tanta noia non ti desse,

e che tu torni, com´esser suoi, sano; e non può esser che qualche consiglio non ti doni buon, caro mio figlio. – Simile ancora la sua madre cara

il domandava spesso qual cagione fosse della sua vita tanto amara, che ´l conduceva a tanta turbagione, dicendo: – Figlio, tanto me discara

questa tua angoscia, ch´a disperazione i´ credo venir tosto, poi ch´i´ veggio che ogni giorno vai di mal in peggio. – Niun´altra cosa Africo rispondea,

se non che nulla di mal si sentia, e la cagion di questo non sapea; alcuna volta pur acconsentia ch´un poco il capo o altro gli dolea,

perché di più domandarlo ristia; onde più volte egli era medicato non di quel mal che saria bisognato. Adunque, in cotal vita dimorando,

Africo, un giorno, essendo con l´armento del suo bestiame, quind´oltre guardando, sen giva in qua e ´n là con passo lento; sempre della sua amante gìa pensando,

per la qual dimorava in tal tormento; poi una fonte vide molto bella presso di lui, più chiara ch´una stella. Ell´era tutta d´alber circundata,

e verdi fronde che faceano ombria ad essa; e poi ch´alquanto l´ha mirata, a piè di quella a seder si ponia, pensando alla sua vita sventurata,

e dove Amor condotto già l´avia; poi si specchiava nell´acqua, e pon cura quanto fatta era la sua faccia scura. Per che, pietà di se stesso gli venne,

veggendosi sì forte sfigurato, e le lagrime punto non ritenne, ma forte a pianger ch´egli ha cominciato, maladicendo ciò che gl´intervenne

il primo giorno che fu ´nnamorato, dicendo: «Lasso a me, a che periglio veggio la vita mia sanza consiglio!». E con la man la gota sostenendo,

in sul ginocchio il gomito posava, e sì diceva, tuttavia piangendo: «Oh me dolente, la mia vita prava! ch´ella si va come neve struggendo

al sol, tanto questa doglia la grava, e come legno al fuoco mi divampo, né veggio alcun riparo allo mio scampo. Io non posso fuggir che io non ami

questa crudel fanciulla che m´ha preso il cor, e ch´io non lei sempre ma´ brami sopra ogni cosa; e poi veggio ch´offeso i´ son sì forte da questi legami,

che giorno e notte i´ sto in foco acceso, sanza speranza d´uscirne giammai, se morte non pon fine a questi guai». E poi, guardando, vide nel suo armento

le belle vacche e´ giovenchi scherzare; vedea ciascuno il suo amor far contento, e l´un con l´altro si vedea baciare; sentia gli uccei con dolce cantamento

ed amorosi versi rallegrare, e gir l´un dietro all´altro sollazzando, e gli amorosi effetti gir pigliando. Africo, questo veggendo, dicea:

«O felici animai, quanto voi sete più di me amici di Venere iddea, e quanto i vostri amor più lieti avete, e con maggior piacer ch´i´ non credea,

e quanto più di me lodar dovete or de´ vostri amori e bei piaceri, ch´e´ v´ha prestati sì compiuti e ´nteri! Voi ne cantate e menatene gioia,

manifestando la vostra allegrezza, ed io ne piango con tormento e noia, e giorno e notte menando gramezza, e veggio pur ch´al fin convien ch´i´ muoia:

così mi liberrò d´ogni gravezza, sanz´aver mai avuto alcun diletto, di quella che m´ha ´l cor tanto costretto!». E dopo un gran sospir, sì fortemente

a pianger cominciava il giovinetto, e le lagrime sì abondevolmente gli uscian degli occhi, che le guance e ´l petto parevan fatte un fiumicel corrente

tant´era dalla gran doglia costretto; poi nella fonte bella si specchiava, e con l´ombra di se stesso parlava. Poi che si fu con lei molto doluto,

e la fonte di lagrime ripiena, e molti pensier vari avendo avuto, alquanto di più pianger si raffrena, per un pensier che nel cor gli è venuto

ch´alquanto mitigò la grieve pena, tornandogli a memoria la speranza, che gli diè Vener sopra sua leanza. Ma veggendo l´effetto non venire

di tal promessa, e sé condotto a tale che ´n brieve tempo gli convien morire, disse: «Forse che Vener, del mio male non si ricorda, né del mio martire,

né vede come morte ria m´assale». Per che, con sacrificio ed onor farle, propose la ´mpromessa rammentarle. E ´n piè levato, se ne giva in parte,

donde vedeva il ciel meglio scoperto: e quivi, con fucile e con su´ arte, il foco accese molto chiaro e aperto, e poi con un coltel taglia e diparte

dimolte legne, e ´l foco n´ha coperto; e ratto poi prese una pecorella del suo armento, molto grassa e bella. E quella presa, la condusse al foco

e quivi tra le gambe la si mise, e come que´ che ben sapeva il gioco, nella gola ferendola l´uccise, e ´l sangue uscendo fuori a poco a poco

sopra ´l foco lo sparse; e poi divise la pecorella, e duo parti n´ha fatto, e nel foco la mise molto ratto. L´una parte per Mensola vi misse,

l´altra in suo nome volle che v´ardesse, per veder se miracol n´avenisse per lo quale speranza ne prendesse, o buona o rea, pur che ella venisse,

acciò sapesse che sperar dovesse; e poi si mise in terra ginocchione, faccendo a Vener cotale orazione: – O santa iddea, la cui forza e valore

ogni altra passa mondana e celesta, o Vener bella, col tuo figlio Amore, che fere i cori e gli animi molesta, a te ricorro con divoto core,

sì come quella c´hai in tua podesta il cor di tutti, ché questo mio priego degni ascoltar, e non mi facci niego. Tu sai, iddea, come agevolmente

i´ mi lascia´ pigliar al tuo figliuolo, il giorno che Diana parimente vidi alla fonte con l´adorno stuolo delle sue ninfe, e come tostamente

nel cor sentii delle tue frecce il duolo, per una ch´io vi vidi tanto bella che sempre poi m´è stata nel cor quella. E quanti sien poi stati i miei martiri,

ch´i´ ho per lei patiti e sostenuti, e l´angosciose pene ed i sospiri, assai ben chiar gli puo´ aver conosciuti; e quanto la fortuna a´ miei disiri

contraria è stata, posson esser suti ver testimoni i boschi tutti quanti di questa valle, sì gli ho pien di pianti! Ancora il viso mio assai palese

fa manifesto come la mia vita è stata e sta ancora in fiamme accese, e che tosto morendo fia finita, e fuor di tutte quante le tue offese,

se prima la tua forza non l´aita; e se non pon´ rimedio alla mia pena, morte mi scioglierà di tal catena. Tu prima fosti che principio desti

alla mia angoscia, e che in visione venendo a me col tuo figliuol, dicesti ch´io seguissi la mia oppinione; e detto questo, poi mi promettesti,

come tu sai, che sanza tardagione, che tosto il mio amor verria in effetto; poi mi lasciasti ferito in sul letto. Per che del tuo parlar presi speranza,

e l´animo disposi ad amar quella avendo in te di ciò ferma fidanza ed un giorno trovandola, quand´ella mi vide, di me prese gran dottanza,

ed a fuggir si diè crudele e fella, e sì veloce che una saetta, quand´esce d´arco, non va tanto in fretta. Né mai pote´, con lusinghe o preghiera,

far ch´ella mai aspettar mi volesse, ma com´un veltro se ne gìa leggiera, mostrando ben che poco le calesse della mia vita; e poi ardita e fera,

veggendo ch´a seguirla aveva messe tutte mie forze, si volse, ed un dardo ver me lanciò col bel braccio gagliardo. Allor potestù ben vedere, o dea,

che morto da quel colpo saria stato, se un albero non fosse, il qual avea davanti a me, che ´l colpo ebbe arestato. Poi passò ´l monte, e più non la vedea,

lasciando me tapino e sconsolato; né pote´ poi ritrovarla giammai, ond´io rimaso son con molti guai. Ond´io ti priego, iddea, per tutti i prieghi

che far si posson per l´umana gente, ch´un poco gli occhi tuoi verso me pieghi, e mira la mia vita aspra e dolente pietosamente, e che nel cor tu leghi

di Mensola il tuo figlio strettamente, sì ch´a lei facci come a me sentire le fiaccole amorose col martìre. E se tu questo non volessi fare,

ti priego almen che, quando la mia vita verrà a morte, che poco più stare potrà che le converrà far partita di questo mondo e ´l corpo abandonare,

che la mia amante veggia mia finita, e che la morte mia non le sia gioia almen, poi che la vita mia l´è noia. – A pena avea finita l´orazione

Africo, quando, nel foco mirando, vide che ´n esso era arso ogni tizzone, e che la pecorella, su levando, l´una parte con l´altra s´accozzone,

come fu mai, e poi, forte belando, sanz´arder punto stette ritta un poco, e poi, ardendo, ricadde nel foco. Questo miracol donò gran conforto

ad Africo ch´ancora lagrimava, parendogli vedere assai iscorto, che Vener l´orazion sua accettava, la qual divotamente l´avea porto;

per che sovente la dea ringraziava, parendogli il miracol buon segnale da dover aver fine omai ´l suo male. E perché già il sol era calato

in occidente, e poco si vedea, tutto l´armento suo ebbe adunato, e ´nverso il suo ostello il conducea, dove, nel volto assai più che l´usato

e nella vista allegro, vi giugnea, e dove fu dal padre suo raccolto e dalla madre ancor con lieto volto. Ma poi che nel ciel già tutte le stelle

si vedean e la notte era venuta, cenaron tutti, e dopo assai novelle d´una cosa e d´un´altra intervenuta, Africo, ch´avea poco il core a quelle,

la stanza quivi gli era rincresciuta; per che a dormir s´andò tutto soletto, da speranza e pensier nuovi costretto. Ma prima che dormir punto potesse,

o che sonno gli entrasse nella testa, migliaia di volte credo si volgesse pel letticciuol, d´altra parte or da questa, mostrando ben che tutto il core avesse

fisso a colei che tanto lo molesta; ma pure, atato forte da speranza, del sì e del no stava in dubitanza. Pur alla fine, già press´al mattino,

il sonno vinse gli occhi dell´amante: e leggiermente dormendo supino, Venere iddea gli venne davante, e ´n collo avea Amor, picciol fantino,

con l´arco e le saette minacciante; poi gli pareva che Venere iddea cota´ parole verso lui dicea: – Lo sacrificio tuo e l´orazione

che mi facesti fu da me accettata, per modo che n´arai buon guiderdone da me, di quel che fu´ da te pregata: ed abbi certa e ferma oppinione

che la mia forza non ti fia negata in tuo aiuto e quella del mio figlio, se tu seguir vorrai il mio consiglio. Fatti una vesta fatta in tale stile

ch´ella sia larga e lunga insino a´ piedi, tutta ritratta ad atto feminile; poi d´un arco e d´un dardo ti provedi, a modo d´una ninfa tutto umile;

poi ti metti a cercar se tu la vedi. Tu parrai, come lor, ninfa per certo, se tu saprai con lor andar coperto. E se tu truovi Mensola, con lei

piacevolmente a parlare enterrai di cose sante e di cose d´iddei, e con lei ragionando ti starai. E perché sappi ben ciò che far déi,

questo mio figlio nel cor tu arai, e ben t´insegnerà dire ogni cosa che fia a lei piacente e graziosa. E quando ´l tempo ti vedi più bello,

e tu a lei allor ti manifesta: ella si fuggirà, sì come uccello seguito dal falcon per la foresta, ma fa´ che tu non fossi tanto fello

che, quando ti palesi, ella più presta fosse a fuggir che tu presto a pigliarla: che non ti varria poi più lo ´ngannarla. Non temer di sforzarla, ché ´l mio figlio

la ferirà in tal modo e tal maniera che non potrà uscir del tuo artiglio, e di lei arai ogni tua voglia intera. Or fa´ che tu t´attenga al mio consiglio,

e adempierai ciò che ´l tuo disio spera. – E poi sparì, quand´Africo sentissi, ch´era già dì, e tosto rivestissi. E come que´ che molto ben avea

la vision di Venere compresa, e molto questo modo gli piacea, onde si fu allor la fiamma accesa più nel suo core, sì che tutto ardea

per la speranza che già n´avea presa: per che pensava come aver potesse una gonnella, la qual si mettesse. Ma dopo assai pensar, si ricordava

che la sua madre aveva un bel vestire, il qual non mai o poco lo portava, e fra sé disse: «S´i´´l posso carpire, ottimo fia»; poi la madre aspettava,

se fuor di casa la vedesse uscire, per quel vestir in tal parte riporre che d´imbolìo non l´avesse più a tòrre. E fugli assai in questo la fortuna

favorevole e buona: ché, già sendo ispenti tutti i raggi della luna e delle stelle, e già ´l giorno venendo, si levò Girafone, e sanza alcuna

stanza quivi, fuori di casa uscendo, dandosi a fare certi suoi lavori; così la donna ancor s´uscì di fuori. Africo non fu lento a questo tratto,

veggendo ognun di lor di fuor andato; ma dov´era il vestire n´andò ratto, e, sanza cercar troppo, l´ha trovato; e ben gli venne ciò che volea fatto,

ché, sanz´esser veduto, l´ha portato fuor dalla casa un gran pezzo lontano, e nascoselo in luogo molto strano. Poi verso casa faccendo ritorno,

gli pareva il suo avviso aver fornito, né però metter si volle quel giorno a Mensola trovar, ma ´n casa gito ritrovò tosto un suo bell´arco adorno,

ed un turcasso a saette guernito, e d´ogni cosa si fu proveduto. Passò quel giorno, e l´altro fu venuto. Febo era già, co´ veloci cavalli,

col fin di Leo venuto in oriente, e già faceva gli alti monti gialli, e rosseggiava l´aria in occidente, ma non luceva ancor per tutte valli,

quand´Africo, levato prestamente, l´arco e ´l turcasso prese, e fuor si caccia alla madre dicendo: – I´ vo alla caccia. – E dove il dì d´innanzi aveva messo

il vestir della madre ne fu gito, e quivi giunto, i panni di lui stesso si trasse, e tosto quel s´ebbe vestito e una vitalba si cinse sopr´esso,

per poter esser più presto e spedito; e certamente che Vener l´atava acconciar quel vestir, sì ben gli stava. Po´ i suoi capelli, non già pettinati,

pendean in giù con non troppa grandezza, ma biondi sì che d´or parean filati, e ricciutelli con somma bellezza; ma come che, per gli affanni passati,

nel viso avesse ancor la palidezza, pur nondimen, quel color era tale che più gli dava feminil segnale. E poi che s´ebbe acconcio in tal maniera,

il turcasso si cinse al destro lato, e l´arco in mano, e una freccia leggiera; e poi ch´alquanto sé ebbe mirato, gli parve essere quel ched e´ non era,

e femina di maschio trasmutato. E certo chi non l´avesse saputo, per maschio non l´arìa mai conosciuto. Poscia i suoi panni in quel loco rimise,

donde ´l vestir feminile avea tratto; poi verso i monti fiesolan si mise così acconcio, non già troppo ratto, e molte fiere in questo mezzo uccise,

prima che su fosse salito affatto; ma poi che fu in sul monte maggiore de´ tre, sentì di là un gran romore. Africo, vòlto verso quelle stride,

vide più ninfe ind´oltre gir cacciando ed accennar vêr lui con alte gride: – Sta´ ferma, al passo la fiera aspettando. – Africo pose mente, e venir vide

un fier cinghiar fortemente rugghiando, con frecce molte fitte nel suo dosso. Alrico sbarra l´arco suo dell´osso, e d´una freccia, nel petto, al cinghiale

ferì, che li passò insino al core, ché pelle dura o callo non gli vale, e poco andò che gli mancò ´l furore, e cadde in terra pel colpo mortale;

e come piacque a Vener ed Amore Mensola era in luogo che assai scorto vide quel colpo, e ´l cinghiar cader morto. Quivi trasse di ninfe gran brigata,

credendo ben ch´Africo ninfa fosse, e Mensola con lor si fu adunata, e poi alle compagne a parlar mosse, ed a lor la novella ha raccontata,

dicendo: – I´ vidi com´ella il percosse, né sì bel colpo vidi alla mia vita quanto fe´ questa ninfa qui apparita. – Quanto Africo sentisse di piacere

dentro dal cor, udendosi a colei lodar cotanto che già dispiacere le fu vederlo, dir non vel potrei, ma color sol lo posson ben sapere

c´hanno d´Amor sentiti i colpi rei; e a chi non lo sapesse fo palese che presso fu più volte non la prese. Ma credo il tenne, più ch´altro, paura

delle compagne e degli archi ch´avièno; ma poi ch´alquanto con lor s´assicura cominciò a dir di quel ch´elle dicièno, e ragionar con lor della sventura

di quel cinghiar che morto lì tenièno, e come lo trovaro, e tutti i tratti ch´ognuna avea adosso al cinghiar fatti. Mensola disse: – Or ci fosse Diana,

che noi le faren questo bel presento. – Africo, udendo che di lì lontana era Diana, fu molto contento; ma poi ch´ebbon assai di questa strana

bestia tenuto lì ragionamento, fecion da parte un berzaglio tra loro e cominciaro a saettar costoro. Ognuna quivi l´animo assottiglia

con gli archi loro, e qual dardo lanciava. Mensola tosto il suo dardo in man piglia, e più presso che l´altre al segno dava; Africo di ciò si fe´ maraviglia,

e tosto l´arco suo ´n man si recava, e allato al dardo di Mensola ha messo la freccia, sì ch´amenduo fûr più presso. E come Amor sa ben far quando vuole

far l´un dell´altro tosto innamorare, quel giorno usò gl´ingegni ch´usar suole, quando le cose ad effetto menare vuole e non menarle per parole;

così quel giorno seppe sì ben fare, che d´Africa e di Mensola lo strale sempre mai eran più presso al segnale. Per la qual cosa Mensola, veggendo

che sempre di lor due era l´onore, ognora più le veniva piacendo e già gli aveva posto molto amore. Africo, sempre gli occhi a lei tenendo,

piacevolmente le dava favore e acconsentiva ciò ch´ella dicea, ed ella a lui il simile facea. Ma poi ch´ell´ebbon molto saettato,

a rincrescer cominciò loro il gioco; per che tutte partîrsi da quel lato, ed ivi presso ne giron a un loco dov´era una caverna, e lì trovato

una di quelle ninfe ch´avea il foco acceso e messo a cuocer del cinghiale, e con esso non so ch´altro animale. Aveva il sole già la terza via

fatta del corso suo, quando costoro s´adunar tutte ad una bell´ombria che facea lì un grandissimo alloro; e sopra un masso grande si ponia

la cotta carne, senz´altro savoro, e pan che di castagne allor facièno, ché grano ancor le genti non avièno. Per bere, usavan acqua con mèl cotta

e con cert´erbe, e quello era lor vino; e li nappi con che beveano allotta di legname era, il grande e ´l piccolino; e apparecchiata tutta quella frotta

delle ninfe, mangiando di cor fino, Africo a Mensola si sedea allato, con l´altre avendo il masso circondato. Venuto il fin dell´allegro mangiare,

le ninfe tutte quante si levaro, e per lo monte, con dolce cantare, a due a tre a quattro se n´andaro, chi qua chi là, come ad ognuna pare;

Africo e Mensola non si scevraro, ma con tre altre ninfe si partiro: su per lo colle inver Fiesol ne giro. Com´i´ v´ho detto, Mensola invaghita

era d´Africo sì, pel saettare che sì ben avea fatto, e per l´ardita presenza sua, e pel dolce parlare, che già l´amava come la sua vita,

né saziar si potea di lui guatare; ma non pensi niun che già mai questo amor fosse con pensier disonesto, però che fermamente ella credea

che ninfa fosse ind´oltre del paese, perché segnal mascolin non avea nella persona, che fosse palese; ché, se saputo quel che non sapea

avesse, non saria suta cortese, com´ella fu, con l´altre a fargli onore, ma dànno gli arìan fatto e disonore. S´Africo innamorato di lei era

non bisogna più dir, ch´assai n´ho detto; ma ´nsieme andando per cotal maniera, portava ascoso il foco dentr´al petto, e più ardeva che non fa la cera;

veggendosi mirar al suo diletto, e parlar e toccar e farsi onore, per peritezza gli batteva il core. E fra sé dicea: «Come farò io?

i´ non so ch´i´ mi dica, o ch´i´ mi faccia: se io scuopro a costei il mio disio, i´ temo forte che poi i´ non le piaccia, e che ´l suo amor non mi tornasse in rio

odio, e con l´altre mi desson la caccia; e s´io non me le scuopro questo giorno, non so quando a tal caso mi ritorno. Se queste ninfe almen si gisson via,

che son con noi, i´ pur mi rimarrei qui solo nato con Mensola mia, e più sicuramente mi potrei a lei scoprire, e mostrar quel ch´i´ sia;

e se fuggir volesse, allor sarei a pigliarla sì accorto, che fuggire non si potrebbe, né da me partire. Ma io mi credo che punto da noi

in questo giorno non si partiranno; e s´io m´indugio, non so se mai poi queste venture innanzi mi verranno; meglio è che tu facci or quel che tu puoi,

ché molti per indugio perduto hanno». E fu tutto che mosso per pigliarla; poi si ritenne, e non volle toccarla. «Ora m´insegna, Vener, or m´aiuta,

ora mi dona il tuo caro consiglio; ora mi par che l´ora sia venuta, nella qual debbo a costei dar di piglio.» E poi, pensando, il pensier suo rimuta,

parendogli a far questo pur periglio: e ´l sì e ´l no nel capo gli contende, e l´amoroso foco più lo ´ncende. Ell´eran già tanto giù per lo colle

gite, ch´eran vicine a quella valle ch´e´ duo monti divide, quando volle d´Africo Amor le voglie contentalle, né più oltre che quel giorno indugiolle,

trovando modo ad effetto menalle; ché, mentre in tal maniera insieme gièno, nella valle acqua risonar sentièno. Né furon guari le ninfe oltre andate,

che trovaron due ninfe tutte ignude, che ´n un pelago d´acqua erano entrate, dove l´un monte con l´altro si chiude; e giunte lì, s´ebbon le gonne alzate,

e tutte quante entrâr nell´acque crude, con l´altre ragionando del bagnare: – Che faren noi? Voglianci noi spogliare? – Perch´allor era la maggior calura

che fosse in tutto ´l giorno, e dal diletto tirate di quell´acqua alla frescura, e veggendosi sanz´alcun sospetto, e l´acqua tanto chiara e netta e pura,

diliberaron far com´avean detto, e per bagnarsi ognuna si spogliava; e Mensola con Africo parlava, e sì diceva: – O compagna mia cara,

bagnera´ti tu qui con esso noi? – Africo disse con la boce chiara: – Compagna mia, i´ farò quel che vòi, né cosa che vogliate mi fia amara. –

E fra se stesso sì diceva poi: «S´elle si spoglian tutte, al certo ch´io non terrò più nascoso il mio disio». Ed avvisossi di prima lasciarle

tutte spogliar, e poi egli spogliarsi, acciò che le lor armi adoperarle contra lui non potessono, ed a trarsi cominciò lento il vestir, per poi farle,

quando nell´acqua entrasse per bagnarsi, per vergogna fuggir pe´ boschi via: e Mensola per forza riterria. E ´nnanzi che spogliato tutto fosse,

le ninfe eran nell´acqua tutte quante; e poi spogliato verso lor si mosse, mostrando tutto ciò ch´avea davante. Ciascuna delle ninfe si riscosse,

e, con boce paurosa e tremante, cominciarono urlando: – Omè, omè, or non vedete voi chi costui è? – Non altrimenti lo lupo affamato

percuote alla gran turba degli agnelli, ed un ne piglia, e quel se n´ha portato, lasciando tutti gli altri tapinelli: ciascun belando fugge spaventato,

pur procacciando di campar le pelli; così correndo Africo per quell´acque, sola prese colei che più gli piacque. E tutte l´altre ninfe molto in fretta

uscîr dell´acqua, a´ lor vestir correndo; né però niuna fu che lì sel metta, ma coperte con essi via fuggendo, ché punto l´una l´altra non aspetta,

né mai indietro si givan volgendo; ma chi qua e chi là si dileguoe, e ciascuna le sue armi lascioe. Africo tenea stretta nelle braccia

Mensola sua nell´acqua, che piangea, e baciandole la vergine faccia, cota´ parole verso lei dicea: – O dolce la mia vita, non ti spiaccia

se io t´ho presa, ché Venere iddea mi t´ha promessa, cuor del corpo mio; deh, più non pianger, per l´amor di Dio. – Mensola, le parole non intende

ch´Africo le dicea, ma quanto puote con quella forza ch´ell´ha si difende, e fortemente in qua e ´n là si scuote dalle braccia di colui che l´offende,

bagnandosi di lagrime le gote; ma nulla le valea forza o difesa, ch´Africo la tenea pur forte presa. Per la contesa che facean si desta

tal che prima dormia malinconoso, e, con superbia rizzando la cresta, cominciò a picchiar l´uscio furioso; e tanto dentro vi diè della testa,

ch´egli entrò dentro, non già con riposo, ma con battaglia grande ed urlamento e forse che di sangue spargimento. Ma poi che messer Mazzone ebbe avuto

Monteficalli, e nel castello entrato, fu lietamente dentro ricevuto da que´ che prima l´avean contastato; ma poi che molto si fu dibattuto,

per la terra lasciare in buono stato, per pietà lagrimò, e del castello uscì poi fuor, umìl più ch´un agnello. Poi che Mensola vide esserle tolta

la sua verginità contro a sua voglia, forte piangendo ad Africo fu volta e disse: – Poi c´hai fatto la tua voglia ed hai ´ngannata me, fanciulla stolta,

usciàn dell´acqua almen, ch´i´ muo´ di doglia, però ch´i´ vo´ del mondo far partita, togliendomi con le mie man la vita. – Africo, udendo il suo pietoso dire,

con lei insieme uscì dell´acqua fuori, e veggendo la doglia sua e ´l martire, dentro dal cor ne sentia gran dolori; e ben ch´avesse in parte il suo disire

contento, gli crescevan vie maggiori le fiamme dentro al petto e più cocenti, veggendo a lei cotanti turbamenti. Ma poi che rivestiti amenduo furo,

Mensola il dardo suo prendeva presta, e al petto si poneva il ferro duro, per morte darsi sanz´altra richiesta. Veggendo Africo il suo pensier oscuro,

prestamente là corse, e prese questa alle gavigne, e quel dardo gittava per lo boschetto, e poi così parlava: – Omè, anima mia, o che è quello

che tu volevi far? O che sciocchezza è questa? O qual pensier fu tanto fello, che qui ti conducea a cotal fierezza? O lasso a me, che fare´ io tapinello

se io perdessi la tua gran bellezza? Ché solo un´ora in vita non starei, ma con le propie man m´ucciderei! – Sì gran dolore a Mensola al cor venne

che, nelle braccia d´Africo cascata, tramortì tutta; ond´egli la sostenne, e poi che nel bel viso l´ha mirata, le lagrime negli occhi più non tenne,

temendo ch´ella non fosse passata di questa vita: per che tra le fronde de´ molti albori con lei si nasconde. Quivi a seder con lei ´nsieme si pose,

in sul sinestro braccio lei tenendo, e con la destra man le lagrimose guance di lei asciugava, e poi piangendo diceva con parole aspre e pietose:

– O Morte, or hai ciò ch´andavi caendo: che, poi che tolto m´hai ogni mia gioia, con lei insieme converrà ch´i´ muoia. – E poi baciando il tramortito viso,

lei chiamando, diceva: – O amor mio, perché da te si tosto m´ha diviso la ria fortuna e questo giorno rio? E questo ed altro, mirandola fiso,

diceva, bestemmiando il suo disio che fu troppo corrente a tal impresa, e che sì forte avea Mensola offesa. Ma poi ch´egli ebbe fatto gran lamento

sopra ´l palido viso tramortito, e mille volte e più con gran tormento baciato, e delle lagrime forbito, non più avendo di viver talento,

di morte darsi avea preso partito; e per morir già si volea levare quando Mensola sentì sospirare. Gli spiriti di Mensola, errando

eran per l´aria buona pezza andati, e dopo molto nel corpo tornando nelli lor luoghi si fûr rientrati, quando Mensola, forte sospirando,

si risentì, con atti spaventati dicendo: – Omè, omè, lassa, ch´i´ moro! – E a pianger cominciò sanza dimoro. Africo, quando vide ch´era viva

Mensola sua, che prima parea morta, tutto nel cor di letizia ravviva, e poi con tai parole la conforta: – O fresca rosa aulente e giuliva,

per cui la vita mia gran pena porta, deh, non ti sgomentar, né aver paura, ché tu puo´ star con meco ben sicura. Tu sei ´n braccio di colui il quale

sopra ogni cosa t´ama e vuolti bene; ed ogni tuo spiacere ed ogni male sono, nel cor mio, angosciose pene. Oh, lasso a me, ch´i´ mi credetti aguale

che morte ti tenesse in sue catene, e voleami levar per morte dare, se non che ora ti senti´ sospirare! – – Oh me dolente, lassa, sventurata! –

diceva Mensola Africo mirando. – Tapina a me, perché fu´ i´ mai nata, o mai vivuta? – dicea lagrimando. – Or foss´io stata il giorno strangolata

ch´io prima fu´ veduta, o almen, quando le veste di Diana mi fûr messe, ch´un feroce cinghiar morta m´avesse! – – Deh, non ti sgomentare, anima mia, –

Africo disse – ché ´l cor mi si sface, veggendo a te tanta malinconia, sanza prender consolazione o pace, e menar la tua vita tanto ria;

e certo che bisogno non ti face, però che se´ con colui che più t´ama che non fa sé, e che sola te brama. Acciò che tu mi creda che sia vero

ch´io t´ami tanto quanto ora t´ho detto, io ti vo´ raccontare il fatto intero: ch´egli è ben quattro mesi che soletto giva cacciando sanza alcun pensiero

per questa costa, quando in un boschetto sentii mormorar boci, onde più presso, per veder chi parlava, mi fu´ messo. I´ vidi intorno a una bella fontana

molte ninfe sedere, e vidi poi, sopra tutte, seder la dea Diana, che sermonando amoniva voi con rigido parlar e molto strana;

poi a´ miei occhi corson gli occhi tuoi e la tua gran bellezza, ché nel core sentii ferirmi dello stral d´Amore. – Poi le diceva com´ivi nascoso

gran pezza stette sol per lei mirare, e come venne sì desideroso di lei, che non potea gli occhi saziare di mirar questo bel viso vezzoso

(e sì dicendo lo volle baciare) e come poi, quando ognuna partie, – Mensola, andianne – chiamarla sentie. Raccontò poi le lagrime e´ sospiri

che per lei avea sparte in abondanza, e l´angosciose pene co´ martirî; e come Vener, sopra sua leanza, gli avea promesso lei ne´ suoi dormiri,

e datogli di ciò grande speranza; e quante volte l´era ita cercando, ed ogni cosa le venìa narrando. E poi com´egli un giorno la trovoe

tutta soletta, e com´ella fuggiva, e quanto umilemente la pregoe, e com´ella, crudele, non l´udiva; e poi del dardo ch´ella gli lancioe,

e della quercia dove quel feriva, e come disse: – Guarti! – e poi smarrilla, né più la vide poi, né più sentilla; ancor del sacrificio ch´avea fatto

alla dea Venere, e della risposta ch´ella gli fe´, e come tosto e ratto si contrafe´, e poi per quella costa, a modo d´una ninfa contrafatto,

a cercar lei si mise sanza sosta, e com´ora in sul monte la trovoe: – Da poi sai tu com´io che seguitoe. Ora t´ho raccontato il gran tormento

ch´i´ ho, per te, portato e sostenuto; però se io ho usato isforzamento, l´ho fatto sol perché forza me suto, non perch´i´ sia di noiarti contento;

ma sol Amor, che m´ha per te tenuto in queste pene, n´ha colpa e cagione. Duolti di lui, ché n´arai più ragione! – Mensola, avendo Africo bene inteso

ciò ch´avea detto del suo innamorare, e come fu da prima per lei preso, e poi le cose ch´Amor gli fe´ fare, alquanto nel suo cor si fu acceso

il foco, e cominciava a sospirare: e pure Amore l´avea già ferita, come che le paresse esser tradita. Poi disse: – Omè, e´ mi ricorda bene

ch´i´ fu´, l´altrier, gran pezza seguitata da un, non so se tu quel desso sene che ora m´hai così vituperata; e ben so io che, per donarli pene,

inverso lui mi rivolsi crucciata, e ´l dardo mio a lui forte lanciava, veggendo pur ched e´ mi seguitava. E ricordami ancor che, se non fosse

che quando vidi ´l dardo vêr lui gire, non so perché, pietà allor mi mosse, ch´io gridai: – Guarti guarti! – e po´ a fuggire mi die´, e vidi che ´l dardo percosse

in una quercia e félla tutta aprire; poi mi nascosi ivi presso in un bosco: se tu se´ desso, i´ non ti riconosco. Non mi ricorda mai più ne´ dì miei,

da poi ch´i´ fu´ a Diana consacrata, ch´io vedessi uomo; e volesson gl´iddei che anche tu non m´avessi trovata, né mai veduta: ch´ancora sarei

da Diana con l´altre annoverata, dov´or sarò da lei, omè, sbandita, e sanza fallo mi torrà la vita. E tu, o giovinetto, il qual cagione

sarai della mia morte e del mio danno, come tu sai, sanz´averne ragione, ti rimarrai sanz´alcuno affanno; ma sian di me a Diana testimone

alberi e fiere, che veduta m´hanno, com´io mi sono a mia possa difesa, e come tu per forza m´hai pur presa, ed io, fanciulla pura ed innocente,

son da te stata ingannata e tradita. Ma di questo peccato veramente m´assolverò, togliendomi la vita con le mie mani; e poi che del presente

mondo sarò, tapina, dipartita, ti rimarrai contento, né giammai, lassa, di me non ti ricorderai. – Africo allora l´abracciava stretta,

e lagrimando disse: – Oh me tapino, non creder che giammai così soletta i´ ti lasciassi, dolce amor mio fino! ma vo´ che, per mio amor, tu mi prometta

di levar via questo pensier meschino, o in pria che tu, la vita mi torroe, sì che dietro da te non rimarroe. I´ non potre´ giammai stare diviso

da te, dolce mio bene. – E poi baciando la dolce bocca e l´angelico viso, e con la mano i begli occhi asciugando, dicendo: – Veramente in paradiso

tu fosti fatta; – e´ capei rispianando, giva dicendo: – Mai sì be´ capelli non fûr veduti, tanto biondi e belli. Benedetto sia l´anno e ´l mese e ´l giorno,

e l´ora e ´l tempo, ed ancor la stagione, che fu creato questo viso adorno e l´altre membra con tanta ragione! ché chi cercasse il mondo a torno a torno,

e nel cielo ancor tra la legione delle dee sante, non poria trovarsi una ch´a te potesse ma´ agguagliarsi. Tu se´ viva fontana di bellezza,

e d´ogni bel costume chiara luce; tu sei adatta e piena di franchezza; tu se´ colei, ´n cui sola si riduce ogni vertù ed ogni gentilezza,

e quella che la mia vita conduce; tu se´ vezzosa e se´ morbida e bianca: niuna cosa bella non ti manca! Dunque, deh, non voler, Mensola mia,

guastar una sì bella e tanta cosa chente tu se´, con tua malinconia, né con niun´altra cosa niquitosa: ma da te caccia ogni rio pensier via

e non istar con meco più crucciosa, ch´esser non può non fatto quel ch´è fatto, perch´io con teco ancor fossi disfatto. Però ti priego che tu ora facci

sì come savia, e di questi partiti il miglior prendi e ´l piggior da te cacci; e gli spiriti tuoi ispauriti conforta un poco, e fa´ che tu m´abracci,

e bacia me con baci savoriti, anima mia, si com´io bacio tene; prendi diletto, se tu vuoi, di mene! – Amor legava tuttavia il core,

con le parole ch´Africo dicea, di Mensola, sì che ´n parte il dolore s´era partito già, perché vedea ch´altro esser non potea, e poi l´amore,

ch´ad Africo portò quando credea che ninfa fosse, or più forte s´accende quando le sue dolci parole intende. E, per volerlo in parte contentare,

gli gittò in collo il suo sinistro braccio, ma non lo volle ancor però baciare, forse parendole ancor troppo avaccio di doversi con lui sì assicurare;

e disse: – Oh me tapina, ch´i´ non saccio com´io possa campar, se tal peccato sarà a Diana giammai appalesato. Né ardirò giammai con ninfa alcuna,

com´io solea, nell´acqua più bagnarmi, né anco, poi che vuol la mia fortuna dove ne sia niuna ritrovarmi: ché, s´elle ciò sapesson, ciascheduna

tosto a Diana andrebbon accusarmi onde pur sola mi converrà stare, fuggendo quel che già solea cercare. E ben conosco che, s´io m´uccidessi,

che ´l mio peccato minor non sarebbe; e quel che tu hai fatto non avessi, son molto certa ch´esser non potrebbe; e se ´l contradio di questo credessi,

a quest´otta, doman non giugnerebbe la vita mia, ché di cotal fallenza m´are´ ben data degna penitenza. Ma poi ch´e´ tuoi conforti son sì buoni

che rivolto hanno tutto ´l mio pensiero, e sì legata m´hanno i tuoi sermoni che ´l mio voler tanto crudel e fiero ho via levato; ma quel che ragioni

di rimanerti meco, a dirti ´l vero, non consentire´ mai, perché sarebbe mal sopra mal, e saper si potrebbe. Perché riconosciuto tu saresti

da tutte quelle ninfe che veduto questo dì t´hanno, e forse che potresti esser morto da lor, se conosciuto fossi da loro; e creder lor faresti

quel che non è ancor per lor saputo, ch´i´ dirò sempre, a chi di lor mi truova, ch´i´ abbia teco vinto la mia pruova; come che lor compagnia sempre mai,

a giusto ´l mio potere, i´ fuggirò; e priego te, o giovane, poi c´hai toltomi quel che giammai non riarò, che tu ne vadi, e me con questi guai

lascia star sola, ché ´l me´ ch´i´ potrò mi passerò, dandomi di ciò pace; deh, fallo, i´ te ne priego, se ti piace! – Africo aveva molto ben compreso,

per le parole sue, che già il foco Amor l´aveva dentr´al petto acceso, ma pur ancor si vergognava un poco; e poi ch´egli ebbe tutto bene inteso,

disse fra sé: «Prima che d´esto loco mi parta, tu farai meco ragione: e farotti cantar d´altra canzone». Poi baciandola disse: – O savorita

dolce mia bocca, cor del corpo mio; o faccia bella, fresca e colorita, nella qual i´ ho messo il mio disio, tu donna sola se´ della mia vita

ed amo te più ch´ i´ non faccio Iddio; io son risuscitato, poi ch´i´ veggio che pigli ´l meglio e lasci andar il peggio. Ma come potre´ io mai sofferire

di partirmi da te, che t´amo tanto che sanza te mi par ognor morire? Essendo teco, non so giammai quanto più ben mi possa aver, né più disire;

ma sallo ben Amor, in quanto pianto istà la vita mia, la notte e ´l giorno, mentre non veggio questo viso adorno. E pognàn pur che partirmi potessi

come tu di´: mai non sarei contento che sì malinconosa rimanessi e gissi, a mia cagion, faccendo stento; e non so se mai più ti rivedessi:

onde la vita mia maggior tormento non sentì mai quanto allor sentirei, e più che vita, morte bramerei. Ma poi che tu non vuogli che con teco

rimanga qui, venirtene potrai qui presso a casa mia, con esso meco, e con la madre mia lì ti starai: la qual, mentre che tu sarai con seco,

sempre come figliuola tu sarai da lei trattata, e da mio padre ancora, e potrai esser d´amenduo lor nuora. – – Cotesto ancora per nulla vo´ fare, –

Mensola disse – ch´io teco ne venga a casa tua, per voler palesare il mio peccato, ed ancor mi convenga in questo sì gran mal perseverare;

prima la vita mia morte sostenga, ch´i´ vada mai là dove sia persona, poi c´ho perduta sì bella corona. I´ non mi misi a seguitar Diana

per al mondo tornar per niuna cosa; ché, s´i´ avessi voluto filar lana con la mia madre, e divenire sposa, di qui sarei ben tre miglia lontana

col padre mio, che sopra ogni altra cosa m´amava e volea bene; ed è cinqu´anni che mi fûr messi di Diana i panni. Però ti priego, se ´l mio pregar vale,

per quell´amor che tu ora m´hai detto che fu cagion di far far questo male, che te ne vadi a casa tua soletto; ed io ti giuro per colei la quale

tu di´ che ti ferì per me nel petto, ch´io bramerò la vita per tuo amore ed amerotti sempre di buon core. – – Se io credessi – Africo disse allora

– che tu facessi quel che mi prometti, e che nel cor m´avessi ciascun´ora, alquanto andrebbon via li miei sospetti; ma quel che più m´offende e più m´accora,

si è ch´i´ temo, se ´n questi boschetti ti lascio sola, di mai ritrovarti, e però temo sanza me lasciarti. – Mensola disse: – Io verrò molto spesso

in questo loco, sì che tu potrai meco parlar e vedermi da presso, onestamente, quanto tu vorrai; e certamente quel ch´i´ t´ho promesso

i´ t´atterrò, se mai ci tornerai, però che tu m´hai già mezza legata e parmi esser venuta innamorata. – Africo, quando tai parole intende,

infra se stesso si rallegra molto, veggendo che Amor forte l´accende e che ´l pensier suo rio avea rivolto; più stretta con le braccia allor la prende

e poi, baciando l´angelico volto, le disse: – Intendi un poco mia parola, poi che disposta se´ di star pur sola. I´ vo´, se t´è ´n piacer, rosa novella,

da te una grazia prima ch´io mi parti: tu sai quanto la tua persona bella i´ ho bramata, e quanti ingegni ed arti usato ho per averti, o chiara stella;

or, per piacerti, mi convien lasciarti; però ti priego sia di tuo volere, ch´io teco prenda un poco di piacere. E più contento poi mi partirò,

poi che pur vuoi ch´io mi parta da te; or dammi la parola, ch´io farò cosa, che fia diletto a te e a me, e poi, doman, qui a te tornerò

a rivederti, però che tu se´ colei in cui ho messo i miei diletti. Deh, di´ ch´io prenda gli amorosi effetti! – – Oh me dolente, che vuo´ tu più fare, –

Mensola disse – o che altro diletto puo´ tu di me sventurata pigliare, che tu preso hai? E però, giovinetto, ti priego che omai ne debbi andare,

ed io mi rimarrò com´io t´ho detto; tu vedi che del giorno omai ci ha poco, e potremmo esser trovati in sto loco. – – Tu sai ben che ´l diletto ch´i´ ho avuto

di te, insino a qui chent´egli è stato, e quel che tra noi due è addivenuto, e con quanti dolor s´è mescolato, che ´n verità poco piacer m´è suto;

ma or ch´ognun di noi è consolato, sarà il nostro diletto assai maggiore e più compiuto e con maggior dolzore. – – Deh, non volere, o giovane piacente,

che sopra ´l mal c´ho fatto i´ faccia peggio: ché, s´i´ fossi di ciò consenziente, gran pena ancor n´arei, e chiaro il veggio, se mai Diana ne saprà niente;

però di grazia questo don ti cheggio: che ti piaccia partir, come ch´a me non sia, forse, minor doglia ch´a te. – – Anima mia, quel mal arai di questo,

ch´aver tu dèi di quello ch´abbiàn fatto, – Africo disse – benché manifesto non fia a Diana mai questo misfatto, né a persona, sì ch´alcun molesto

per questo non arai, ché tanto piatto è suto e sì nascoso, che veduti, se non da Dio, non possiam esser suti. E certissima sia che, s´io ne voe

sanza da te aver niun´altra cosa, per gran dolor, tosto me ne morroe; deh, sia un poco verso me pietosa! – Ed una volta e due la ribacioe

dicendo: – Or bacia me, o fresca rosa, assicurati meco e prendi gioia, e non voler che per amarti io muoia! – Molte lusinghe e molte pregherie,

più ch´i´ non dico, ben per ognun cento, Africo fece a Mensola quel die, baciandole la bocca e ´l viso e ´l mento sì forte che più volte ella stridie,

come che ciò le fosse in piacimento; ancor la gola le baciava e ´l seno, il qual pareva di viole pieno. Qual torre fu già mai sì ben fondata

in sulla terra, che, sendo ella suta da tanti colpi percossa e scalzata, che non si fosse piegata o caduta? O qual fu quella mai sì dispietata,

col cor d´acciaio, che non fosse arrenduta per le lusinghe d´Africo e ´l baciare, ch´arebbon fatto le montagne andare? Mensola, che d´acciaio non avea ´l core,

s´era gran pezza scossa e ancor difesa ma non potendo alle forze d´Amore risister, fu da lui legata e presa; ed avendo ella il suo dolce sapore

prima assaggiato con alquanta offesa, pensò portar quel poco del martìre mescolato con sì dolce disire. E tant´era la sua semplicitade,

che non pensò che altro ne potesse addivenir, come quella che rade fiate o forse mai niuna avesse giammai udito per qual degnitade

l´uom si creasse, e poi come nascesse; né sapea che quel tal congiugnimento fosse ´l seme dell´uomo e ´l nascimento. Ella ´l baciò, e disse: – Amico mio,

non so qual destino o qual fortuna vuol pur ch´io faccia tutto ´l tuo disio, né vuol ch´io faccia più difesa alcuna contro di te, e però m´arrendo io,

come colei che non ha più niuna forza a poter contastar ad Amore, che m´ha, per te, ferito a mezzo ´l core. Però, farai omai ciò che ti piace;

ché tu puo´ far di me ciò che tu vuoi, poi c´ho perduta ogni forza ed aldace contro ad Amor, e contro a´ prieghi tuoi; ma ben ti priego, se non ti dispiace,

che poi ne vadi il più tosto che puoi, ché mi par esser tuttavia trovata dalle compagne mie e da lor cacciata. – Sentì Africo allora gran letizia,

veggendo che a ciò era contenta, e donandole baci a gran dovizia, a quel che bisognava s´argomenta; più da natura che da lor malizia

atati, s´alzar su le vestimenta, faccendo che lor due parevan uno, tanto natura insegnò a ciascheduno. Quivi l´un l´altro baciava e mordeva,

e strignean forte, e chi le labbra prende: – Anima mia! – ciaschedun diceva. – All´acqua all´acqua, ché il foco s´accende! – Il mulin macina quanto poteva,

e ciaschedun si dilunga e distende: – Attienti bene! Omè, omè, omè, aiuta aiuta, ch´i´ moio ´n buona fé! – L´acqua ne venne, e ´l foco fu ispento,

il mulin tace, e ciascun sospirava; e come fu di Dio in piacimento, d´Africo Mensola s´ingravidava d´un fantin maschio, di gran valimento

e di virtù, sì ch´ogni altro avanzava al tempo suo, sì come questa storia più ´nnanzi al fin ne fa chiara memoria. Il giorno tutto quasi se n´era ito,

e molto poco si vedea del sole, quando ciascuno i suoi fatti ha fornito, e preso quel piacer che ciascun vuole. Africo, poi ch´avea preso partito

di doversene andar, forte si duole, e, Mensola tenendo infra le braccia, dicea, baciando l´amorosa faccia: – Maladetta sia tu, o notte scura,

tanto invidiosa de´ nostri diletti; perché mi fai da sì nobil figura partir sì tosto, come ch´io aspetti ancor riaver questa cotal ventura? –

E con cotali e con molt´altri detti, quanto poteva il più, si dolea forte, parendogli il partir più dur che morte. Mensola bella, tutta vergognosa

stava, parendole aver fatto fallo, come che non le fosse sì gravosa, come la prima volta, il contentallo, e che paruta le fosse la cosa

molto più dolce, sanza risalgallo. Pur, di non esser trovata col frodo avea paura, e parlò in questo modo: – Or non so io che tu possa più fare,

né che di non partirti abbia cagione; però, per lo mio amor ti vo´ pregare che, poi che ´nteramente tua intenzione da me avuta hai, te ne deggi andare,

sanza far meco più dimoragione: ché sicura non mi terrò giammai, se non quando tu gito ne sarai. E com´i´ veggio menar una foglia,

le mie compagne mi credo che sièno; però ´l partir da me non ti sia doglia, ché sopra me le colpe tornerièno. Come che sia ´l partir anche a me doglia,

io il consento perché ´l mal sia meno, e perché si fa sera, e noi abbiàno andar ciascun di qui assai lontano. Ma dimmi prima, giovane, il tuo nome,

ch´accompagnata mi parrà con esso esser, e più leggier mi fian le some d´Amor, che non sarian sendo sanz´esso. – Africo disse: – Anima mia, o come

potrò io viver, non sendoti presso? – E ´l nome suo le disse e fece chiaro, e mille volle insieme si baciaro. I´ non potrei giammai raccontar quante

fiate fûr per partirsi i duo amanti, né i baci e le parole, che fûr tante che non si potrian dire in mille canti; ma puollo ben saper ciascun amante,

se di questi piaceri ebbe mai tanti, e che gran doglia sia e che martìre il dipartir da sì dolce disire. E´ si baciaron non solo una volta,

ma più di mille, e poi che dipartiti s´erano un poco, indietro davan volta, dandosi baci a´ visi coloriti. – Anima mia, perché mi se´ tu tolta? –

diceva l´uno all´altro; ed infiniti sospir gittando, partir non si sanno, ma or si parton, or tornan, or vanno. Ma poi che vidon che più dilungare

non si potea ´l partire, alle gavigne si preson amenduo, ed abracciare si cominciaro, e sì l´un l´altro strigne che ´n mena furon di non ne scoppiare,

sì forte Amor di pari gli costrigne; e così stetton gran pezza abracciati insieme, i due amanti innamorati. Pur alla fine l´un l´altro ha lasciato,

e per partirsi le man si pigliaro, e poi ch´alquanto fiso s´han mirato, il modo a ritrovarsi lì ordinaro; così preson l´un dall´altro commiato,

sendo ad ognun di lor molto discaro: – Vatti con Dio, Mensola mia, addio! – – Va´, che Dio mi ti guardi, Africo mio! – Africo se ne giva verso ´l piano;

Mensola al monte su pel colle tira molto pensosa, col suo dardo in mano, e del malfatto forte ne sospira. Africo, ch´era ancor poco lontano

da lei, con gli occhi la segue e rimira, e ad ogni passo indietro si voltava a rimirar colei che tanto amava. Mensola ancora spesso si volgea

a rimirar colui ch´a forza amava, e che ferita sì forte l´avea che poco altro che lui disiderava; e l´un all´altro di lontan facea

ispesso cenni ed atti, e salutava, infin che non fu lor dal bosco folto e dalle coste e ripe il mirar tolto. Tornossi Africo là dove nascoso

aveva il suo vestir quella mattina, e quivi giunto, sanz´altro riposo, si vestì la gonnella mascolina, poi verso casa tornando gioioso;

e giunto lì, la vesta feminina ripose nel suo luogo, che la madre non se n´accorse, né ancora il padre. E come che assai malinconia

avesse avuto, il giorno, Girafone ed Alimena, mirando la via se ritornar vedevano il garzone, pur, quando ritornato lo vedia,

amenduo n´ebbon gran consolazione, e domandarlo perché tanto stato era, ch´a casa non era tornato. Molte bugie e scuse Africo fece

per ricoprir l´amoroso disire, il qual, più che non fa ´l foco la pece, l´ardeva più che mai, a non mentire; e pareali aver fatto men ch´un cece,

e ´nfra se stesso incominciava a dire: «Sarà giammai doman, che io ritorni a baciar quella bocca e gli occhi adorni?» Così ogni cosa venìa raccontando,

con seco stesso, di ciò ch´avea fatto, molto diletto di questo pigliando, rammentandosi ben di ciascun atto ch´avean insieme fatto; ma poi, quando

il tempo fu, per dormir n´andò ratto, come che punto dormir non potette, ma tutta notte in tai pensieri stette. Torniamo un poco a Mensola, la quale

sen gìa, pensosa e sola, su pel monte; e parendole aver fatto pur male, forte pentiasi, e con la man la fronte si percotea, dicendo: «Poi che tale

fortuna m´ha percossa con tant´onte, deh, Morte, vieni a me: i´ te ne priego, che non mi facci d´uccidermi niego». Così passò del gran monte la cima,

e poi scendendo giù per quella costa, là dove ´l sol percuote quando prima si leva, e ch´a oriente è contraposta; e secondo che ´l mio avviso stima,

era la sua caverna, in quella, posta, forse un trar d´arco sopra ´l fiumicello, ch´a piè vi corre con grosso ruscello. E giunta alla caverna sua, in quella

entrò occupata di molti pensieri, e quivi ogni sua doglia rinnovella, dicendo: «Lassa a me, perché l´altr´ieri, quand´Africo mi vide tanto bella

con Diana alla fonte, da primieri, non fu´ io morta, o ´l giorno maladetto ch´i´ mi scontrai in questo giovinetto? Non so giammai, tapina, con qual faccia

vada innanzi a Diana, né che modo i´ mi debba tener, né ch´io mi faccia; ché di paura mi consumo e rodo, ed ogni senso dentro mi s´agghiaccia,

e nella gola mi s´è fatto un nodo, per la malinconia e pel dolore ch´i´ sento, che m´offende dentro al core. Deh, Morte, vieni a questa sventurata,

vieni a questa mondana peccatrice, vieni a colei che ´n malora fu nata; non t´indugiar, ché mi fia più felice, morir agual, poi che contaminata

i´ ho verginità: ché ´l cor mi dice che, se da te non verrai molto tosto, di farmi incontro a te ho ´l cor disposto. Omè, compagne mie, voi non pensate

ch´i´ sia uscita fuor di vostra schiera; omè, compagne mie, che solavate tenermi tanto cara, quand´io era sanza peccato e con verginitate,

ora mi caccerete come fiera, e come quella che ha al tutto corrotta verginità, e vostra legge rotta. I´ posso esser annoverata omai,

o Caliston, con teco, che com´io già fosti ninfa, e poi con molti guai Diana ti cacciò per ogni rio, perché Giove t´ingannò, come sai,

ed in orsa, crudel, ti convertio; e givi errando, e le cacce temevi, mugghiando quando favellar volevi. O Cialla ninfa, di Diana compagna,

la quel fosti sforzata da Mugnone, Diana, che di te ancor si lagna, t´uccise nelle braccia col garzone; ed or se´ fatta fonte, e Mugnon bagna,

a piè di te, le rive del vallone; i´ son di vostra schiera, a mio dispetto: così sia questo giorno maladetto! E´ mi par già che Diana trasmuti

le membra mie in un corrente fiume, overo in fiera co´ dossi velluti, o com´uccel mi par già aver le piume, o alber fatta co´ rami fronzuti,

e di persona perduto ´l costume; né son più degna del dardo portare, né anco come ninfa più cacciare. O padre, o madre, o fratelli e sorelle,

quando a Diana voi mi consecrasti e vestistimi le sacre gonnelle, ben mi ricorda che mi comandasti che Diana ubidissi, e tutte quelle

che seguon lei, e poi m´accompagnasti in questi monti, non perch´io peccassi, ma sempre mai verginità osservassi. Voi non pensate ch´i´ abbia rotta fede

alla sacra Diana, né ch´i´ sia in tanta angoscia, e niun di voi vede in quanta pena sta la vita mia: ché, se ´l sapesse, pietà né merzede

non aresti di me, ma come ria e peccatrice me uccideresti, e certamente molto ben faresti». Sì grande era la doglia e ´l gran lamento

che Mensola menava, e l´angoscioso e duro pianto con grieve tormento, ch´i´ nol potre´ mai pôr sì doloroso in iscrittura che, per ognun cento,

maggior non fosse: il suo parlar pietoso arebbe fatto le pietre e gli albòri sol per pietà di lei menar dolori. E con cota´ lamenti e pianto amaro

logorò quella notte; ma apparito che poi fu ´l giorno bellissimo e chiaro, perché la notte non avea dormito, sì gli occhi lagrimosi la gravaro,

ch´ogni spirito fu da lei partito, e adormentossi, mentre che piangea per la gran doglia che patito avea. Africo, che nell´amoroso foco

ardeva più che mai, si fu levato, come vide ´l mattin, che molto poco la notte avea dormito, e fu ´nviato sus´alto al monte, e giunto fu nel loco

dove con Mensola, il giorno passato, avea preso piacer, diletto e gioia, come ch´al fine gli tornasse in noia. Quivi credette Mensola trovare,

ma non trovando lei, infra sé disse: «Egli è ancor assai tosto» ed a ´spettare la cominciò, perché, quando venisse, quivi ´l trovasse; e perché ´l soprastare

non gli paresse lungo, sì si misse, per far ghirlande, ind´oltre a coglier fiori piccioli e grandi e di vari colori. E fatta che n´ebbe una, in su´ capelli

biondi di lui si mise, e la seconda cominciò a far, d´alquanti fior più belli, mescolando con essi alcuna fronda d´odoriferi e gentili albuscelli,

dicendo: «Questa in sulla treccia bionda, con le mie man, di Mensola porroe quando verrà, e poi la baceroe». Così aspettando invano il giovinetto

Mensola sua, la qual ancor dormia, cogliendo ind´oltre fiori a suo diletto perch´aspettarla grave non gli sia, e riguardando spesso pel boschetto

e ´n qua e ´n là, se Mensola venìa; ed ogni busso che ode, o che vede foglia menar, che Mensola sia crede. Ma, sendo l´ora già più che di terza,

e non veggendo Mensola venire, aspettò tanto, che del sol la ferza era sì calda che già sofferire non si potea; onde più non ischerza

con fiori o con ghirlande, ma a sentire cominciò pena e farsi maraviglia, alzando spesso or qua or là le ciglia. E cominciò: «Omè,» seco dicendo

«che vorrà questo dir, ch´ella non viene?» E ´nfra sé pensier nuovi va volgendo, scuse trovando spesso alle sue pene, e di lei mille casi al core avendo,

sì come ad altri assai spesso interviene, che, disiando che la cosa venga, imagina ch´assai cose intervenga. Passò la nona e ´l vespro, e già la sera

era venuta, e ´l giorno era fuggito, che Mensola venuta mai non v´era: ond´Africo rimase sbigottito, forte doglioso, e con turbata cera

di partirsi di lì prese partito, dicendo: «Forse ch´ella arà trovato, tra via, le sue compagne in qualche lato, le quai l´aranno forse ritenuta,

e però l´aspettar mio saria ´nvano; e veggio già la notte esser venuta, ed i´ ho andar di qui molto lontano: e bench´i´ abbia oggi la beffe avuta,

per aspettarla in questo luogo strano, i´ ci ritornerò pur domattina». E per girsene scese la collina. Mensola s´era in su la nona desta

tutta dogliosa e forte addolorata, sendole molte cose per la testa gite, ch´ella se n´era spaventata; ma non tanto la ´mpedì la tempesta,

ch´ella avesse, però, dimenticata ciò che ´l giorno davanti avea promesso ad Africo, di ritornar ad esso. Ma tanto s´era di quel ch´avea fatto

pentuta, che disposto ha non tornare dove avea fatto con Africo patto di doversi con lui il dì trovare; ma, quant´ella potesse, in ciascun atto

volere il fallo suo grande occultare, acciò che, quando Diana venisse, il fallo ch´avea fatto non sentisse. Non però le poté giammai del core

Africo uscir, che continovamente non gli portasse grandissimo amore, e che nol disiasse occultamente; ma tanto la costringeva il timore

ch´aveva di Diana nella mente, ch´ella non andò mai dove credesse ch´Africo fosse, o trovarlo potesse. Così passò ´l secondo e ´l terzo giorno,

e ´l quarto e ´l quinto e ´l sesto, e ancora il mese ch´Africo mai non vide il viso adorno della sua amante, ma con molte offese vivea, faccendo sovente ritorno

nel luogo là dove Mensola prese, e qua e là per lo monte cercando. molte cose di lei imaginando. Ma nulla venìa a dir la sua fatica:

ché la Fortuna, già fatta invidiosa di lui, e d´ogni suo piacer nimica, volle pôr fine misera e angosciosa alla sua vita dolente e mendica,

come colei che non truova mai posa, ma sempre va le cose rivolgendo del mondo, nulla mai fermo tenendo. Per che, già sendo un mese e più passato

che non poté mai Mensola vedere, e sendogli pel gran dolor mancato sì la natura e la forza e ´l podere, ch´un animal parea già diventato

nel viso e nel parlar e nel tacere, e ´l capo biondo smorto era venuto e sanza parlar quasi stava muto. E sendo un giorno a guardia del suo armento,

ind´oltre a piè del monte, come spesso egli era usato, gli venne talento di gir al luogo là dove promesso da Mensola gli fu, con saramento,

di ritornare a lui; e fussi messo, lassando del bestiame il grande stuolo, sol con un dardo in man, nel cammin solo. E pervenuto all´acqua del vallone,

ove Mensola sua sforzato avea, quivi mirandosi intorno, il garzone «O Mensola,» infra se stesso dicea «i´ non credetti mai tal tradigione

della tua fé, che promesso m´avea di ritornar con saramenti e giuri: or par che poco di Dio o di me curi! Non ti ricorda quando con le mani

insieme in questo luogo ci pigliamo, e con tuoi saramenti falsi e vani dicesti di tornar, poi ci baciamo insieme gli occhi, che stann´or lontani,

ed in quel luogo poi ci partavamo? Non ti ricorda quanti testimoni aggiugnesti alle tue promessioni?». I´ non potre´ mai dir tanti lamenti,

quant´Africo facea quivi piangendo; e´, per crescer maggiori i suoi tormenti giva ogni cosa quivi rivolgendo de´ suoi amori, ciascuni accidenti,

buoni e cattivi; per questo, crescendo la doglia sua ognor molto maggiore, diliberò d´uscir di tal dolore. E sopra l´acqua del fossato gito,

l´aguto dardo si recava in mano, e al petto si ponea ´l ferro pulito, e ´n terra l´asta, dicendo: «O villano Amor, che m´hai condotto a tal partito,

ch´i´ moro in questo modo tanto strano! e pure, innanzi ch´i´ voglia più stare in cotal vita, mi vo´ disperare. O padre, o madre, fatevi con Dio!

i´ me ne vo nello ´nferno angoscioso; e tu, fiume, riterrai ´l nome mio, e manifesterai il doloroso caso, ch´è occorso sì crudel e rio;

a chiunque ti vedrà sì sanguinoso correr, o lasso, del mio sangue tinto, paleserai dove Amor m´ha sospinto». E detto questo, Mensola chiamando,

il ferro tutto nel petto si mise, il qual, al cor tostamente passando del giovinetto, con doglia l´uccise; per che, morto nell´acqua allor cascando,

l´anima da quel corpo si divise, e l´acqua che correa per la gran fossa, del sangue tinta, venne tutta rossa. Facea quel fiume, sì come fa ancora,

di sé duo parti alquanto giù più basso; e quella parte che fa minor gora, presso alla casa del giovane lasso, correva sanguinoso: e sendo allora

Girafon fuori, e´ vide il fiume grasso di sangue, per che subito nel core gli venne annunzio di futur dolore. Per che, sanza dir nulla, di presente

n´andò dove sentì ch´era ´l suo armento; e non trovando Africo, immantanente su per lo fiume, non con passo lento, tenne per trovar donde primamente

di quel sangue venia ´l cominciamento, e di chi fosse, e chi n´era cagione; e giunse al loco ov´Africo trovòne. Quando vide ´l figliuol morto giacere,

col dardo fitto nel giovanil petto, appena in piè si potea sostenere, sì fu dal dolor subito costretto e per l´un braccio con gran dispiacere

il prese, e disse: – Omè, qual maladetto braccio fu quel che ti diè tal ferita, o figliuol mio, che t´ha tolto la vita? – Egli ´l trasse dell´acqua, e ´n sulla riva

il pose lagrimando, il padre vecchio, e con dolor quel giorno maladiva, dicendo: – O figliuol, del tuo padre specchio, or che farà la madre tua cattiva,

che non arà mai più un tuo parecchio? Che faren noi, tapini e pien di duoli, poi che rimasi siàn di te sì soli? – E ´l fitto dardo gli cavò del core,

e ´l ferro rimirava con tristizia, e poi dicea con pianto e con dolore: – Chi ti lanciò così crudel nequizia nel petto, o figliuol mio. con tal furore

ch´i´ n´ho perduto ogni ben e letizia? Credo che fu Diana dispietata, che non fia ancor del mio sangue saziata. – Ma poi ch´egli ha quel dardo rimirato

più e più volte, conobbe ch´egli era quel che ´l suo figlio sempre avea portato; per che, con trista e lagrimosa cera, disse: – O tapin figliuolo sventurato,

qual fu quella cagion cotanto fera che ti condusse qui, a sì rie sorte? o chi ti diè col dardo tuo la morte? – Poi, dopo molto ed infinito pianto,

Girafone il figliuol si gittò ´n collo, e con quel dardo, doloroso tanto, alla casetta lor così portollo, ed alla madre il fatto tutto quanto,

piangendo tuttavia, raccontollo; e ´l dardo le mostrava, e sì dicea come del petto tratto gliel´avea. Se la madre fe´ quivi gran lamento

non ne domandi persona nessuna, ché dir non si potrebbe a compimento le grida e ´l pianto, per cosa veruna, e quanta doglia sentì con tormento,

bestemmiando gl´iddei e la fortuna; e ´l viso stretto con quel del figliuolo tenea, piangendo e menando gran duolo. Pure alla fine, sì com´era usanza

a quel tempo di far de´ corpi morti, così allor, dopo gran lamentanza ed urli e pianti durissimi e forti, arson quel corpo con grande abondanza

di lagrime e dolor sanza conforti, come color ch´altro ben non avièno, il qual si veggon or venuto meno. E poi raccolson la polver dell´ossa

del lor figliuol, e al fiume se n´andaro, là dove l´acqua ancor correva rossa del propio sangue del lor figliuol caro; e ´n sulla riva feciono una fossa

e dentro quella polver sotterraro, acciò che ´l nome suo non si spegnesse, ma sempre mai quel fiume il ritenesse. Da poi in qua quel fiume dalla gente

Africo fu chiamato, e ancor si chiama. Quivi rimase sol tristo e dolente il padre e la sua madre molto grama. Tal fu la fine d´Africo piacente,

e così al fiume rimase la fama. Or lasciam qui, e ritorniamo omai a Mensola, la qual io vi lasciai. Mensola, in questo mezzo, assai dolente

era vivuta e con malinconia, ma pur, veggendo che levar niente di ciò che fatto avea non si poria, de´ casi avversi venne paziente,

e cominciò con la sua compagnia alcuna volta pur a ritrovarsi, e contro alla sua voglia a rallegrarsi. E più fiate si trovò con quelle

ninfe che ´l giorno con lei eran sute che Africo la prese; e le novelle per tutte l´altre già eran sapute, non dico del peccato, ma com´elle

dal giovane pigliar furon volute; e Mensola con suoi casi e bugie fe´ creder lor ch´anch´ella si fuggie. Così più ogni giorno assicurata

Mensola s´era, da poi ch´ella vede che dalle sue compagne era onorata sì come mai, e ch´ognuna si crede che com´elle non sia contaminata,

e ch´alle sue bugie si dava fede, e perché, ancor, a Diana credea il peccato celar che fatto avea. Né però Amor l´avea tratto del petto

Africo, ch´ella non si ricordasse del nome suo e del preso diletto, e che tacitamente nol chiamasse quand´avea ´l tempo, ed alcun sospiretto

assai sovente per lui non gittasse; sì come innamorata e paurosa, tenea la fiamma dentro al cor nascosa. E come far solea, già cominciava

con le compagne sue, col dardo in mano, a gir cacciando, e quand´ella arrivava dove Africo la prese, di lontano quel luogo rimirando, sospirava,

dicendo infra se stessa molto piano: «O Africo mio, quanta gioia avesti già in quel luogo, quando mi prendesti! Or non so io più che di te si sia,

ma credo ben che stai in gran tormento per me; ma non è già la colpa mia: paura è che mi toglie ogni ardimento». Così dicendo, volentier vorria

Africo suo aver fatto contento, ove credesse che giammai saputo da Diana o da ninfa fosse suto. Vivendo adunque Mensola in tal vita,

innamorata e suggetta a temenza, alquanto nel bel viso impalidita era venuta, per quella semenza che nel suo ventre già era fiorita;

passò tre mesi sanz´aver credenza di partorir giammai o far figliuolo, com´ella fece poscia con gran duolo. Ma faccendo suo corso la natura,

in capo di tre mesi incomincioe a manifesto far la creatura che dentro al ventre suo s´ingeneroe; per la qual cosa, a ciò ponendo cura,

Mensola forte si maraviglioe, veggendosi ingrossare il corpo e´ fianchi, e di gravezza pieni e fatti stanchi. Di questo si facea gran maraviglia

Mensola, la cagion non conoscendo, come colei che mai figliuol né figlia non avea avuto, ma fra sé dicendo: «Saria, questo, difetto, che mi piglia

sì la persona, ch´ognor va crescendo, ed ogni giorno vengo più pesante, e fatta tutta svogliata e cascante?». Una ninfa abitava in quella piaggia,

un mezzo miglio a Mensola vicina, a una spelonca profonda e selvaggia, la qual, maestra d´ogni medicina, sopra dell´altre ell´era la più saggia,

e ben sapea di ciascuna dottrina; e di cent´anni e più ell´era vecchia, e chiamata era ninfa Sinedecchia. Mensola puramente n´andò a questa,

e disse, : – O madre nostra, il tuo consiglio m´è di bisogno – e poi le manifesta il caso suo e ciascun suo periglio; Sinedecchia, con la crollante testa,

rispose tosto con turbato piglio: – Figliuola mia, tu hai con uom peccato, e non puoi più tener questo celato. – Mensola nel bel viso venne rossa,

udendo tai parole, per vergogna, e non veggendo che negarlo possa, con gli occhi bassi timida trasogna, volendosi mostrar di questo grossa;

ma poi, veggendo che non le bisogna celar a lei che tutto conoscea, sanza guatarla, o risponder, piangea. Sinedecchia, veggendo il suo lamento,

e la vergogna e la sua puritade, avvisò che di suo consentimento non fosse questo, né sua volontade, ma fosse stato con isforzamento;

perché alquanto gliene venne pietade, e per volerla un poco confortare, in questo modo cominciò a parlare: – Figliuola mia, questo peccato è tale,

che nol potrai celar lungamente; e come ch´abbi fatto pur gran male, non vo´ però che tanto fieramente tu ti sconforti, ch´omai poco vale,

se tu te n´uccidessi veramente; ma veniamo a´ rimedi, e dimmi come e chi ti tolse di castità il pome. – Niente a questo Mensola risponde,

ma, per vergogna, in grembo il capo pose a Sinedecchia, e ´l bel viso nasconde, udendo rammentarsi cota´ cose; e gli occhi suoi parean fatti due gronde

che fosson d´acqua molto doviziose, tanto forte piangea e dirottamente, sanza parlar o risponder niente. Ma Sinedecchia pur le disse tanto,

con sue parole, ch´ella confessoe, con boce rotta e con singhiozzi e pianto, sì come un giovinetto la ´ngannoe, ed in che modo è ´l fatto tutto quanto,

e come ultimamente la sforzoe; e poi a pianger cominciò più forte per la vergogna, chiamando la morte. La vecchia ninfa, quando questo intese,

come per sottil modo fu ingannata e quanti lacci quel giovane tese, pietà le venne della sventurata; poi con parole alquanto la riprese

del fallo suo, perch´un´altra fiata, sotto cotal fidanza, non peccasse, e perché più ´ngannar non si lasciasse. Poi tanto seppe dire e confortarla,

ch´ella la fe´ di piangere restare, promettendole di sempre ma´ atarla come figliuola, in ciò che potrà fare; poi, d´ogni cosa volendo avvisarla,

in questo modo cominciò a parlare: – Figliuola mia, quel ch´io ti dico intendi, e fa´ che bene ogni cosa comprendi. Quando compiuti i nove mesi arai,

dal giorno che peccasti cominciando, una creatura tu partorirai; allor la dea Lucina tu chiamando, il suo aiuto l´addomanderai,

e la pietosa tel darà; e poi, quando nato sarà, quel che fia noi ´l vedremo, e ben ad ogni cosa provedremo. E tu di questo non ti dar pensiero:

lascialo a me, ch´i´ ho ben già pensato dentro dal cor ciò che farà mestiero, e ciò che far dovrò quando fia nato; ma fa´ che tu fuor di questo sentiero

non vadi ´n questo mezzo, che ´l peccato non sia palese a quelle che nol sanno, ché tornar ti potrebbe in troppo danno. Ma sola ti starai alla caverna,

e´ panni porta larghi quanto puoi, sanza cintura, che non si discerna il corpo grande pe´ peccati tuoi; e quivi pianamente ti governa,

dandoti pace, sì come far suoi, e spesso vieni a me, ed io ti dirò ciò che far tu dovrai intorno a ciò. – Queste parole dieron gran conforto

alla fanciulla, e disse: – Madre mia, poi che condotta sono a questo porto pel mio peccato e per la mia follia, perch´io conosco molto chiaro e scorto

che ´l vostro aiuto molto buon mi fia, a voi mi raccomando e al vostro aiuto, poi ch´ogn´altro consiglio i´ ho perduto. – – Or te ne va, – Sinedecchia rispose

– ch´i´ t´atterrò ben ciò ch´io t´ho promesso, e non ti dar pensier di queste cose: tien´ pur celato il peccato commesso. – Mensola, con le guance lagrimose,

disse: – I´´l farò – e pel cammin più presso si mise, e ritornò alla sua stanza alquanto confortata da speranza. Quivi si stava pensosa e dolente

sanza gir mai, come soleva, attorno, e per compagno tenea nella mente Africo sempre col suo viso adorno; e perché sempre continovamente

il corpo suo più crescea ogni giorno, sanza cintura i panni suoi portava; e assai sovente a Sinedecchia andava. E cominciolle a crescer sì nel core,

per la creatura ancor non partorita, contro ad Africo un sì fervente amore, che volentier ne vorrebbe esser gita con esso lui a starsi a tutte l´ore,

il giorno ch´ella si tenne tradita; e ´l dì se ne pentea mille fiate, chiamando lui, con lagrime versate. Questo pensier la fe´ più volte andare

al loco ov´ella fu contaminata, sol per saper s´Africo può trovare, per essersene a casa con lui andata; ma non si seppe mai tanto arrischiare,

per la vergogna, d´andar sola nata a casa sua; e pur presso v´andoe, alcuna volta, e poi ´ndietro tornoe. Ma invan cercava, perché non sapea

ched e´ si fosse per lei disperato. E già ´l suo corpo sì cresciuto avea, e ´l peso del fantin tanto aggravato, ch´andare attorno omai più non potea;

per che, sanza cercar più ´n nessun lato, si stava alla caverna, ed aspettava del parto il tempo ch´omai s´appressava. E tanta grazia le fe´ la fortuna,

che ´n questo mezzo non s´accorse mai ch´ell´avesse peccato ninfa alcuna, e già trovate pur n´aveva assai; come che maraviglia ciascheduna

di lei si desse, ne´ tempi sezzai, veggendola sì magra nella faccia, e non andar, come solea, alla caccia. Diana a Fiesol in quel tempo venne,

com´usata era sovente di fare; grande allegrezza pe´ monti si tenne, sentendo di Diana il ritornare, e ciascheduna ninfa festa fenne:

e cominciârsi tutte a ragunare, com´usate eran, con lei molto spesso tutte le ninfe, da lunge e da presso. Mensola sentì ben la sua venuta,

ma comparir non volle innanzi a lei per non esser da lei mal ricevuta, dicendo: «S´io v´andassi, non potrei tener celata la cosa ch´è suta,

e grande strazio di me far vedrei». E fu da Sinedecchia consigliata di non v´andar, ma stessisi celata. Avvenne adunque in questi giorni, un die,

ch´alla caverna sua Mensola stando, per tutto ´l corpo doglie si sentie; per che, la dea del parto allor chiamando, un fantin maschio quivi partorie,

il qual Lucina di terra levando gliel mise in collo e disse: – Questi fia ancor gran fatto – e poi isparì via. Come che doglia grande e smisurata

Mensola avea sentita, come quella ch´a tal partito mai non era stata, veggendo aversi fatto una sì bella creatura, ogn´altra pena fu alleggiata;

e subito gli fece una gonnella, com´ella seppe il meglio, e poi lattollo, e mille volte quel giorno baciollo. Il fantin era sì vezzoso e bello

e tanto bianco, ch´era maraviglia, e ´l capel com´òr biondo e ricciutello, e ´n ogni cosa il padre suo somiglia sì propiamente, che parea, a vedello,

Africo ne´ suoi occhi e nelle ciglia, e tutta l´altra faccia sì verace, ch´a Mensola per questo più le piace. E tanto amore già posto gli avea,

che di mirarlo non si può saziare; e a Sinedecchia portar nol volea, per non volerlo da sé dilungare, parendo a lei, mentre che lui vedea,

Africo veder propio: ed a scherzare cominciava con lui, e fargli festa, e con le man gli lisciava la testa. Diana avea più volte domandato

quel che di Mensola era le compagne: fulle risposto, da chi l´era allato, che gran pezzo era che ´n quelle montagne veduta non l´avean in nessun lato;

altre dicean che, per certe magagne, e per difetto ch´ella si sentia, davanti a lei con l´altre non venìa. Per che un dì, di vederla pur disposta,

perché l´amava molto e tenea cara, con tre ninfe se ne gì ´n quella costa dove la sventurata si ripara; e giunta alla caverna sanza sosta,

innanzi all´altre Diana si para, credendola trovar, ma non trovolla; per ch´a chiamar ciascuna cominciolla. Ell´era andata col suo bel fantino

inverso ´l fiume giù poco lontana, e ´l fanciul trastullava ad un caldino, quando sentì la boce prossimana chiamar sì forte, con chiaro latino.

Allor mirando in su, vide Diana con le compagne sue che giù venièno, ma lei ancor veduta non avièno. Sì forte sbigottì Mensola, quando

vide Diana, che nulla rispose; ma tutta quanta per paura tremando, in un cespuglio tra´ pruni nascose il bel fantino, e lui solo lasciando,

di fuggir quindi l´animo dispose: e ´nverso ´l fiume ne gìa quatta quatta, tra quercia e quercia fuggendo via ratta. Ma non poté sì coperta fuggire,

che Diana, fuggendo, pur la vide, e poi cominciò quel fanciullo a udire, il qual forte piangea con alte stride. Diana incominciò allotta a dire

inverso lei con grandissime gride: – Mensola, non fuggir, ché non potrai, se io vorrò, né ´l fiume passerai. Tu non potrai fuggir le mie saette

se l´arco tiro, o sciocca peccatrice! – Mensola già per questo non ristette, ma fugge quanto può alla pendice, e giunta al fiume, dentro vi si mette

per valicarlo; ma Diana dice certe parole, ed al fiume le manda, e che ritenga Mensola comanda. La sventurata era già a mezzo l´acque,

quand´ella i piè venir men si sentia, e quivi, sì come a Diana piacque, Mensola in acqua allor si convertia; e sempre poi in quel fiume si giacque

il nome suo, ed ancor tuttavia per lei quel fiume è Mensola chiamato. Or v´ho del suo principio raccontato. Le ninfe ch´eran con Diana, veggendo

come Mensola era acqua diventata, e giù per lo gran fiume va correndo, perché molto l´avean in prima amata, per pietà tutte dicevan piangendo:

– O misera compagna sventurata, qual peccato fu quel che t´ha condotta a correr sì com´acqua a fiotta a fiotta? – Diana disse lor che non piangessono,

ché quel martir molto ben meritava; e perché ´l suo peccato elle vedessono, dove ´l fanciul piangeva le menava; poi disse lor che elle lo prendessono,

e traessol de´ prun dov´egli stava; allor le ninfe sel recaro in braccio, e trassol del cespuglio molto avaccio. Molta festa le ninfe gli facièno,

veggendol tanto piacevole e bello, e racchetandol, volentier vorrièno con esso loro in que´ monti tenello; ma a Diana dirlo non volièno,

la qual comandò lor che tosto quello fantin portato a Sinedecchia sia, e con lor ella ancor si mise in via. Giunta Diana a Sinedecchia, disse

com´ella avea quel fantolin trovato in un cespuglio, ove Mensola il misse per celato tenere il suo peccato: – Ma ella dopo questo poco visse,

ché, fuggendo ella, e volendo ´l fossato di là passare, il fiume la ritenne, e com´io volli, allor acqua divenne. – Mentre Diana dicea tai parole,

la vecchia ninfa per pietà piangea, tanto ´l caso di Mensola le dole, e quel fanciullo in braccio poi prendea, ed a Diana disse: – O chiaro sole

di tutte noi, altri ch´io non sapea questo peccato, e a me sola lo disse, e tutta nelle mie man si rimisse. – Poi ogni cosa a Diana ebbe detto,

come Mensola era stata sforzata, e ´l dove e ´l come, da un giovinetto, e ´n che modo da lui fu ingannata; e disse poi: – O iddea, i´ ti ´mprometto

sopra la fé ch´i´ t´ho sempre portata, che, s´io non fossi, morta si sarebbe, ma io non la lasciai, sì me ne ´ncrebbe. Ma poi che tu l´hai fatta diventare

acqua, ti priego, almen, che tu mi doni questo fanciullo, ché ´l vorrò portare di qui lontano assai, ´n certi valloni, ov´io ricordo anticamente stare

uomini con lor donne a lor magioni, e a loro il donerò, che car l´aranno, e me´ di noi allevare lo sapranno. – Quando Diana tai parole intende,

come Mensola era stata tradita, alquanto del suo mal pietà le prende, perché molto l´amò quand´era in vita; ma perché l´altre da cota´ faccende

si guardasson, si mostrò ´ncrudelita, e disse a Sinedecchia che facesse, di quel fantin, quel che me´ le paresse. Poi si partì con la sua compagnia,

e a Sinedecchia quel fantin lascioe; la qual, poscia che vide andata via Diana, tostamente s´ invioe con esso in collo, e ´n quelle parti gìa

ove Mensola bella l´acquistoe; ché ben sapea per tutto ogni rivera, tanto tempo in que´ monti usata era. E già aveva da Mensola udito,

com´avea nome que´ che la sforzone, e più da lei ancora avea sentito, quando partissi, in qual parte n´andone; per che, considerato ogni partito,

istimò troppo ben che quel garzone in quella valle stesse, ove vedea una casetta che fummo facea. Là giù n´andò, non con poca fatica,

e per ventura trovò Alimena, alla qual disse: – O carissima amica, grande è quella cagion ch´a te mi mena, ed è pur di bisogno ch´io tel dica;

però ti priego che non ti sia pena d´ascoltar una gran disavventura, e com´e nata questa creatura. – Poi ogni cosa le venne narrando:

com´un giovane, ch´Africo avea nome, sforzò una ninfa, e ´l dov´ e ´l com´ e ´l quando a parte a parte disse, e poscia come ell´era ita gran pezza tapinando,

poi partorì quel bello e fresco pome, e poi come Diana trasmutoe la ninfa in acqua, e dove la lascioe; e come quel fantin avea trovato

Diana, tra molti pruni, e come a lei, con altre ninfe, poi l´avean donato; ma mentre che cota´ cose costei raccontava, Alimena ebbe mirato

nel viso quel fantino, e disse: – Omei, questo fanciul propiamente somiglia Africo mio! – e poi in braccio il piglia. E lagrimando per grande allegrezza,

mirando quel fantin, le par vedere Africo propio in ogni sua fattezza, e veramente gliel par riavere; e lui baciando con gran tenerezza,

diceva: – Figliuol mio, gran dispiacere mi fia a contare, e grandissimo duolo, la morte del tuo padre e mio figliuolo. – Poi cominciò alla vecchia ninfa a dire

del suo figliuol, per ordine, ogni cosa, e come stette gran tempo in martìre, e della morte sua tanto angosciosa. Sinedecchia, stando questo a udire,

venne del caso d´Africo pietosa, e con lei ´nsieme di questo piangea, e Girafon quivi tra lor giugnea. Quand´egli intese il fatto, similmente

per letizia piangeva e per dolore: e mirando ´l fanciul, veracemente Africo gli pareva, onde maggiore allegrezza non ebbe in suo vivente;

poi faccendogli festa con amore, e quel fantin, quando Girafon vide, da naturale amor mosso, gli ride. Sì grande fu l´allegrezza e la festa

che fêr costor, che ´n buona veritade, che, se non fosse che pur lor molesta il cor de´ due amanti la pietade, niuna ne fu mai simile a questa;

ma poi che Sinedecchia l´amistade con lor ebbe acquistata, sen vuol gire alla montagna, e da lor dipartire. Girafon mille grazie l´ha renduto,

ed Alimena similmente ancora, del buon servigio da lei ricevuto, e molto ciaschedun quivi l´onora; ma poi che Sinedecchia ebbe ´l saluto

renduto a lor, sanza far più dimora alla spelonca sua si ritornava, e quel fantin a lor quivi lasciava. La novella fu subito saputa

per tutti i monti, ed ha ciascun palese come Mensola era acqua divenuta, e a molte ninfe gran pietà ne prese; ma dopo alquanto Diana si muta

da questi luoghi, ed in altro paese n´andò, com´era usata, e primamente amonì le sue ninfe parimente. Rimase adunque le ninfe in tal mena,

sempre quel fiume Mensola chiamaro. Torniamo a Girafone ed Alimena, che con latte quel fantin allevaro del lor bestiame, non con poca pena,

e per nome Pruneo lo chiamaro, perché tra´ pruni pianger fu trovato, e così fu sempre mai poi chiamato. E crescendo Pruneo venne sì bello

della persona che, se la natura l´avesse fatto in pruova col pennello, non potre´ dargli sì bella figura; e venne destro più ch´un lioncello,

arditissimo e forte oltre misura, e tanto propio il padre era venuto, che da lui non si saria conosciuto. Gran guardia ne faceva Girafone

ed Alimena, la notte e lo die, e più volte gli disson la cagione, sì come Africo suo padre morie, perché paura n´avesse il garzone,

di mai voler andar per quelle vie, e della madre sua i grievi danni; e così stando venne in diciott´anni. Passò poi Atalante in questa parte

d´Europa con infinita gente; e per Toscana ultimamente sparte, come scritto si truova apertamente, Appollin vide, faccendo su´ arte,

che ´l poggio fiesolan veracemente era ´l me´ posto poggio, e lo più sano di tutta Europa, di monte e di piano. Atalante vi fece allotta fare

una città che Fiesole chiamossi; le genti cominciaron a pigliare di quelle ninfe che lassù trovossi, e qual poté dalle lor man campare,

da tutti questi poggi dileguossi; e così fûr le ninfe allor cacciate, e quelle che fûr prese, maritate. Tutti gli abitator di quel paese,

Atalante gli volle alla cittade. Girafon, quando questo fatto intese, tosto v´andò con buona volontade, e menò seco il piacente e cortese

Pruneo, adorno d´ogni dignitade, ed Alimena, e comparì davante con riverenza al signore Atalante. Quando Atalante vide il vecchio antico,

graziosissimamente il ricevette, e presol per la man, sì come amico, cota´ parole verso lui ha dette: – O vecchio savio, intendi quel ch´io dico,

che la mia fede ti giura e promette che, se tu ´n questa terra abiterai, de´ miei maggior consiglier tu sarai, e meco abiterai nella mia rocca,

insiememente con questo tuo figlio. – Girafon tai parole vêr lui scocca: – O Atalante, sempre il mio consiglio fia apparecchiato a quel che la tua bocca

comanderà; ma io mi maraviglio, ch´avendo teco uomini tanto savi, più ch´io non sono, a far questo mi gravi. – – Tu di´ ver ch´i´ ho meco savia gente, –

Atalante rispose – ma perch´io veggio ch´esser tu déi anticamente ´n questi paesi stato, al parer mio, e sapere déi tutto ´l convenente

di questi luoghi, qual è buono o rio, a molte cose mi puoi esser buono in questi luoghi ove arrivato sono. – Girafon disse lagrimando quasi:

– Omè, Atalante, che tu parli ´l vero ch´i´ son antico, e´ miei gravosi casi manifestano il fatto tutto intero: e´ non è molto tempo ch´io rimasi

sol con la donna mia ´n questo sentiero se non che poi costui mi fu recato, ch´è figliuol d´un mio figliuol sventurato. – Poi gli contava il fatto com´era ito

d´Africo suo e Mensola sua amante, e poscia di Mugnon che fu fedito e morto da Diana, e tutte quante le sue sventure disse; e poi col dito

gli dimostrava, di dietro e davante i fiumi, ed i lor nomi gli dicea, e la cagion per che sì nome avea. E poi ad Atalante si voltoe

dicendo: – I´ vo´ far ogni tuo comando. – Atalante di questo il ringrazioe, e poi, ´nverso Pruneo rimirando e piacendogli molto, lo chiamoe,

e poscia inverso lui così parlando disse: – I´ vo´ che tu sia mio servidore alla tavola mia, per lo mio amore. – Così Atalante fece Girafone

suo consigliere, e ´l giovane Pruneo dinnanzi a lui serviva per ragione, e tanto bene a far questo imprendeo, ch´era a vederlo grande ammirazione;

ed oltre a questo la natura il feo ardito e forte tanto, che non truova niuno che ´l vinca a far niuna pruova. E d´ogni caccia maestro divenne

tanto, che fiera non potea campare dinnanzi a lui, tant´ottimo e solenne corridor era, e destro nel saltare; e sì ben l´arco nelle sue man tenne,

che vinto arìa Diana a saettare; costumato e piacevol era tanto, ch´io non potre´ mai raccontar il quanto. Atalante gli pose tanto amore,

veggendo ch´era sì savio e valente, che siniscalco il fe´, con grande onore, sopra la terra e sopra la sua gente, e di tutto ´l paese guidatore;

ed e´ reggeva sì piacevolmente, che da tutti era amato e ben voluto, tanto dava ad ognuno il suo dovuto. E già più di venticinque anni avea,

quando Atalante gli diè per mogliera una fanciulla, la qual Tironea era ´l suo nome, e figliuola sì era d´un gran baron che con seco tenea;

e donògli tutta quella rivera, ch´è in mezzo tra Mensola e Mugnone: e questa fu la dota del garzone. Pruneo fe´ far, dalla chiesa a Maiano

un po´ disopra, un nobil casamento, donde vedeva tutto quanto il piano, ed afforzollo d´ogni guernimento; e quel paese, ch´era molto strano,

tosto dimesticò, sì com´io sento, e questo fece sol per grande amore ch´al paese portava di buon core. Quivi gran parte del tempo abitava,

dandosi sempre diletto e piacere; dicesi che sovente i fiumi andava del padre e della madre sua a vedere e che cogli spiriti lor parlava,

dell´acque uscendo boci chiare e vere, e piene di sospiri e di pietate, le cose rammentandogli passate. Girafon, ristorato de´ suoi danni,

gran tempo visse, ma poi che sua vita ebbe compiuti i suoi lunghissimi anni, di questo mondo faccendo partita, Alimena lasciò con molti affanni;

la qual, poi che l´età sua fu fornita, con Girafon fu messa in un avello nella città, qual era molto bello. Pruneo rimase in grandissimo stato

con la sua Tironea, della qual ebbe dieci figliuol, ciascun pro´ e costumato tanto, che maraviglia a dir sarebbe; e poi ch´egli ebbe a ciascun moglie dato,

in molta gente questa schiatta crebbe, e sempre furo a Fiesol cittadini, grandi e possenti sopra lor vicini. Morto Pruneo, con grandissimo duolo

di tutta la città fu seppellito; così rimase a ciascun suo figliuolo tutto ´l paese libero e spedito, ch´Atalante donato avea a lui solo;

e ben lo s´ebbon tra lor dipartito, e sempre poi la schiatta di costoro signoreggiaro questo tenitoro. Ma poi che Fiesol fu la prima volta

per li Roman consumata e disfatta, e poi ch´a Roma la gente diè volta, que´ che rimason dell´africhea schiatta alla disfatta fortezza a raccolta

tutti si fur, che Pruneo avea fatta, e quivi il me´ che seppon s´allogaro, faccendo case assai per lor riparo. Poi fu Firenze posta pe´ Romani,

acciò che Fiesol non si rifacesse pe´ nobili e possenti Fiesolani ch´eran campati, ma così si stesse: per la qual cosa in molte parti strani,

le genti fiesolane si fûr messe ad abitar, come gente scacciata, sanz´aiuto o consiglio abandonata. Ma poi ch´uscita fu l´ira di mente,

per ispazio di tempo, e pace fatta tra li Romani e la scacciata gente, quasi tutta la gente fu ritratta ad abitare in Firenze possente:

fra´ qual vi venne l´africhea schiatta, i quai vi fûr volentier ricevuti da´ cittadini, e molto car tenuti. E per levar lor ogni sospeccione,

sed e´ l´avesson, d´esser oltraggiati, e ancor per dare lor maggior cagione d´amar la terra e d´esser anco amati, e fatto fosse a ciaschedun ragione,

si furo insieme tutti imparentati, e fatti cittadin con grande amore, avendo la lor parte d´ogni onore. Così multiplicando la cittade

di Firenze in persone e ´n gran ricchezza, gran tempo resse con tranquillitade; ma, come molti libri fan chiarezza, già era in essa la cristianitade

venuta, quando, presa ogni fortezza, fu da Totile infin da´ fondamenti arsa e disfatta, e cacciate le genti. Poi fece il crudel Totile rifare

ogni fortezza di Fiesole e mura ed un bando per lo paese andare, che qual fosse che dentro alla chiusura di Fiesole tornasse ad abitare,

vi fosse ogni persona ben sicura, giurando prima di far sempre guerra con li Romani e con ogni lor terra. Per la qual cosa la schiatta africhea,

per grande sdegno, tornar non vi volle, ma nel contado ognun si riducea, ciò è nel lor primaio antico colle, ove ciascuno abitazione avea,

faccendo quivi un forte battifolle per lor difesa, se bisogno fosse, da´ Fiesolani e dalle lor percosse. Così gran tempo quivi dimoraro,

infin che ´l buon re Carlo Magno venne al soccorso d´Italia, ed a riparo della città di Roma, che sostenne gran novità; allor si raunaro

l´africhea gente, e consiglio si tenne con gli altri nobil che s´eran fuggiti per lo contado, e preson tai partiti: ch´a Roma si mandasse, al padre santo

ed al re Carlo Magno, un´ambasciata, significando il fatto tutto quanto, come la lor figliuola rovinata giaceva in terra, e´ cittadin con pianto

l´avean per forza tutta abandonata, e perché avean de´ Fiesolan paura, non vi potean rifar casa né mura. Ma perch´altrove chiara questa storia

si truova scritta, fo con brievitade. Tornando al papa Fiorenza a memoria per l´ambasciata, glien venne pietade; ma poi che Carlo Magno ebbe vittoria,

passò di qua nelle nostre contrade, e rifece la città di Fiorenza, la qual poi crebbe ogni dì sua potenza. Per la qual cosa quei d´Africo nati

con gli altri vi tornaro ad abitare; e come poi si siano traslatati di grado in grado non potre´ contare, e d´uno in altro, ma in molti lati

son, di lor, gente scesa d´alto affare, e d´altri che son di lassù venuti, che per lor gente non son conosciuti. Ma sia come si vuole omai la cosa,

son venuto al porto disiato, ove ´l disio e la mente amorosa per lunghi mari ha gran pezza cercato; e qui donando omai alla penna posa,

ho fatto quel che mi fu comandato da tal, ch´i´ non potre´ nulla disdire, tant´è sopra di me fatto gran sire. Adunque, poi ch´i´ son al fin venuto

d´esto lavoro, a colui ´l vo´ portare, il qual m´ha dato la forza e l´aiuto e lo stile e lo ´ngegno del rimare: dico ad Amor, di cui son sempre suto

ed esser voglio; e lui vo´ ringraziare e a lui ´l libro portar là dov´egli usa, e poi davanti a lui porre una scusa: – Altissimo signore, Amor sovrano,

sotto cui forza, valor e potenza, è sottoposto ciascun cor umano, e contro a cui non può far resistenza nessuno, e sia quanto si vuol villano,

il qual non venga tosto a tua ubidienza, pur che tu voglia; ma pur più ti giova d´usar contro a´ gentili la tua prova; tu se´ colui che sai, quando ti piace,

ogni gran fatto ad effetto menare; tu se´ colui che doni guerra e pace a´ servi tuoi, secondo che ti pare; tu se´ colui che li lor cori sface,

e che gli fai sovente suscitare; tu se´ colui che gli assolvi e condanni, e qual conforti, e qual arrogi affanni. I´ son un de´ tuoi servi, al qual imposto

mi fu per te, com´a servo leale, di compôr questa storia; e io, disposto sempre a ubidirti, come quegli al quale una donna m´ha dato e sottoposto,

col tuo aiuto ho il libro fatto tale, chent´è suto possibile al mio ingegno, il qual i´ ho acquistato nel tuo regno. Ma ben ti priego, per gran cortesia,

e per dover, e per giusta ragione, che questo libro mai letto non sia per l´ignoranti e villane persone, e che non seppon mai chi tu ti sia,

né di voler saperlo hanno intenzione: ché molto certo son che biasimato saria da lor ogni tuo bel trattato. Lascial leggere agli animi gentili,

e che portan nel volta la tua ´nsegna, e a´ costumati, angelichi ed umìli, nel cor de´ quali la tua forza regna; costor le cose tue non terran vili,

ma esser la faran di lode degna. Te´ ch´i´ tel rendo, dolce il mio signore, al fin recato pel tuo servidore. – – Ben venga l´ubidente servo mio

quanto niun altro che sia a me suggetto, il qual ha messo tutto il suo disio in recar al suo fin il mio libretto; e perché certo son ch´è tal, qual io

il disiava, volentier l´accetto, e nell´armar´, tra gli altri miei contratti, appresso il metterò, de´ miei gran fatti. E ´l priego tuo sarà ottimamente,

di ciò che m´hai pregato, esaudito, ché ben guarderò ´l libro dalla gente, la qual tu di´ che non m´ha mai servito; non perch´io tema lor vento niente

né perch´io sia per lor meno ubbidito, ma perché ricordato il nome mio tra lor non sia; e tu riman´ con Dio! –

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