Nunziatrice dell´alba già spira una brezza leggiera leggiera che agli aranci dell´ampia Corcira le fragranze più pure involò.
Ecco il sol che la bella costiera risaluta col primo sorriso, e d´un guardo rischiara improvviso la capanna ove l´egro posò.
Egli è il sol che fra bellici eventi rallegrava agli elleni il coraggio quando in petto alle libere genti della patria fremeva l´amor,
quando al giogo d´estranio servaggio niun de´ greci curvava pensiero, e alla madre giurava il guerriero di morire o tornar vincitor.
Come foglia in balìa del torrente, ahi, la gloria di Grecia è sparita! L´aure antiche or quivi trovi e fiorente delle donne la bruna beltà;
ma in le fronti virili scolpita qui tu scorgi la mesta paura, qui l´impronta con cui la sventura le presenta all´umana pietà.
Sol, che a libere insegne vedrai batter forse qui ancor la tua luce; sol di Scheria, i tuoi limpidi rai sien conforto a un tradito guerrier:
qui vagando a rifugio, il conduce d´una sposa il solerte consiglio; e tu qui, fra la morte e l´esiglio, fa ch´ei scelga il più mite voler.
Dal guancial de´ suoi sonni al mattino l´uom di Parga levò la pupilla: il pallore è sul volto al meschino; ma il terror, ma l´angoscia non v´è.
Un ristoro che il cor gli tranquilla son gli olezzi del giorno novello; e quel sol gli rifulge più bello che perduto in eterno credé.
Ma perché, se il suo spito è pacato, perché almen nol rileva il saluto? perché a lei che il sorrege da un lato con un bacio ei non tempra il dolor?
perché immoto su l´uom sconosciuto il vigor de´ suoi sguardi s´arresta? e che subita fiamma è codesta che in la guancia gli vive e gli muor?
Ben Arrigo la vide: e compreso da che affetto il tacente sia roso, come l´uom che propizia un offeso, questa ingenua parola tentò:
- O straniero, al tuo cor doloroso so ch´orrenda è l´assisa ch´io vesto; so ch´io tutti qui gli odii ridesto che l´infida mia patria mertò.
Ma se i pochi, che seggon tiranni delle sorti dell´Anglia, fûr vili, tutti no, non son vili i britanni che ritrosi governa il poter.
Premian croci ingemmate e monili la spergiura amistà di que´ pochi; ma l´infamia che ad essi tu invochi mille inglesi imprecârla primier.
Mille giusti, il cui senno prepone al favor de´ potenti i lor sdegni; mille giusti in le vie d´Albione pianser pubblico pianto quel dì
che aggirato con perfidi ingegni narrò un popol fidente ed amico, poi venduto al mortal suo nemico da quel braccio che scampo gli offrì.
Oh rossor! ma il sacrilego patto nol segnò questa man ch´io ti stendo, ma non complice fu del misfatto questo petto che geme per te.
Non tu solo se´ il miser. Tremendo, ben più assai che l´averla perduta, egli è il dir: - La mia patria è caduta in obbrobrio alle genti ed a me. -
Per l´ingiuria che entrambi ha percosso or tu m´odi, o fratel di dolore! Io né il suol de´ tuoi padri a te posso né la bella ridar libertà;
ma se in te non prevale il rancore, se preghiera fraterna è gradita, dal fratello ricevi un´aita che men grami i tuoi giorni farà. -
Così l´alma schiudea quell´afflitto; così, largo di doni e di pianto, col rimorso egli sconta il delitto, il delitto che mai nol macchiò.
Piange anch´essa la greca, e di tanto il penar del pietoso l´accora, che le par mal venuta quell´ora in cui mesta i suoi casi narrò.
Ella tace, e col guardo prudente, vedi! il guardo ella cerca allo sposo. Vedi come n´esplora la mente! come in volto il travaglio le appar!
Chi sa mai se dell´uom generoso fien disdetti i soccorsi od accolti? Ma una voce prorompe; s´ascolti: è il ramingo che sorge a parlar:
- Tienti i doni e li serba pe´ guai che la colpa al tuo popol matura: là, nel dì del dolor, troverai chi vigliacco ti chiegga pietà.
Ma v´è un duolo, ma v´è una sciagura che fa altero qual uom ne sia còlto: e il son io; né chi tutto m´ha tolto quest´orgoglio rapirmi potrà.
Tienti il pianto; nol voglio da un ciglio che ribrezzo invincibil m´inspira. Tu se´ un giusto: e che importa? sei figlio d´una terra esecranda per me.
Maledetta! Dovunque sospira gente ignuda, gente esule o schiava, ivi un grido bestemmia la prava che il mercato impudente ne fe´.
Mentre ostenta che il negro si assolva, in Europa ella insulta ai fratelli; e qual prema, qual popol dissolva sta librando con empio saver.
Sperdi, o cruda, calpesta gli imbelli! Fia per poco. La nostra vendetta la fa il tempo e quel Dio che l´affretta, che in Europa avvalora il pensier.
Io vivea di memorie; e il mio senno da manie, da fantasmi fu vinto. Veggo or l´ire che compier si denno, e più franco rivivo al dolor.
Questa donna che piansemi estinto, questa cara a cui tu mi rendesti, più non tremi: a disegni funesti più non fia che m´induca il furor.
Forse il dì non è lungi in cui tutti chiameremci fratelli, allorquando sovra i lutti espiati dai lutti il perdono e l´oblio scorrerà.
Ora gli odii son verdi: e nefando un spergiuro gli intima al cor mio; però, s´anco a te il viver degg´io, sappi ch´io non ti rendo amistà.
Qui starò, nella terra straniera; e la destra onorata, su cui splende il callo dell´elsa guerriera, ai servigi più umili offrirò.
Rammentando qual sono e qual fui, i miei figli, per Dio! fremeranno; ma non mai vergognati diranno: - Ei dall´anglo il suo frusto accattò. -
L´uom di Parga giurò; né quel giuro mai falsato dal miser fu poi; oggi ancor d´uno in altro abituro desta amore a chi asilo gli diè:
scerne il pasco ad armenti non suoi, suda al solco d´estranio terreno; ma ricorda con volto sereno che l´angustia mai vile nol fe´.
Fosca fosca ogni dì più s´aggreva su lo spirto d´Arrigo la noia; nessun dolce desir gli rileva qualche bella speranza nel sen.
Non gli ride un sol lampo di gioia, teme irata ogni voce ch´ei senta, vede un cruccio, uno scherno paventa su ogni volto che incontro gli vien.
La sua patria ei confessa infamata, la rinnega, la fugge, l´abborre; pur da altrui mal la soffre accusata, pur gli duole che amarla non può.
Infelice! l´Europa ei trascorre; ma per tutto lo insegne un lamento, ma una terra che il faccia contento, infelice! non anco trovò.
Va ne´ climi vermigli di rose, lungo i poggi ove eterno è l´ulivo, a traverso pianure che erbose di molt´acque rallegra il tesor;
ma per tutto, nel piano, sul clivo, giù ne´ campi, di mezzo a´ villaggi, sente l´Anglia colpata d´oltraggi, maledetta da un nuovo livor.
Va in le valli dei tristi roveti su pe´ greppi ove salta il camoscio, giù per balze ingombrate d´abeti, che la frana dai gioghi rapì;
ma ove tace, ove mugge lo stroscio, quando l´alta valanga sprofonda, da per tutto v´è un pianto che gronda sovra piaghe che l´Anglia ferì.
Varca fiumi e di spiaggia in ispiaggia studia il passo a cercar nuovo calle; per città, per castelli viaggia, né mai ferma l´errante suo piè:
ma per tutto, di fronte, alle spalle, ode il lagno di genti infinite, d´altre genti dall´Anglia tradite, d´altre genti che l´Anglia vendé.
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