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1783–1851

PARTE SECONDA

Giovanni Berchet

Quando Parga e il suo popol fioria anch´io spesso nell´alma gustai la gentil voluttà d´esser pia. Or caduta all´estremo de´ guai,

mi conforta che almen su me torna quella pièta che agli altri donai. Oh! se un dì per me lieto raggiorna, se un dì mai rivedrò quelle mura

da cui l´odio di Alì ci distorna, se mai vien ch´io risalga secura a posar sotto il tiglio romito che di Parga incorona l´altura,

fra i terrori del turbo sparito un rifugio fia dolce al cor mio: rammentar chi m´ha salvo il marito. Ahi! percossa dall´ira di Dio,

a che parlo speranze di pace, se di morte il feroce desio forse ancor nel mio sposo non tace? Ma i sonni son placidi;

svanito è l´algor; la calma del ciglio trasfusa è nel cor. Oh Dio! nol funestino

vaganti pensier di patria, d´esiglio, d´oltraggio stranier. Dalle vette di Suli domata

l´infedele esecrò le mie genti, che una sede ai fuggiaschi avean data. Là, su i templi del Dio de´ redenti, ecco il rosso stendardo dell´empio

elevar le sue corna lucenti. Quei ehe indisse a Gardichi lo scempio, quei che rise in vederlo, ha giurato rinnovarne su Parga l´esempio.

La sua tromba suonò lo spietato; noi la nostra, e scendemmo nell´ira sul terreno d´Aghià desolato, sul terren che le caste rimira

sue donzelle vendute al servaggio e scannati i suoi prodi sospira. Gl´infelici eran nostro lignaggio, nostri i campi; e a punir noi scendemmo

chi insultava al comune retaggio. E noi donne, noi pur, combattemmo, o accorrendo al tuonar de´ moschetti, carche l´arme al valor provvedemmo.

La vittoria allegrò i nostri petti, e il guerriero asciugando la fronte già cantava i salvati suoi tetti. Già le spose recavan dal fonte

un ristoro ai lor cari, e frattanto la vendetta cantavan dell´onte. - Ah! cessate la gioia del canto: due fratelli il crudel m´ha trafitto;

l´un sull´altro perironmi accanto. - Così in Parga una voce d´afflitto rompe i gridi del popol festoso che ritorna dal vinto conflitto.

Ahi! chi piange i fratelli è il mio sposo. Fûr l´ultime lagrime che il miser versò: poi cupo nell´anima

il duol rinserrò; con negri fantasimi più sempre il nodrì; ahi misero! misero!

la vita abborrì. Ma il sonno più aggrevasi, ritorna il tepor; trasfusa dal ciglio

la calma è nel cor. Oh Dio! nol ritentino vaganti pensier di patria, d´esiglio,

d´oltraggio stranier. Come uscito alla strada il ladrone, se improvviso lo stringe il periglio, riguadagna a gran passo il burrone,

là si accoscia, e dal vil nascondiglio gira il guardo ed agogna il momento di spiegar senza rischio l´artiglio; tale Alì si sottrasse al cimento.

Poi rivolto all´infausta pianura, l´attristò d´un feral monumento. Ma que´ marmi non son sepoltura che piangendo ei componga al nipote:

arra son di sua rabbia futura. Sorge un vecchio e predice: - Remote ah! non son le vendette del vinto; oggi ei fugge, doman vi percote.

D´armi nuove il suo fianco è recinto, e alle vostre la punta fu scema in quel dì che l´avete respinto. - Consigliera de´ stolti è la téma.

Stolto il veglio e chi udillo! Fu questa delle nostre sciagure l´estrema. Noi vedemmo venir la tempesta; e dov´è che cercammo salute?

Nel covil della serpe! Oh funesta cecità delle menti canute! voh de´ giovani incauta fidanza! oh vigilie de´ forti perdute!

Più di libere genti la stanza non è Parga. Un´estrania bandiera è il segnal di sua nuova speranza. La sua spada è una spada straniera:

i non vinti suoi figli all´Inglese han commesso che Parga non pera. De´ tementi egli il gemito intese e, signor delle vaste marine,

come amico la destra ci stese. Ecco ei siede sul nostro confine: ecco ei giura nel nome di Cristo far secure le genti tapine.

Ahi! qual fé ci è serbata dal tristo, a che laccio il mio popol fu còlto, sa ´l quest´uomo su cui mi contristo, questo forte che il senno ha sconvolto.

Ma l´ansie cessarono, più lene è il sopor; la calma trasfondesi dal ciglio nel cor.

Oh Dio! non la turbino lugubri pensier, crucciose memorie d´oltraggio stranier.

Squilla in Parga l´annunzio d´un bando: posti a prezzo dall´Anglo noi siamo, come schiavi acquistati col brando. Vano è il pianger, schernito è il richiamo:

già il vegliardo dell´empia Giannina co´ suoi mille avanzarsi veggiamo; già già tolta all´inflessa vagina sfronda i cedri del nostro terreno

l´insultante sua sciabla azzurrina. Egli viene: dal perfido seno scoppia il gaudio dell´ira appagata; la bestemmia è sul labro all´osceno.

Non è il forte che sfidi a giornata; è il villano che move securo a sgozzare l´agnella comprata. Ah! non questo, o britanni, è il futuro

che insegnavan le vostre promesse; questi i patti, o sleali, non fûro. Pur, quantunque deluse ed oppresse, le mie genti al superbo ottomanno

non offrîr le cervici sommesse. Un sol voto di mezzo all´affanno, un sol grido fu il grido di tutti: - No, per Dio! non si serva al tiranno. -

Quindi al crudo paraggio condutti, preferimmo l´esiglio. Ma questi ch´oggi tu m´hai scampato dai flutti, fin d´allora in suo cor più funesti

fea consigli, e ne´ sogni inquieti io, vegghiando, l´udia manifesti darmi i segni de´ fieri segreti. Ma i sonni prolungansi,

l´affanno cessò; le membra trasudano, il cor si calmò. Serene le immagini

ti formi il pensier; o sposo, dimentica l´oltraggio stranier! Eran quelli i dì santi ed amari,

i dì quando il fedele si atterra ripentito agli squallidi altari, ove l´inno lugùbre disserra le memorie dei lunghi dolori

con che Cristo redense la terra. Là, repressi i profani rancori, offerimmo le angosce a quel Dio che per noi ne patì di maggiori.

Poi, gemendo il novissimo addio, surse, e l´orme de´ suoi sacerdoti taciturna la turba seguio. Quei ne trasser là dove, remoti

dai trambusti del mondo e viventi nel più caro pensier de´ nipoti, sotto il salcio dai rami piangenti dormian gli avi di Parga sepolti,

dormian l´ossa de´ nostri parenti. Qui, scoverte le fosse e travolti vi sepolcri, dal campo sacrato gli onorandi residui fûr tolti.

Ah! dovea, su le tombe spronato, il cavallo dell´empio quell´ossa a´ ludibri segnar del soldato? Da pietà, da dispetto commossa

va la turba, e sul rogo le aduna che le involi alla barbara possa. Guizza il fuoco: all´estrema fortuna de´ suoi morti la vergin, la sposa

i recisi capegli accomuna. Guizza il fuoco: la schiera animosa de´ mariti il difende, e appressarse la vanguardia dell´empio non osa.

Guizza il fuoco, divampa; son arse le reliquie de´ padri, ed il vento già ne fura le ceneri sparse. Quando il rogo funereo fu spento,

noi partimmo: e chi dir ti potria la miseria del nostro lamento? Là piangeva una madre, e s´udia maledir il fecondo suo letto,

mentre i figli di baci copria. Qui toglievasi un´altra dal petto il lattante, e fermando il cammino, con istrano delirio d´affetto,

si calava al ruscello vicino, vi bagnava per l´ultima volta nelle patrie fontane il bambino. E chi un ramo, un cespuglio, chi svolta

dalle patrie campagne traea una zolla nel pugno raccolta. Noi salpammo: e la queta marea si coverse di lunghi ululati,

sicché il dì del naufragio parea. Ecco Parga è deserta. Sbandati i suoi figli consuman nel duolo i destini a cui furon dannati.

Io qui venni mendica; e ciò solo che rimanmi è quest´uom del mio core, e i pensier con che a Parga rivolo. Ei non ha che me sola e il furore

de´ suoi sdegni; e de´ morti fratelli questi avanzi di pianto e d´amore. Li rinvenne all´aprir degli avelli: carità sì severa ne ´l punse

che, geloso, alla pira non dielli, ma compagni alla fuga gli assunse.

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