Ella è sola dinanzi le genti, sola in mezzo dell´ampio convito; né alle dolci compagne ridenti osa intender lo sguardo avvilito.
Vede ferver tripudi e carole, ma nessuno l´invita a danzar; ode intorno cortesi parole, ma ver´ lei neppur una volar.
Un fanciullo che Madre la dice s´apre il passo, le corre al ginocchio, e co´ baci la lagrima elice che a lei gonfia tremava nell´occhio.
Come rosa è fiorente il fanciullo, ma nessuno a mirarlo ristà; per quel pargolo un vezzo, un trastullo, per la madre un saluto non v´ha.
Se un ignaro domanda al vicino chi sia mai quella mesta pensosa che sul ricci del biondo bambino la bellissima faccia riposa,
cento voci risposta gli fanno, cento scherni gl´insegnano il ver: - È la donna d´un nostro tiranno; è la sposa dell´uomo stranier. -
Ne´ teatri, lunghesso le vie, fin nel tempio del Dio che perdona, infra un popol ricinto di spie, fra una gente crucciata e prigiona,
serpe l´ira d´un motto sommesso che il terrore comprimer non può: - Maledetta chi d´italo amplesso il tedesco soldato beò! -
Ella è sola: ma i vedovi giorni ha contato il suo cor doloroso; e già batte, già esulta che torni dal lontano presidio lo sposo.
Non è vero. Per questa negletta è finito il sospiro d´amor: altri son i pensier che l´han stretta, altri i guai che le ingrossano il cor.
Quando l´onte che il dì l´han ferita la perseguon, fantasmi, all´oscuro; quando vagan su l´alma smarrita le memorie e il terror del futuro;
quando sbalza dai sogni e pon mente come udisse il suo nato vagir; egli è allor che alla veglia inclemente costei fida il secreto martir:
- Trista me! qual vendetta di Dio mi cerchiò di caligine il senno, quando por la mia patria in obblio le straniere lusinghe mi fenno?
io, la vergin ne´ gaudi cercata, festeggiata - fra l´itale un dì, or chi sono? L´apostata esosa che vogliosa - al suo popol mentì.
Ho disdetto i comuni dolori, ho negato i fratelli, gli oppressi, ho sorriso ai superbi oppressori, a seder mi son posta con essi.
Vile! un manto d´infamia hai tessuto, l´hai voluto, - sul dosso ti sta; né per gemere, o vil, che farai, nessun mai - dal tuo dosso il torrà.
Oh! il dileggio di ch´io son pasciuta quei che il versan non san dove scende. Inacerban l´umìl ravveduta che per odio a lor odio non rende.
Stolta! il merto, ché il piè non rattengo, stolta! e vengo - e rilevo fra lor questa fronte che d´erger m´è tolto, questo volto - dannato al rossor.
Vilipeso, da tutti reietto, come fosse il figliuol del peccato, questo caro, senz´onta concetto, è un estranio sul suol dov´è nato.
Or si salva nel grembo materno dallo scherno - che intender non sa; ma la madre che il cresce all´insulto forse, adulto, - a insultar sorgerà.
E se avvien che si destin gli schiavi a tastar dove stringa il lor laccio, se rinasce nel cor degl´ignavi la coscienza d´un nerbo nel braccio,
di che popol dirommi? a che fati gli esecrati - miei giorni unirò? per chi al cielo drizzar la preghiera? qual bandiera - vincente vorrò?
Cittadina, sorella, consorte, madre, ovunque io mi volga ad un fine, fuor del retto sentiero distorte stampo l´orme fra i vepri e le spine.
Vile! un manto d´infamia hai tessuto: l´hai voluto, - sul dosso ti sta; né per gemere, o vil, che farai, nessun mai - dal tuo dosso il torrà.
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