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1525–1585

XVII

Giovanni Alfonso Mantegna

Volgasi il ciel con disusato giro e porti il sol de la sua luce spento, né mai qua gi` vago splendor dimostri, e torni ghiaccio il foco ond'io sospiro,

e 'l foco ghiaccio, ogni piacer tormento. Nutrisca sol la terra orrendi mostri, né mai pi` fior l'inostri; anzi, invece di belle e vaghe rose,

produca stecchi e velenose spine. E le dorate brine si convertano in piogge furiose, corra indietro ogni fiume al proprio fonte

e diventi ogni piaggia alpestro monte. Sian l'onde sempre da rabiosi venti turbate, e sovra il mar nascan i faggi. Ardente il verno sia, fredda la 'state

e gli augelletti a languir solo intenti; e sian i cor benigni aspri e selvaggi, né si scorgan pi` voglie innamorate ma ritrose e spietate.

E ognun pianto dal suo petto sgombri con dogliosi concenti e rei martìri, né cosa altra rimiri; che 'l miser petto d'allegrezza ingombri,

ma cangi in duro il suo felice stato, ché così vuol al fin l'acerbo fato. Poscia che 'l cieco Amor, l'empio tiranno – come quel che d'altrui doglia si pasce,

e come fiume rapido e profondo, da cui sdegni, sospiri, infamia e danno e ogni rio martì sorge e rinasce, e fiamma ch'arde dolcemente il mondo –

or fiero e or giocondo tempra la breve gioia e i lunghi affanni; e di false speranze ogni pensiero il disperato arciero

nudre, con sempre novellar gli inganni; e con amare tempre, ahi fiera sorte, or ti mantiene in vita e or in morte! D'ira e di sdegno e d'alta invidia pieno

de la libera mia tranquilla vita, allor ch'armava freddo ghiaccio il petto né m'accendea cocente fiamma il seno, fu da' suoi inganni cruda rete ordita

e femmi di sua legge umil soggetto, ch'un bel divino oggetto mi dimostrò, composto in paradiso, venuto a dimostrar quant'è nel mondo

di bello e di giocondo. E fu l'adorno e lampeggiante viso, che drizzando ver' me l'almo splendore, d'una piaga mortal mi ponse il core.

E di quel crespo crin, di quel fin auro – che toglie il pregio e 'l vanto al biondo Apollo, crin da cui la mia pena ognor rinasce, ond'io non spero aver mai più restauro

e dislegar dal greve giogo il collo, la cui soma crudel mi nudre e pasce – Amor le dure fasce e la forte mortal empia catena

fece, e strinse di me la meglior parte. E con mirabil arte de la fronte tranquilla, alma e serena, fe' lo speglio in cui tien seggio e impero

vago, leggiadro, onesto e bel pensiero. De le altere, tranquille e negre ciglia fe' l'arco donde uscì l'acuto strale, che m'impiagò soavemente il fianco

e mi sculse con alta meraviglia al cuor un volto a cui null'altro eguale di leggiadria non fu veduto unquanco. E 'n lodar sarei stanco,

il bel naso, anzi il vago e puro scoglio di bianca neve, che 'n mirando intenta – avendo l'ira spenta – l'Invidia dice ch'ogni fier cordoglio

acqueta, in sì gentil, degno lavoro di pi` valor che gemme e ostro e oro. Que' lucidi, sereni e chiari lumi – che come soli di tranquilli giorni

giunsero a le mie notti oscure e adre – ponno scaldar i pi` gelati fiumi; ove tanta dolcezza par ch'aggiorni che m'insegna poggiar ne l'alte squadre.

E le menti leggiadre col vago raggio Amor non solo incende, ma ogni alpestre cor, duro e maligno, far può molle e benigno.

E tanto lungi il folgorar s'estende ch'i bramosi occhi in contemplar intenti restaro nel veder pi` bello spenti. Sovra falda d'intatta e bianca neve

si veggion campeggiar rose e viole e tra loro scherzar gli onesti amori. La dolce bocca, ond'escono parole d'accender Giove, e i preziosi odori

fan ch'io sempre gli onori e scorga il ben qua gi` del paradiso. E tra perle e rubin nasce il concento ch'assai lieto e contento

lo spirto mi tenea dal cor diviso, che mentre esser vedermi in tale stato mi tenea fra gli amanti il pi` beato. La rilucente e cristallina gola

e pi` ch'avorio bianco il largo petto mostran casti pensier, santi desìri. O beltà veramente al mondo sola e di vera onestà fermo ricetto,

sola cagion de' miei lunghi martìri! Che lodar, lingua, aspiri? Le mamme, anzi, i duo pomi còlti in cielo? il ritondetto piè, la dolce mano?

o ver quel che, lontano, al tuo pensier si mostra e cuopre il velo? ché 'n veder tanto ben l'anima vaga ogni dolor soavemente appaga!

Tai giorni mi segnava lieta stella, mentre l'ingiusto Amor non m'ebbe a sdegno. Ma quel breve gioir passò volando, ch'a l'acerba fortuna, empia e ribella,

piacque di doglia farmi ultimo segno e por me stesso d'ogni pace in bando. E perch'io lagrimando viva, tolsemi i rai de la mia donna,

anzi lo scudo di mia afflitta vita, e di beltà inudita, gloriosa, gentil, ferma colonna in cui s'appoggia senno, alto valore,

tema di scorno e bel desìo d'onore. Ma s'a tòrla fu presta agli occhi miei, la segue pur il mio stanco pensiero. S'io parlo o taccio o muovo il piede o seggio,

lei miro cui mirar sempre vorrei. Così morendo vivo e temo e spero, e conforto al mio mal, lasso, non chieggio. Né cosa al mondo veggio

che mi sospinga ad altro ch'a trar pianto per ampie selve inabitate e strane; e tigri e fier ircane benigne rendo col mio tristo canto.

Così doglioso, e d'uno in altro scempio, vo biasimando il destin fallace ed empio, e con le pene i campi misurando. «Ahi lasso, privo son d'ogni mio bene

– dico gridando – e secca è la speranza! Il seren de' miei giorni è posto in bando e con doppia ombra orrida notte viene, né altro già che sospirar m'avanza!

O d'amor prava usanza, o senza legge vita degli amanti, questa mercè di ben servir si coglie? Or sbrama le tue voglie,

Amor, con involarmi i lumi santi, che gran tempo mi diêr benigna sorte e or vita mi dan peggior morte!». Poi ch'altro che versar pianti non fai,

canzon, rimanti fra gli oscuri boschi, simil a' tuoi pensier noiosi e foschi!

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