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1525–1585

XLIV

Giovanni Alfonso Mantegna

Avea tre volte il natural viaggio finito il chiaro e pi` gentil pianeta, e tre volte deposto i pioppi e gli olmi avevano il peso de' maturi frutti

che producon le lor fide compagne, e tre volte dimostro avea la terra il volto suo di vaghi fiori ornato, quando il pastor – che forsi tra' pastori

c'hanno e Apollo e le sorelle amiche non è di basso grido, anzi il suo canto, canto non vinse mai d'altra sampogna, mentre il favor de la fatal sua stella,

alto soggetto di celeste ingegno, non tolse il fiato a le sonore canne – non trovando rimedio al suo dolore, al suo dolor che tutti gli altri avanza,

com'avanza colei ch'a ciò il rimena di bellezza le belle e di fierezza l'alpestre fiere degli arcani lidi, cercò con vari e 'nusitati modi

troncar lo stame a la sua trista vita. E, lasciando la greggia sola errante senza ch'ivi alcun sia che n'abbia cura, drizzò il sentier verso i riposti boschi;

e sotto un orno secco, già conforme a la secca sbandita sua speranza, pose l'afflitte e affannate membra ed ai gravi martìr la lingua sciolse:

«Or, Mantengo doglioso, ti conviene l'alma spogliar de la mortal sua spoglia, poscia che manca agli occhi il vivo umore, il vivo umor che pi` tributo al mare

rendere, ohimè facea dei larghi fonti, poscia che, tolto ogni vigor, la voce formar non può le dolorose note. Ecco vinto hai, crudel Fortuna, vinto!

ecco sbramate hai le tue voglie prave! Che dunque a far contro di me ti resta? Lasso, loco non ho di nuova piaga, perché l'antica ognor si rinnovella

nel misero mio cor, ch'agghiaccia e arde senza sperar che medicina trovi. Ecco, vietato ha il sole agli occhi miei dura nebbia di lingua aspra e fallace,

lingua d'acerba e velenosa tigre, lingua d'orsa rabbiosa, orrida e fiera, rabbiosa tigre, orsa rabbiosa e cruda, che crudelmente del mio ben mi priva,

del mio verace e del mio caro bene. Ma tu, Coronia mia gentile e vaga, ma molto vaga pi` che non pietosa al tuo Mantengo fido, che già mai

non scorse raggio di pietà nel volto qual fortuna gli die' per spoglio eterno, come lasci morir chi tanto t'ama? come non corri a dargli alcun conforto?

Non sai tu che, dal dì che gli occhi aperse a contemplar la tua rara bellezza, posto ha la greggia e sé stesso in oblio? e quanto vide poi tenne ombr' e fumi,

ma te sola nel cor scolpita porta, né trova ch'altri suoi martìri appaghi, ché di Coronia bella il bel pensiero, il bel pensier che di Coronia bella

sempre ragiona e 'ntorno a lei soggiorna, l'ha fatto tal che ne la fronte scritto ciascun legge: – Mantengo arde per lei, per lei Mantengo dentro al fuoco agghiaccia –.

O dolce foco! O dolce e grato ghiaccio o non visto già mai pi` dolce foco! o non inteso mai pi` grato ghiaccio! Or sappi che per te corre a la morte,

per te, ninfa gentil, Mantengo al grembo offre di morte la sua morta vita, da cui lontano è stato da quel punto ch'amor di te lo fece umil soggetto;

e teco è l'alma che già mai ritorno a lui non fe' bench'ei sempre la chiami. E perché fermo in lui cresce il martìre, e crescendo il martìr manca la speme,

morte egli chiama, e morte non risponde ché la morte non vien quando altri chiede, ché seco ogn'agro e reo dolor finisca, né mai conduce alfin morte il desìo

a cui l'aura vital non è vicina. O sorda morte! o 'ngrata morte! come schiva ti mostri a chi ti segue e brama! Vieni e pietosa al mio desir consenti,

ch'altri che tu non mi può trar di guai. Altri, dico, che tu, ché la ninfa – ma perché ninfa mia, lasso, la chiamo se mia non è – del mio languir gioisce».

Così Mantengo, afflitto e sbigottito, fatto soggetto d'angosciosi pianti, cader nel grembo de' martìr si lascia. E mentre che così piangea, s'accorse

che l'alma ninfa sua con l'altre ninfe ratta passò, né d'amor segno alcuno li fe', come solea, fingendo, spesso. Egli, per così amata e dolce vista,

a pena creder può quel che con gli occhi scorge, e pioggia cotal d'alta dolcezza sente posarsi al cor ch'una parola non può formar, né riverenza farle

ma, ricovrati i già perduti spirti, aperse l'uscio a la tremante voce: «O bella ninfa mia, qual lieta sorte, qual mio lieto destin qui ti condusse,

perch'io a la tela di mia vita ordisca pi` lunghe fila e poi contento moia? Ma tu ten fuggi, ohimè! Perché ten fuggi? perché fuggi Mantengo che sol teco

brama posarsi? E qui, sotto quest'ombra, aprirsi il petto e discoprirti a pieno i suoi caldi pensier, mostrarti il core? Ch'altra forma non tien che la tua forma,

la bella forma tua, pi` bella assai che l'istessa bellezza, bella e vaga, che vagamente belle piaghe al fianco gli fa sovente; ed ei le porta in pace,

seguendo a tutte l'or chi pi` l'offende, come farfalla il lume, e pi` s'intrica ne la prigion d'amor, com'augellino involto ne la rete che scotendo

va l'ale per muscir ma pi` s'avolge. O gentil coppia di celesti dive, dive de la mia dea, fide compagne, deh, se pietade il vostro petto accoglie,

ché ben so che pietose ai pastor vostri vi offrite sempre, ritenete i passi, fermate il corso di Coronia cruda, che da me così ratta si dilunga,

come da cacciator ferita cerva! Ferma, Camicia vaga, e teco fermi Zurlinia dolce, e fermin teco ancora l'alma Caraffa con Velinia altera,

e vederete l'amor, la ferma fede, la pi` sincera fé, l'amor pi` vero, il pi` fidele, il pi` gentile amore che in pastor mai s'accese. E quanto il sole

girando scorge dal balcon sovrano poss'io ben dir, ché de la fiamma mia non vidde la pi` ardente accesa fiamma, non la pi` viva inestinguibil fiamma;

e, lasso, il pur dirò che 'n tutto il mondo non è di me pi` sviscerato amante! O del coro del ciel pi` felici alme, porgete orecchio al suon de le mie voci,

de le mie tristi voci, che spargendo vo per selve, per boschi e per campagne, per oscure spelonche e adre grotte, chiamando il nome di Coronia, ond'Eco,

spinta da la pietà, meco la chiama. Movan così voi pure i miei sospiri de' miei sì fiochi e angosciosi accenti; fate che la terribil ninfa vegga

ver' me pietosa e, col soave foco de la vostra dolcezza, il freddo gelo stemprate del suo cor, e vi giuro ardervi incensi, consecrarvi altari

e, ancora, il pi` grasso e bianco agnello, e duo vasi di fresco e puro latte con duo canestri d'odorati fiori; e 'l core anco v'offrei ma non è mio,

ché di Coronia è il cor e fia mai sempre suo il core, sua la greggia e la sua mandra, sue le fiscelle, e 'l cascio, e 'l zaino appresso, sue le zampogne che 'n soavi modi

han fatto aperto di Coronia il nome per ogni lido. E viverà in eterno il suo bel nome, e sovra un faggio antico, fra duo frondosi e intricati rami,

le serbo ancor di grate tortorelle un bel composto nido; e un selvaggio, or mansueto, cavriol che sempre ascolta quel ch'io dico, e quando sente

il nome di Coronia egli s'inchina, come sospinto dal natìo costume a conoscer le cose alme e divine. Volgi dunque, Coronia, la tua fronte,

la tua sì chiara e onorata fronte! Volgi, tranquilla, a me benigna e lieta l'altera fronte, ove l'altero dio regge l'imperio e' l suo trono maggiore,

il per me sempre, ahi lasso, irato monte di gelato timor, di fredda speme. Gira ver' me quei vaghi e lucidi occhi, quei vaghi e lucidi occhi, assai pi` belli

che non è il sole, che non son le stelle; quegli occhi santi, i quali il ciel sereno fanno, l'aere, la terra e 'l cieco abisso, e fan sparir la tenebrosa notte.

O miei cari e begli occhi, occhi amorosi, occhi leggiadri, a cui natura e 'l cielo dieder tanta virt` ch'un guardo solo basta ridurmi in vita e d'ogni oscura

nebbia d'atri pensier sgombrarmi il petto, vedete come tremo? E come avvampo? e come d'ora in or mancando vegno? Perché, Coronia mia, perché mi nieghi

la dolce vista e 'l lampeggiante viso? le tue pulite guance in cui si vede sempre lieto fiorir aprile e maggio? e i corallini labbri? E 'l vivo fonte,

colmo d'elette e di minute perle, qual sempre fuor tanta dolcezza versa, che di diletto accende ogn'alma nata, e me fa dura e insensibil petra?

perché la cristallina e bianca gola, che vince i chiari e lucidi cristalli ove i ribelli amor lega e 'ncatena? Perché mi privi di quei dolci pomi,

dei pomi colti nel giardin celeste? O dolci pomi, o miei soavi pomi, che m0accendete ognor novo desìo di basciarvi a tutte ore, e i miei pensieri

torcete in voi come in lor proprio obietto. O ricco obietto, o mio felice obietto! chi mi t'asconde? E chi di te mi priva? Ingrato, avaro velo, crudo velo,

invido vel, che 'l mio tesor nascondi! Apri, Coronia, il velo e 'l paradiso! scopri, Coronia, i candidi ligustri! spargan, Coronia, le rosae porte

il dolce cibo dei superni dei! Fa contento il mio cor sol una volta in dir ch'ami Mantengo, che te sola, te sola al mondo riverisce e ama!

Alpestre ninfa, ch'al mio ben contrasti immobil ninfa, ch'al mio ben contrasti senza punto ascoltar quel ch'io ti priego! Dunque, ha disposto il ciel ch'io per te sempre

mova a pietà gli augei, gli alberi e i sassi? e ch'alcun frutto il mio servir non colga? e che non possa ragionar già mai, assiso teco, de' passati tempi

ch'ho per te spesi in tenebre sepolto, che non, perché col suo dorato carro salito Febo a l'orizonte il manto ritogliesse a la terra, a me il togliea,

ch'altro sol non farà che 'l dì m'apporti che de' begli occhi tuoi ardenti raggi? Ma tu pi` ti nascondi e pi` t'involi, o, qual turbato mar, sorda e fugace!

Ma chi, lasso, m'ascolta? Ella è sparita, e fatto m'ha d'ogni tormento erede e cittadin di boschi incolti ed ermi. Deh, Coronia, non sai che vola il tempo?

e volando ne porta ogni vaghezza e 'l tardo accorger poi nulla rileva? Ama il torel la sua giovenca ed egli lei dolcemente accoglie; aman le viti

i salci e gli olmi: e tu perché t'ingegni si viver sempre scompagnata e sola? Ma i' spargo, ohimè, le mie querele al vento, così afflitto, doglioso e senza luce,

un Etna del mio cor, degli occhi un Tebro formando, né fia pur che la mia ardente fiamma consumi il copioso umore, né 'l copioso umor l'ardente fiamma!».

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