Eccoti, re degli altri, altiero fiume,
lo infiammato pastor che sul Tesino
cantò de l'Alba i begli occhi e la treccia
e lo splendor de le virtuti interne.
Qui siede or mesto a la sinistra riva
del nido tuo, che da Vitellio ha il nome,
poicé dei raggi pi` che 'l sol sereni,
mercé dei pi` maligni, invidi cieli,
privo si vede e questa vita stanca
mena in sì lunga e tenebrosa notte.
Questa l'Alba non è, né questo è Febo
che 'l vulgo sciocco intieramente crede,
anzi, ch'egli è Pluton, quella è Megera!
Questi non sono i candidi ligustri,
le pallide viole, ibianchi gigli,
né le vermiglie matutine rose,
ma elleboro mortal, fredda cicuta;
né questo è il tronco del famoso Alcide,
né quello è 'l don gratissimo di Bacco,
ma sterile lambrusca infra le spine,
e del figluol di Telefo fugace
l'arbore mesto, e 'l paliuro acuto.
Fugge Favonio quindi e Flora è seco,
e Noto oscur nel sen porta la pioggia,
le sinistre cornici e i destri corvi
turbano il suon di Filomena e Progne:
qui non son capre, pecore e giovenche,
né copia alcuna di benigno armento!