Slega l'antica benda, Amor, da gli occhi: e il piè ferito con pietà mirando, queto e soave cingi, e il sangue suo ristringi,
sì che forte spicciando, né lei faccia svenir né terra tocchi. Se il bianco velo intingi nel nettare del ciel, che quindi stilla,
quanta fia la favilla, che in ogni tempo e loco empierà il mondo d'amoroso foco? Ma perch'io più ne fregi alta memoria,
dentro al mio petto instilla qual il suo caso sia, qual la tua gloria. Da leggiadretto avorio terso e vago, ch'alabastro sostien, ne la cui cima
dolce concento spira, e dolce lume gira, che i cori arde e sublima con rai, perle e rubin (celeste imago!),
scende (che ne sospira?) quasi d'ebano un fil vivo lucente. Questo il ferro pungente colpir tosto volea,
per trarne umor di fiamma afflitta e rea; e la man per pietà veloce e empia, per tema non possente, raddoppia il colpo, onde l'ufficio adempia.
Beata, iniqua man, che là giungesti a l'un de i due terrestri amati poli, su cui si move e posa con maestà gioiosa
e con due chiari soli l'almo nostro emispero, e che poi festi opra sì dispettosa, se ben fu voglia tua contra tua voglia.
Or che sì bella soglia di sì bel tempio è aspersa di sì puro color di macchia tersa, chi vide mai d'ostro rigata neve,
o l'alba allor che scioglia di rosato candor suo corso lieve? Qua vola, Amor, donde il più degno impero ch'avesti langue, poi che qui s' affligge
madonna e seco s' ange, e il destin crudo piange con voce e duol ch' infige tal dolcezza e martir, ch' ahi lasso, i' pero.
Nova Euridice cange il caro nome che la luce cria; pur che cantata sia da un novo Orfeo, ché canto
minor non merta il cambio e il suo gran vanto: sì come ella medesma i venti arresta con la dolce armonia, e sassi e fere a seguitarla desta.
Qua vola, e ferma il suo liquor divino, consola il tuo conforto e la tua gioia; con la tua ardente face l' affanno che la sface
distruggi anzi che moia. Il lume da' begli occhi pellegrino, che sfavillando tace, aviva; e da lui prendi, e a lui da' forze,
pria che si fiacchi e ammorze. Altronde non è aita, né darle vita può se non sua vita. Però se finir lasci i giorni suoi,
né lo spirto rinforze, anco fien giunti al fin estremo i tuoi. Benché non si profani entro l'abisso l'angelica virtù che vi discenda,
né tra le nubi oscure Febo le luci pure contaminate renda, e in se stesso il valor rimanga fisso,
non convien che s'oscure con l'appoggiarsi ad un soggetto vile forma chiara e gentile. Vieta tu dunque, Amore,
che da le pietre paradisi infiore così pregiata goccia, onde quell'alma con fomento sottile solea nutrir la sua leggiadra salma.
La fascia, che schifar può il grave oltraggio, s'ove rosseggia la marmorea pianta la leghi, ancora pote le sanguinose note
tirar a sé con tanta forza di spirto, ch'infiammato raggio a ognun le renda note. Se con quest'arte ti governi e guidi,
non è che più ti fidi d'arco, facelle, o dardi: spiega, e ti basti, tale insegna a i guardi. Con questo incendio ogni lorica o scudo,
per monti e piani e lidi, passar potrai, ché fia ogni core ignudo. Quando l'unica nostra alta reina non degni che tu porti i tinti veli,
perché a gli occhi mortali non siano oggetti uguali, lasciali, e più non celi altro legame alcun la tua meschina
vista, ch'è senza strali: de le tenebre omai gli amanti priva con questa donna e diva, ch'è ben di Dio perfetto,
e alluma e scalda a noi la mente e il petto. Non restar cieco più per far noi ciechi: costei ch'a l'alme arriva, sia la tua benda e divin lume rechi.
Canzon, se giungi mai a la sua bella faccia, dille (e, oh, il ciel tanta mercé ne faccia!) che, smorta lei, s'io vidi Amor già morto
a i lagrimosi rai, nel vago viso suo vivo l'ho scorto.
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