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1529–1575

XLIV

Giovan Battista Nicolucci

Amor, che vedi i miei pensieri aperti, e ben sai che di spirti sol gli appago, di spirti che da lei sovente involo, la benda, onde il timor gli occhi ha coperti,

onde il cor lega e tien ristretto il duolo, disciogli, e spiega il volo de la mia speme nel suo aspetto vago di fin gentil presago.

Sì ch'io possa non solo mirar quei lumi e lor faville ardenti, ma con sicuro senso udir la voce e suoi divin concenti,

udir poscia gli accenti, chiari e soavi segni del più levato e prezioso senso, che discendendo da gli empirei regni

in angelico sen risorga e regni. La notte luminosa e il chiaro caldo dal desir che l'una apre e l'altro accende, sì non m'ingombran ch'io non senta e scerna

la virtù contra cui non resta saldo petto, s'amor e la ragion governa. Me se la tema interna, che le voglie a l'uscir m'allaccia e prende,

e l'ardir mi contende, e sempre meco verna, sciogliesse un giorno il sol de l'alma mia, o che serena luce,

che viva fiamma distruggendo pia, e dolcemente ria, le tenebre e il gelo, che a lagrimosa morte mi conduce,

fuggir farebbe? O che beato zelo? Al mio tremante cor, che aperto cielo? Poi che l'unirsi a la celeste parte del più bel parto ch'essaltasse il mondo,

ch'a sì perfetto essempio si rinova, è l'infallibil ben che Dio comparte, madonna i rai de'suoi begli occhi mova con vaga foggia nova

da l'alta fronte, al tremolar giocondo del crin ritorto e biondo, e ne'miei spiri e piova di sì densa pietà sì chiara nebbia,

che ne le luci sue qual io mi sia raffigurar mi debbia. Già di splendor m'annebbia l'imaginar suoi sguardi,

e una sola fa d'anime due. Se tal dunque è il pensier ch'io non ritardi il sommo ben, che fia s'ella mi guardi? Perch'io col canto, che tra noi gioisce

e i morti sveglia, concentrar mi possa, destasi l'armonia che dentro dorme. E con quel suon, che i cori al ciel rapisce, dietro a quei gradi omai, dietro a quell'orme

de i giri e de le forme che son là sù, donde qua giù vien scossa la midolla ne l'ossa, lo spirto si conforme;

e inebriato in quell'umor, che snoda sì viva e dolce lingua, nel diletto mortal l'eterno goda. Dal suo profondo l'oda

la mente, e seco posi, e seco voli; e alcun mai non distingua del mio intelletto i corsi e i riposi da moti e stati suoi cari e gioiosi.

Dinanzi al suo real cospetto puro, se tanta grazia il mio destin mi porge, tacito parli il mio sembiante afflitto; e con color, bench'a tutt'altri oscuro,

noto a costei, l'acerbo mio despitto porti dolce descritto; e io nel viso suo, che a gloria scorge, legga il valore invitto.

Largato poi de le parole il freno, quinci e quindi si solva l'animo in desiar fosco e sereno, e con spesso baleno

i concetti discopra, e a un fin ambi i voler giunga e rivolva. Né morte, che nel fral di lei s'adopra, rallentarne già mai possa quest'opra.

Canzon, da te si preghi, che in vece del timor turbato antico, ond'io la vista intrico e l'alma in pianto e in doglia,

questa benda d'amor vero mi leghi: sì che schietto piacer sempre si voglia, e due candidi cor stringa una voglia.

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