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1529–1575

LXXXVI

Giovan Battista Nicolucci

Amor, tu che formasti i pensier miei su la maggior del ben di Dio fattura, che riluca qua giuso a gli occhi nostri, e vedi che pietà, che doglia e cura

arso già m'abbia e m'arda il cor per lei, e aperto dimostri che dal suo imperio sol tu grande sei, dettami in rime l'alta tua ventura,

quando fortuna oscura, ch'egre fe'le sue membra, tu rischiarasti, e il modo a me rimembra. Dettami in rime ancora

quel che fatto hai per riserbarle il tempo, sì che sia vaga a tempo, e scopra da le interne spoglie allora invisibili spirti, e da'begli occhi

e dal bel petto fora mandi virtù, che accenda pria che tocchi. Incontro al corso del gran re de i fiumi, per incontrar la gloriosa prole

del magno Augusto, l'alta nostra diva e sua soror, le di bellezze sole scielto avea già tra angelici costumi. In quest'una fioriva

così gioconda a i risplendenti lumi, che non uguaglia no, ma vince il sole, le cui sagge parole, i cui dolci concenti,

sveller ponno alpi e abbissar torrenti. Or ch'ella inferma langue, Amor, che vede quanto or perder possa, perché in breve sia scossa

l'interposta cagion, che le arde il sangue, e per tardar le ispane armate squadre, che qua il cesareo sangue portan sul mar Tirren, sen va a la madre.

Da questo mondo al mondo novo gita, in quella parte ch'ha più lieto il giorno, l'aria più dolce e più benigno il cielo, dentro la sua magion facea soggiorno,

da insidie e armi e falsi cor fuggita. Qui con soave zelo in isoletta ombrosa e al sol gradita si posa e scorge lidi e monti intorno

e altrui periglio e scorno, e con sicura vista varia natura e sorte è sempre vista. Qui baghe fonti e linfe

e voci e lire di celesti ninfe, che nel mezzo hanno un colle, dond'erto è un tempio a la lor dea sacrato. Né a l'albergo beato

giunger si può per camin piano e molle. L'aligero signor per lei felice al monte, ove s'estolle, scioglie le penne, indi la lingua, e dice:

–Se brami, o dea, che il regno mio fiorisca, se brami, o dea, che i generosi figli del successor del tuo Cesare invitto, saggio e dolce diletto ingombri e pigli,

e altamente l'alme lor nutrisca, fa che dal corpo afflitto de la nostra Lucrezia, onde gioisca, Febo tosto il languir mandi in essigli,

fa che tosto ripigli le prime forze e i dardi de gli amorosi e casti canti e guardi. E in tanto perché tremi

la regia corte co i raccolti legni, da gli iberici regni verso Liguria in spiegar vele o remi, turba le tue salse onde senza tregua:

tal che aiuti supremi sanin costei pria che il passaggio segua. Tra quante furon mai nel tempo prisco greche, o latine, o di straniero clima,

o ne l'età più nova, alcuna mai plettro né tromba infino al ciel sublima, che con ben chiaro e prezioso visco di vivi accenti e rai,

petti regali (e questi ancora invisco) presi tenesse, che non voli in cima a l'altre e sia la prima ella, che qua la luce

e l'armonia de i cerchi eterni adduce. Né alcun fregiò la gloria con freschi fiori e con vetusta sterpe, né in sen pregiato serpe

foco gentil, che in bel piacer si gloria quanto son degni ambi gli australi, e quanto d'infiammata memoria degno è di questa donna il guardo e il canto.

L'affetto, che ne prega ad alte imprese, nasce da mente disnebbiata e chiara, che nel ben noto a sé dolcezza prende, e s'ammollisce, e al ben oprar, ch'impara,

drizza più sempre le sue voglie accese. Onde s'amor incende i giovanetti eccelsi cori, apprese ch'abbian faville d'una fiamma cara,

non avran strada amara a duri incontri e passi, né a vivace valor spiriti lassi. Però, poi che fien giunti

ove, madre, i tuoi cigni han loro ricetto, con puro almo diletto leggiadramente sentiransi punti in mezzo a l'alma da i più dolci giri

de i più dolci trapunti ch'occhio e voce mortal disciolga o aggiri.– Detto ch'ha questo, Amor, poi ch'a le bianche bende, ond'io moro, vola,

canzon, va seco e riverente aspetta quella man vaga e stretta (oh, me quanto quell'atto sol consola!), sì che conosca gli amorosi preghi,

onde tempo s'invola, perché lei sciolga, e altri in porto leghi.

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