I'veggo, quanto è il giorno,
de l'alta nostra diva ogni donzella,
or tutte insieme, or sparse, or questa, or quella.
Ma non vi essendo il mio lucido sole,
i trastulli, i diporti,
i giochi, i vezzi, i piaceri, i conforti,
onde per l'altrui pro gioir si sole,
mi sembran doglie e morti.
E dico lagrimando: –Ahi, vi fosse ella,
ché tal vedrei sparir, ch'or è una stella!–
Se liete sopra leggiadretto legno
solcando le salse onde,
e la dolce aura le lor chiome bionde
e l'acque increspa con soave sdegno,
perché colei s'asconde
a i lumi nostri, m'è la navicella
e il queto mar un scoglio, una procella.
Quando trionfan ne l'aurato carro,
o gioconde e soperbe
passo passo col piè premono l'erbe,
dolcemente cantando, i'meco garro,
e voi crude e acerbe
parmi d'udir, ch'angelica favella
ha sol la ben di Dio diletta ancella.
Vien poi che contra il liquido paese,
sotto l'ombrosa tenda
in verde piaggia ricca mensa tenda:
ch'allor che manca de le luci accese
e de la vaga benda
il cibo e l'ombra, a sospirar m'appella
memoria del mio ben trista e novella.
Tra tante guise di mia amara gioia
ne l'angoscioso affanno,
che cresce, quanto più scorgo il mio danno,
acciò ch'io al fin di sol desir non moia,
prendo amoroso inganno
ne l'onesta, gentil, saggia sorella,
al volto, a i guardi e a le risa bella.