Skip to content
1529–1575

LXXV

Giovan Battista Nicolucci

I'veggo, quanto è il giorno, de l'alta nostra diva ogni donzella, or tutte insieme, or sparse, or questa, or quella. Ma non vi essendo il mio lucido sole,

i trastulli, i diporti, i giochi, i vezzi, i piaceri, i conforti, onde per l'altrui pro gioir si sole, mi sembran doglie e morti.

E dico lagrimando: –Ahi, vi fosse ella, ché tal vedrei sparir, ch'or è una stella!– Se liete sopra leggiadretto legno solcando le salse onde,

e la dolce aura le lor chiome bionde e l'acque increspa con soave sdegno, perché colei s'asconde a i lumi nostri, m'è la navicella

e il queto mar un scoglio, una procella. Quando trionfan ne l'aurato carro, o gioconde e soperbe passo passo col piè premono l'erbe,

dolcemente cantando, i'meco garro, e voi crude e acerbe parmi d'udir, ch'angelica favella ha sol la ben di Dio diletta ancella.

Vien poi che contra il liquido paese, sotto l'ombrosa tenda in verde piaggia ricca mensa tenda: ch'allor che manca de le luci accese

e de la vaga benda il cibo e l'ombra, a sospirar m'appella memoria del mio ben trista e novella. Tra tante guise di mia amara gioia

ne l'angoscioso affanno, che cresce, quanto più scorgo il mio danno, acciò ch'io al fin di sol desir non moia, prendo amoroso inganno

ne l'onesta, gentil, saggia sorella, al volto, a i guardi e a le risa bella.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
LXXV · Giovan Battista Nicolucci · Poetry Cove