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1529–1575

LXXI

Giovan Battista Nicolucci

Era già il ciel da tempestosa benda cinto d'intorno, e fermo era il gran sole, de i cui pensier le carte e giorno e notte vado aspergendo al caldo estivo e al gelo.

Sì ch'ove appresso il mar pesossi l'oro, ir non potemmo a l'alma nostra luce. Su l'onde salse una soave luce m'apparse allor con graziosa benda,

e vicin vidi il fisso e liquid'oro de le chiome e de gli occhi, e: –O mio bel sole– dir volsi, ma sentii scorrermi un gelo per l'ossa e farmi al core e a i lumi notte.

Poi ch'ella rischiarò mia cieca notte con l'angelica sua benigna luce, intepidendo a poco a poco il gelo, incominciai: –Madonna, ad alta benda

legato fui, tosto che il vostro sole mi soperchiò con le saette d'oro. Questo legame poi di gemme e d'oro tessean le fila, onde in profonda notte

tirato avrebbe ogni splendente sole. L'opra non mia, ma di sì vaga luce, riverenza allentò, che con tal benda scaldar negava il mio amoroso gelo.

Benché tempri l'ardor divoto gelo, e a lo spirto mio s'annodi l'oro di vostra chiara e preziosa benda, sorge nel mio seren torbida notte,

qualora i'penso a i rai di quella luce, che qua giù in terra è a noi sopremo sole. Però vi prego, o mio terreno sole, per l'improviso e infiammato gelo,

che in me svegliaste con leggiadra luce, a dirmi se il mio terso e lucid'oro può fosco divenir per nube o notte, o il laccio ha da lasciar chi ordì la benda.–

Raggiata benda a vivo riso e sole dolce vibrò, da notte amara e gelo dolce oro in me spirando e ardente luce.

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