Skip to content
1529–1575

LIX

Giovan Battista Nicolucci

Mentre che fuor de gli amorosi impacci vissi gran tempo, allor potea l'ingegno (ché, riposando, l'alma è più sublime, e vole più se men noia l'impacci)

de la gloria cercar le strade e il regno, e, ritornato a me con spoglie opime, mostrar quanto valor, chi il segue, abbracci. Ma tenuto or da questi or da quei lacci,

ignudo di splendore, e con vesta servil d'atro dolore, quasi notturno augel che il giorno opprime, impallidiva in angosciosa notte,

là dove le sue grotte tien digiune di lume e di calore, l'intelletto selvaggio, inculto e fosco. Or che, servando Amor, chiaro conosco

che sciolto son da la miseria mia, s'io piansi libertà sì trista e orrenda, canterò come preso e alzato i'sia da risplendente e gloriosa benda,

che da terra mi slega e al ciel m'abbenda. Ne la stagion che la mia etade in erba quasi pria che fiorir parve distrutta, giunse con nere nebbie e soli ardenti

l'arsura inanzi a i giorni estivi acerba; e tronco il tempo che matura e frutta, temei del ghiaccio e de gli atroci venti, per cui novella pianta, o al ciel soperba,

spesso s'estingue, o sterpe, o si riserba in dolorosa vita, se celeste vigor poi non l'aita. Al fin vinti e dispersi i dì cocenti,

inclinava già il sol de gli anni miei, non sol oscuri e rei, ma senza speme e con virtù smarrita; quando ecco dal seren di quel bel volto

con calda neve e fresche rose avolto a un alto e novo in terra paradiso, vidi, sì gli occhi ciechi Amor m'aperse, rider due stelle e balenar un riso:

donde luce creossi, e luce offerse grazie, che tali alcun mai non scoperse. A l'alto sfavillar di sì bel sole, a sì gran segno del gran ben di Dio,

onde svegliossi de la mente il foco, ratto m'invita il cor, che a lei gir vole, perch'io m'appressi e l'apra il mio desio. Ma per troppo voler tremante e fioco,

non sciogliendo né i piè né le parole, attonito rimango come sòle chi di vita o di morte aspetta messaggier che annonzio porte.

Così restando nel medesmo loco, di me stesso prigion, sentìi la forza d'una marmorea scorza, che me dentro a me chiuse, e per le porte

de la vista lasciò breve pertugio. Allor Madonna, perché qualche indugio non mi furasse ancor quel poco lume, subito porse la sua ignuda mano,

che perle risembrava oltre il costume. E l'atto fu così gentile e piano, che il carcer mio s'aperse, e restò vano. Del peso de i soverchi affetti scarco,

rapidamente a lei mi mossi, e dissi: –Se morend'io de la tua mano a un colpo, felice trapassava questo varco, penetrando del ciel profondi abissi

(né di ciò l'amorosa voglia incolpo), qual mi fai tu, poi che sì grave incarco, che di fascio mortal mi rendea carco, tolto m'hai da le braccia?–

Ma non sia chi mai troppo si compiaccia: ahi, che di novo i'mi distruggo e spolpo! Quan non esperto reggitor, o ingiusto, che per farsi più augusto,

non va mirando né sua dritta traccia, né sella di vasal, né fren di legge, tal mio desir, che se tra me si regge, trabocca altrove: onde catene e nodi

e giogo ebbi a provar, come uom perduto; fin che l'or de le chiome in dolci modi fiero mi strinse, e chiese, ancor che muto, di lagrime e sospir dolce tributo.

Quell'aureo crin tirommi a la sua vista, e del mondo spezzati i miei legami, m'annodò stretto, a ciò ch'io avessi doglia. Ché quando del suo errore altri s'attrista,

e il falso ben lasciando, il vero chiami, conoscer fa che più cader non voglia, e a i frutti di virtù semente acquista. L'anima adunque in un gioiosa e trista

mi trasse il pensier saggio dietro al crespo sottile e denso raggio: sì ch'io, stancando la terrena spoglia, tinta di polve e di sudore illustre,

fuor del nido palustre stando, il seguìi per caro aspro viaggio, lungo il sentier ch'a l'oriente s'erge. Qui, perché il cor nostra grandezza asperge

di scintille d'onor, che al fin s'atterra, ella, presa pietà del basso affanno, soavemente mi rivolve e afferra con angelica voce, e del mio inganno

al suon del ben divin mi scopre il danno. In spirto seco ascendo un sacro monte, che da bosco di lauri oggi s'appella, ove del parto suo la madre e figlia

vede nel tempio le fortune conte, e ode i voti sciolti e la procella di chi ricorse a sue pietose ciglia, verso i divoti preghi ognora pronte.

Dentro a questo, toccando il puro fonte, costei par che m'accenne che il tinto viso i'mondi, e da mie penne santi pensier distilli; indi s'appiglia

a cantar lodi e grazie alme beate de l'immensa bontate. E acciò che vero amor m'accenda e impenne, i'mi sollievo e stendo il volo in alto,

sì che l'occhio smarrisce il verde smalto a l'armonia, che dolce gira e poggia, e nel calar, perché di poi ricresca, sparge d'accenti graziosa pioggia,

che l'arse piume al sormontar rinfresca, e a l'eterno Motor sù in ciel m'adesca. Canzon, l'altra Lucrezia a sé vergogna e morte diede, acciò che desse Roma

a più tiran da un sol che l'avea doma. Non così questa: perché vita e pregio prendendo, ogni gentil spirto inamora. E per recargli immaculato fregio,

trattol di mille artigli ascosi fora, d'un sol verace ben, ch'è Dio, l'onora.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
LIX · Giovan Battista Nicolucci · Poetry Cove