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1529–1575

CXXIX

Giovan Battista Nicolucci

Salvar non mi potrai sotto il tuo scudo, o pura fede, e rintuzzar gli sdegni ch'al cor tremante e ignudo drizzano il colpo crudo,

e di fermezza i manifesti segni nel guardo suo non rimarran sì fermi ch'ella da crudeltà nol tiri e fermi? La pallidezza che l'instante morte

nei lunghi cavi de le gote imprime, le luci orride e smorte, le ciglia in sé ritorte, e la voce che chiede e non s'esprime,

non potran far, i' non dico addolcire, ma ritenerla sì che non s'adire. Ah, spietata, mio amor, mia fé sincera, questi occhi lassi, questa faccia afflitta

non vedi? Ah, dura e fiera più che alpe, o scoglio, o fiera! Oh oltre ogni altra in asprezze prescritta! Tu di valor? Tu saggia? Tu gentile,

perfida? In tua beltà tu punto umile? Da un morto e da un amante tuo leale trar la vita ch'onor che pro ti fia, crudel? Che ferir vale

di riforzato strale chi mercé grida e disarmato sia? A chi parlo? Ove son? Dove mi porta del mio fiero dolor la cieca scorta?

Vattene, miser, pria che tu ti strugga, e se in spirare o in piegar viso od occhi non t'è benigna il lamentar trabocchi.

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