La forza non ha legge, e mal si regge in piè chi a terra cade. Son diverse le strade: altri non pera s'avampa e fugge, e resti l'alma intera;
altri, che sol si strugge, e seco si dispera, non mostri al volto suo fortuna fera; altri sia in vista sciolto, e in cor legato.
Non è beato chi a signor soggiace, e chi mal giace, mal non ben risorge: ma se la fé ti scorge, quanto giacere è meglio che star erto?
Se ben vano è volere chiudere un foco aperto, che quanto è più coperto più consuma, più arde ove men fuma. O dura voglia,
quando verrà la morte, che il nodo forte un dì col ferro scioglia? Cieco è chi il sol non vede, e più chi crede ch'occhio san nol vegga.
Nel mio libro si legga il fallo altrui, e il proprio errore, ond'io dolente fui, mirasi nel mio core, e in chi co i cenni sui
e a una parola mi trafisse lui. E già mai non consola, o sana il morto, pietà, conforto, prego, ingegno o cura. Né del ben cura chi del mal si pasce.
Più la fronda rinasce se più si taglia: ch' or verdeggiar non deve? Ma perché in sù non saglia, resterà secca e breve.
Né però le fia greve il suo languire: perché basta fiorire a la radice, poscia che per mie doglie vestir di foglie i rami suoi non lice.
Virtù vince fortuna, che quando imbruna col valor riluce. L'un mi toglie la luce, e l'altro imbianca i miei capegli, e il rostro suo non stanca
mai né questi, né quegli. Ma non sempre vien manca la voglia ardente ove l'ardir ne manca. Ognun cge vede e sente non discerne.
Ne i monti verne e alberghi in sabbia estiva chiunque viva e il viver suo non goda. Non sarà più chi m'oda s'i'al garrir corvo, o s'i'al cantar sia cigno.
Né fia che pieghi il torvo occhio oscuro e maligno al mio destin benigno. Ah, sorte acerba, quel che il petto riserba e è in mia forza
non potrai già levarmi con tue crude armi: a te basti la scorza! Vincer non si può sempre, ancor che tempre fine abbia elmo o scudo,
e mano ardita crudo ferro impugne, e sian giuste e aperte nostre pugne. Con voglie aspre e ingiuste il più debil s'oppugne,
pur che la salda fé mai non s'espugne. Se il sol troppo ti scalda, a l'ombra fuggi. Ove rifuggi s'è sol terra e sole? Rose e viole non s'accoglie in ghiaccio,
e s'io d'intorno agghiaccio nel gelid'anno, ov'avrò fiori o fronde? Grido qual è il mio affanno, ma non mi si risponde.
E la risposta donde e come aspetto, se chi può darla schietto in voci pie, de l'interno mio foco si prende gioco e vuol ch'io me n'oblie?
Ben morir bella vita, e non gradita morte è viver male. Viene il colpo mortale a tempo assai, se allora giunge che tu in peggio vai.
S'onesto duol ti punge, viltà non t'unga mai. Spesso la vista ha tenebrosi rai: chi troppo si contrista alfin s'atterra,
e si fa guerra a torto e ognun sen ride. Oh, chi m'affide almen se scampar voglio? Oh, qual India, qual scoglio, qual sirte, arena, od alpe mi raccolga?
Ma la fronte serena se, ahi, lasso, mi si tolga qual loco, ov'io mi volga, è a me sicuro? Partito iniquo e duro a restar vivo,
perché morir disdica, e de l'antica dolce vita privo. Cagli e soffra che è al fondo, e sia giocondo e forte ancor che infermo.
Gran speranza è gran schermo: e chi è cortese si sarà un giorno ancor forse palese, udendo in bel soggiorno le caste rime accese.
Tardo è il soccorso da lontan paese, rimedio al duol già scorso in van si tenta. Ma mi paventa Amor nel real viso, e sotto un riso una vendetta ascosta.
Ove mia speme è posta? Ahi, che men veggio se più i lumi giro. Meglio è celare il peggio: anco un breve sospiro
scopre un lungo martiro, e mal s'appiatta l'alma in doglie disfatta e in viso chiara, ché, se la bocca è chiusa, il cor n'accusa e il gran desio dichiara.
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