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1529–1575

CXCIV

Giovan Battista Nicolucci

Una candida agnella con velli inannellati e lumi chini vidi giacer appresso a un'alma diva, che co i pensier divini

e col volger or l'una or l'altra stella le selve e i cieli apriva. E in forma altera e bella vidi un augel lungo una vaga riva

battere i bianchi vanni, e corrucci e lamenti e vezzi e inganni tentar, ma non mai forza, per appressarsi alla splendente scorza

di quella onesta, che da sorte rea sicura sen giacea: e a le innocenti piume poscia d'intorno, dolce mormorando,

girar col rostro e con gentil costume. Tal che subito, quando ciò vidi, sospirai sì lieta sorte, tanto più ch'ella è casta infino a morte.

Indi poco lontano in piaggia ardente a gli occhi miei s'offerse giovinetto pastor d'alto cospetto, che gran sete sofferse,

e a chiusa fonte con lavor sovrano da vivo avorio schietto porse più volte in vano gli aridi labri e l'angoscioso petto.

E più tosto di fori tra i ruscelletti de gli ascosi umori, sol col porvi la palma, temprar volea l'intimo ardor de l'alma,

che quinci e quindi a rivi o a gorghi d'acque, ove mai non gli piacque mirar, trarsi l'arsura. Di poi sospiri e lagrime dipinse

nel saldo sen de la fontana pura, che, se pietà costrinse a non negar di sé la dolce vista, ben non tocca già mai, da me fu vista.

Intatta anco m'apparse fresca marmorea neve, onde vestita si discernea lucida e ferma pietra, che, quantunque ferita

da gli infiammati rai, che il sol vi sparse, non mai punto si spetra. E se pur pianse e arse, voler di stelle e di fatal faretra

l'intenerì, ma poco, sì che a i balen di quel celeste foco lampeggiò sol di dentro, e il calor che penetrò nel centro

fu quasi un ghiaccio a la nivosa vesta. Né si disciolse questa o scolorissi alquanto, benché il lume talor pallido, in fronte,

da nuvoletto lagrimoso il pianto versasse come fonte. Fece al fin che trasparve in lettre d'oro: “A te solo il mio interno alto tesoro”.

Da ciel vago e sereno, pur in quel pian senz'altro tempo in mezzo, scorsi che chiaro folgore discese. E non scopriva il mezzo

per arrivar d'eccelsa pianta in seno: ond'or senza difese, col venir fioco e meno, or col lunge vibrar saette accese,

a la fronda gentile (ancor ch'altera) e de l'età d'aprile, tra rive e fiumi e campi, sempre volgea con vario corso i lampi,

parlar parendo:–O beata mia voglia, se l'ombra d'una foglia sola toccar potessi, non dico aviticchiarmi, come serpe

edera lungo i tronchi a i rami stessi! O chi ogni ben mi sterpe? O d'ogni ben divin, d'ogni alma pace, per me legge divina, ohimè, rapace! –

Poi nel margine estremo tremolar mi parean liquidi marmi, e da vermiglia nube un dolce vento giostrar, non con altre armi,

che con fermezza e con vigor sopremo di soffio non mai spento né mai per pioggia scemo, con riposo pigliar sol nel tormento.

E era in strana foggia sospiri il soffio, e lagrime la pioggia: così feroce e afflitto, e ripercosso più, sempre più invitto,

assalì spesso d'alabastro nave, solcante un mar soave, che d'oro avea il coperto, e le finestre in fronte di zafiri,

onde e al rostro in rubini e perle aperto di sottil fiamma giri vincitrice sperava, e in tanta gloria lieto s'arrese il vento a la vittoria.

Ferì la vista manca l'ultimo aspetto, là sopra d'un lido, e i novi orecchi ne le imprese scorse un prezioso grido.

Ninfa celeste in su l'arena bianca dormia, ma sì, che in forse era del sonno e stanca del mondo, se ben già poco ne scorse;

e tralucea ridente da manto così lieve e rilucente, che di rosato velo avea sembianza e d'ostro sparso in gelo.

Incontro a sì leggiadre spoglie e bende ecco un pesce si stende da l'onda amara e cruda, ch'anco da gli occhi stilla; ecco una voce:

–Ben di Dio son ancella vera ignuda: chi m'attinge si coce. – Già l'aria s'oscurava; e le parole ne le tenebre uscir fecero un sole.

Canzon, svegliar potranno d'angelica virtù nel petto mio queste sei visioni un bel desio.

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