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1529–1575

CLXXV

Giovan Battista Nicolucci

Da ben di Dio raccese altere piume l'alma sentì nel suo caduco nido, e sormontò fino a i celesti lampi, d'angelica virtù cercando l'acque;

né rallentar potea l'ardente corso o paventosa sorte o grave gonna. Fermai lo spirto: e di stellata gonna poi ch'io il vestìi, giù con veloci piume,

gli occhi intorno affissati, i'volsi il corso pur a quel ben divin del natio nido, che sorge ove il Po china e parte l'acque, e attuffò il mal lettor de i maggior lampi.

I'dissi meco:–In ciel vidi suoi lampi, né si può qua trovarli in altra gonna. – E detto ciò, carte d'inchiostri e d'acque tosto vergai con calde luci e piume,

mercé chiedendo da quel dolce nido in ch'ogni amor con ben di Dio fu corso. Quando, cessato de i tremori il corso, che diè la terra e l'alma mia, ne i lampi

di pietà m'affidai, diverso nido cerco di sito e stile e lingua e gonna, seguendo del mio augel candide piume inver le nere e il pol ch'ha gelid'acque.

Così lontan tra campi e monti e acque or per nebbia corrente, or senza corso per ghiaccio, del mio cor tesi le piume vaghe e prive di cibo a i chiari lampi;

sì ch'io reggessi questa frale gonna, pria ch'ella cada nel terrestre nido. Or a l'aureo, gentil, soave nido chiuso da desiate rive e acque,

porto la stanca dolorosa gonna, sostentata da forte e lieto corso: con speme di veder tra vivi lampi santo amor serenar leggiadre piume.

A le mie oscure acerbe piume o nido di dolci lampi, dopo sassi e acque, prendi il mio corso a piè de la tua gonna.

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