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1529–1575

CLXXI

Giovan Battista Nicolucci

–Ohimè, dov'è il cor mio, dove son io, sorella, se nol degna quell'aspetto divin, che n'ha in oblio? Se là dove disprezzo e orgoglio regna,

il meschin non soggiorna, ma da guardi feroci, empi, fugato, per solingo morir più a me non torna, qual di vita o di morte fia mio stato?

Ahi, come senza core viver potrò? Come, serva d'amore, potrò lasciar, morendo, il mio desire? S'amor o mora o viva, il vuo'seguire. –

–A piè de i lunghi panni un largo rio d'eterno pianto segna il tuo trafitto cor da colpo rio; e perché al sacro lembo umil s'attegna,

fugge la faccia adorna, temendo ancor che dal viso beato, se ben con dolce vista il mondo aggiorna, non senta (oh, troppa tema!) un stral spietato.

Così giace di fore da l'alto albergo, e lagrime l'ardore vanno temprando, e speme il gran martire: sì che di foco o duol non può morire. –

–Amor di me t'abbaglia, o mia diletta, e il tuo conforto è vano. Che val ch'io da lontano quel ciglio crudo e fero

con accenti e sospir cotanti assaglia, poi che risposta, ahimè, né vien, né spero? – –Deh, confidar ti vaglia che d'un'alma gentil sia ogni atto umano.

Il mio consiglio sano col tuo petto sincero, pria che doglia mortal vi corra e saglia, deh, prendi, china al suo sembiante altero. –

–Il prendo: e al ben, che nacque perch'io mora, ripasso e alpe e fiume, cercando il lume, ove il mio cor l'adora. – –Va inanzi, torna ove un augel dimora

con argentate piume; né ti consume o corso o gelid'ora. – –I'vado e mi consola che non mi lasci sola. –

–Ti seguo: avanti vola, e da me spirto invola. – –Che direm nel camin per nostra gioia? – –Quanto sia dolce che in amor si moia. –

–Cantiam nostro tormento. – –Cantisi in un concento. – –Oh, quanto più fortuna empia e crudele nel lagrimoso mar de i nostri affanni,

contra le nere vele tanto più sempre il cor saldo e fedele! Oh, quanto più i suoi vanni spiega lo sdegno de l'atroce volto,

tanto il devoto cor più a terra volto! O fido, o fermo, o sofferente, o umile, o core anche a noi caro, se il nostro ben ha caro averti a vile:

ché quel che di noi vuol se morte fia, convien che morte nostra voglia sia. –

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