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1529–1575

CLVIII

Giovan Battista Nicolucci

Alpestri scogli eterni, che quinci e quindi bagna l'Adice, torto in lunga e stretta valle: strade o di Stigi o Averni,

per cui si spande e lagna più di un rio nero per angusto calle: duri, limosi fondi, ch'accompagna or nebbia, or pioggia, or sol squalido afflitto;

lasso, come trafitto omai m'avete e spento, col sì crudel de i corridor tormento, che se poco più lungo il camin fia,

ne rimarran tra via l'ossa, che si disciolgon già da i nerbi; né tant'alpe anco è vinta, che si sorga a i sassi più soperbi,

donde ver l'Istro l'acqua pende e sgorga. Famoso altero fiume, tu almen tra dolci colli precipitoso e strepitante arrivi,

tu almen ricco di spume rendi i sentieri molli, mille da i fianchi raccogliendo rivi; e in Adria, quando s'alza, al sol t'estolli,

purificando il tuo tesoro immenso in quel gran lampo accenso. Ma pria che in mare scarchi l'alte ricchezze, il vago nido varchi,

e fendi, e onori, ove cantando nacque chi di Lesbia non tacque. I'dove giungo? I'che trovar vi spero? Ahi, contra il nostro ben veloci corsi!

Ahi, destin empio e fero! Quanto lontan dal mio bel sole i'corsi? Tu lasci i monti ignudi, fiume felice, e grotte,

e inospiti boschi, e balzi orrendi; e da i soggiorni crudi, tinti d'oscura notte, per lieti campi il tuo viaggio stendi,

e ne l'intiere cangi l'onde rotte: io, come di splendor s'accorta l'ora, di vista manco ognora. I'parto da la luce

del ben del ciel, per cui la terra luce, e il mio cor vive, e il mio intelletto s'erge, tal che più si disperge quanto più il tristo spirto si disgiunge

da la splendente e gloriosa gemma, e mira più da lunge le altre bende, ch'ella move e ingemma. Che pensi pur? Che fai?

questi lamenti sciocchi non ti porrân la preziosa vesta di quei leggiadri rai, di che spogliasti gli occhi,

né per dolerti vien chi li rivesta. Il duol dal petto sospirando scocchi, e perché il bel sembiante qua trasformi, vive parole formi:

ma non sì che ne sfaccia. Si contempri più tosto e si compiaccia con dolce imaginar l'acre desio o stanco pensier mio;

e da tal cibo tal conforto nasca, che l'alma regga le cadenti membra, e di speme si pasca di gire a quella, che il ver ben rassembra.

La dov'è d'Eno il ponte, fingiam ch'in nobil sede del bianco augel sia la serena figlia. Fingiam ch'a lato, o in fronte,

qual ora, ahimè, si vede, la segga appresso e affissi in lei le ciglia madonna, e in lei deponga ogni sua fede. Fingiam benigno quel lucente raggio

dopo l'aspro passaggio. Così a la salma frale la voglia ardente sarà sproni e ale, determinata che si vada, o moia,

a la sua pura gioia. Così piacer gli strati e piane rupi, e verdi poggi fien l'orride nevi, e gli acuti dirupi,

e i travagliati passi cari e lievi. Canzon, tu ben conosci ch'io me medesmo senza pro lusingo: però va, dille che il suo dolce viso

(né di vederlo fingo) da gli occhi miei non è già mai diviso.

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