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1529–1575

CLIII

Giovan Battista Nicolucci

Voi che tenete la mia morte impressa e la mostrate espressa; voi, segnati pensier, che coi sospiri vie più che con la penna affissi in carta;

come l'anima mia da me si parta, come aspri e dolci furno i miei martiri, aspri nel mio dolore e dolci per suo amore,

fate veder a lei con tante forze che, benché intempestiva, de la sua ruvidezza alfin si scorze. Se a l'altro mondo questo aviso arriva

non è chi meglio di me morto viva. O tu de la mia morte viva imago, per quel bel lume vago giungele al cor, sì che si renda un poco

il petto anelo, e, se fu ognor di ghiaccio infin ch'io vissi, mentre morto giaccio senta il mio più che mai bollente foco. Se non fu vita forte

a scaldarla sia morte; subito che lo spirto il nodo sciolga, con sua vera sembianza ch'è qui ritratta, spira; a lei si volga,

e con acuta e ferma rimembranza, benché morto, mi colmi di speranza. Morte, che vivi in queste nude rime, quand'ella non ti stime

prova se intorno divolgar ti pôi, che s'alcun vede mai queste mie note e gli orecchi con esse le percote potrebbe anche ammollir gli sdegni suoi.

Non è pensier tant'agro che, veggendo ch'io flagro con sì tenace amor su questo punto, affettüoso e dolce

non divenisse, da pietà compunto. Se moro, e il viver suo mi regge e folce, che fia se mai la morte mia la molce? Amor, perché lusinghe e novi intoppi

ordisci invan, s'è tempo omai ch'io mora? Tal vita peggio che la morte fora.

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