Quando pensai che più m'avesse a schivo
colei che mi teneva ognor diviso
da l'angelica mano e dal bel viso,
dal dì ch'io fui de' suoi vaghi occhi privo,
miraila, e vidi che, l'avorio vivo
alzando, il pose tra soave riso
e dolce sguardo, e parve un paradiso
per novi cieli e lampi e lumi divo.
Anime elette, che rischiara ed urge
ed acqueta di gloria alto desio,
mentre in luce e in amor letizia surge,
ditemi che piacer vi formi Dio,
ch'i' dirò di che affetto il cor mi turge
per la beltà ch'in tre si sparse e unio.
Tu che vedi e governi il mio pensiero,
di ch'io non so la strada,
Amor, dimmi a qual fin suo corso vada.
Il fin de la tua mente è sì perfetto
che l'umana natura
e se stesso non cura
se non quanto dal Ciel tien per soggetto,
tal che per farti sol tutto intelletto
l'alma del corpo spoglia,
quantunque ella rimanga entro la spoglia.
Amor, questo è il morir, di ch'io dicea,
quando uscivan dai sensi
i miei spiriti intensi
negli occhi di colei che in terra è dea,
ma qual è la cagion che non è rea
la partenza ch'io faccio
da me quando a mirarla mi disfaccio?
Alor dal velo tuo noioso e frale,
traendoti i suoi rai,
tu, purgato, ti fai,
ne la lor vista angelica, immortale;
qui perché inferma qualità non vale
l'anima pura vedi,
e lei vedendo eterno ben possedi.
Dunque, Amor, questa gioia e questi lumi
godiamci nel bel viso
di quella che qui mostra il Paradiso.