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1529–1575

CCXXVI

Giovan Battista Nicolucci

Quando pensai che più m'avesse a schivo colei che mi teneva ognor diviso da l'angelica mano e dal bel viso, dal dì ch'io fui de' suoi vaghi occhi privo,

miraila, e vidi che, l'avorio vivo alzando, il pose tra soave riso e dolce sguardo, e parve un paradiso per novi cieli e lampi e lumi divo.

Anime elette, che rischiara ed urge ed acqueta di gloria alto desio, mentre in luce e in amor letizia surge, ditemi che piacer vi formi Dio,

ch'i' dirò di che affetto il cor mi turge per la beltà ch'in tre si sparse e unio. Tu che vedi e governi il mio pensiero, di ch'io non so la strada,

Amor, dimmi a qual fin suo corso vada. Il fin de la tua mente è sì perfetto che l'umana natura e se stesso non cura

se non quanto dal Ciel tien per soggetto, tal che per farti sol tutto intelletto l'alma del corpo spoglia, quantunque ella rimanga entro la spoglia.

Amor, questo è il morir, di ch'io dicea, quando uscivan dai sensi i miei spiriti intensi negli occhi di colei che in terra è dea,

ma qual è la cagion che non è rea la partenza ch'io faccio da me quando a mirarla mi disfaccio? Alor dal velo tuo noioso e frale,

traendoti i suoi rai, tu, purgato, ti fai, ne la lor vista angelica, immortale; qui perché inferma qualità non vale

l'anima pura vedi, e lei vedendo eterno ben possedi. Dunque, Amor, questa gioia e questi lumi godiamci nel bel viso

di quella che qui mostra il Paradiso.

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