Dal collo eburneo e più che neve schietto
mentr'io mirava riverente umile
a madonna ondeggiar vago monile,
che gli occhi mi rapì col dolce oggetto;
ella volgendo il grazioso aspetto,
dal mio serico manto, ove si sfile,
improvisa troncò laccio gentile,
e ne strinse il lavor, che pendea al petto.
Felice nodo (ohimè, dentro vi stendo
e lego e struggo il cor, che si consuma),
oh, che bel sen, che bella man ti molce!
E tu, verme felice, che morendo
di quel lucido fil festi la spuma,
oh, quanto, ohimè, t'invidio opra sì dolce!