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1529–1575

CCLVI

Giovan Battista Nicolucci

Or che de l'arme, antiche ormai, mi spoglio, con che corsi e perdei nel vasto campo de le miserie (sì crudele e infida mi fu l'umana fé, sì fiero orgoglio

in me versò la dura sorte), a guida e a fin miglior da questa guerra i'scampo. Né altro rifugio, né ricetto i'voglio, che quei leggiadri lumi, in cui m'affida

così dolce balen di chiaro lampo, che verso i ciel avampo. Però m'invita l'amorosa fiamma a cantar di quel bene,

che da la lor divina luce viene, e illustra e scalda e inalza a dramma a dramma: sì che il canto risone oltre la forma usata,

e sentir faccia ancor, quanto a ragione questa bella e gentil, saggia e beata venga Lucrezia Bendidio nomata. Piove d'suoi begli occhi un dolce lume,

qual non si vide mai sotto le stelle, che di colori il bel del mondo irriga, onde il fior di virtù sorga e s'allume, e il cieco suo contrario ognor s'affliga,

però che lascia a dietro ombra ribelle con Stigio lago tal che la consume, precedendo di gemma eterna riga, per cui distente son da queste e quelle

le scielte cose belle e mostre, se temenza altri non n'aggia, in elevata cima, disgiunta da ogni strada o torta od ima,

con sì acuto vigor, ch'assai più irraggia che il sol vivo e cocente: da tenebroso rio vo al ciel con questa scorta risplendente,

e de i ben quanto è il ben, tutto vegg'io ch'è di lei bene, e ch'ella è ben di Dio. Quando la vista sia di nebbie scarca, e che possa ferir nel degno obietto,

rado avien che la voglia non s'accenda, e là non poggi ove al piacer si varca, schifando ch'altro per camin la prenda. Qual dunque fia chi trema al gran diletto

de i guardi di costei, se non n'è parca? Convien ch'arda d'amor, che sol s'estenda al sottil foco che il divin aspetto gli distilla nel petto.

Convien che qual ricco metallo impuro, purghi l'anima mista di contrari voler: dond'or s'attrista, or vaneggia, or paventa, e mai sicuro

stato non ha, né fermo, se non quanto vacille. E io per me, quantunque basso e infermo, sorgo a una sola de le sue scintille,

quanto il desir per ben di Dio sfaville. Come da questa gloriosa luce crear si suol qua giù l'ardor, ch'è in cielo, così da questo prezioso ardore

spira letizia a i lumi nostri, e luce a l'interno spirar del nostro core, che, rosseggiante del sereno zelo, ineffabil conforto apre e n'adduce.

Né sete spense mai per dolce umore l'arsiccia terra, né si sciolse il gelo mai fieramente al velo de gli infiammati crin, che spieghi il sole,

com'ei s'acqueta e adegua, e come fatto ghiaccio, si dilegua il desiar, viste le gioie sole. Allor s'imparadisa,

restando in questo fondo, l'alma, dal carcer suo stretta e divisa: e s'ella in quel gran pro lasciasse il mondo, oh, in dolce ben di Dio morir giocondo!

Se del vivo splendor l'ultimo raggio, che è il primo e solo a entrar ne l'alto regno, sì vago è là, quanto potrà qua giuso nel caduco, volgar, corto viaggio,

ove non è se non il van deluso, vie scoprir, guidar passi a stato degno? Quanto vestir potrà di pensier saggio il nudo antiveder da sé confuso?

Quindi da lunge pria misura il segno il già sublime ingegno, e, sceso a fatti e lochi e tempi e modi, da vario incontro, stile,

soggetto e caso, tutto pronto e umile, ad ambe l'ale sue, con vari nodi, piume diverse adatta: di poi con spessi giri

or sorge e cala, or si dimostra e appiatta, né fanno pesi mai lacci o martiri, ch'a ben di Dio non s'erga e voli e spiri. Luci beate ad alta fronte affisse,

non sì che senza specchi a voi sia tolto il voi stesse veder, luci superne, che vedete, mirando intente e fisse, voi e con voi ciò che da voi si scerne,

sì il colpo vostro è ripercosso e accolto, luci tranquille fuor di tanta ecclisse di natura e fortuna, o luci eterne, saette al ciel di gloria e del bel volto,

da voi sia inciso e sciolto il mio legame, e sia lo spirto spinto con affetto soverchio suso al primo Motor di cerchio in cerchio,

ove in tre visi un sol tiene indistinto la maestà divina. Lo spirto sia rapito di qui, ché assai fu qui, né più v'inclina:

è tempo omai che per sentier spedito iì venga a ben di Dio con l'alma unito. Non fia bisogno che chi sforza e regge mia salma con lo spron, s'io col pensiero

in alto alberghi, da colei mi mova che col fren de le ciglia è al cor mia legge: perch'il silenzio parla, e sempre trova più d'un celeste alato messaggiero

tra il suo intelletto e il mio, che mi corregge, e la mente di viste orna e rinova. Sì che al nobil contento e schietto e vero, né rotto, altro non chero.

Né la rota incostante, né la chioma non presa fuggitiva, né voglie altrui fan ch'io tra me non viva. Anzi quando la notte i sensi doma,

e gli altri uccide il sonno, i sogni dar più vaga con gli angeli e con lei vita mi ponno. Così l'anima, in sé di sé presaga,

di ben di Dio né d'altro mai s'appaga. De i begli occhi a bontà sì vera e dolce, canzon, volgiti meco, e dille con inchiostro:

–Ben di Dio, perch'ognor non siam noi teco? Ah, se a noi sei de i cieli unico mostro, ben di Dio, non del mondo, abbi il cor nostro!–

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