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1529–1575

CCLV

Giovan Battista Nicolucci

Se l'un per l'altro incendio avampa e sorge, e da due lumi più vigor si spande, come amor per amor s'è in me distrutto? Ben il dirò se a me la cetra porge

chi d'amara erba trasse un dolce frutto, e in pro volse il mio lutto. Amor verace luminoso e grande, per cui l'error si fugge, e pria si scorge,

amor real, non da furtive braccia, come il fratel tiranno, prodotto a l'altrui danno, amor, del ciel parto e armonia, ti piaccia

temprar le corde tue vive e sonore, sì ch'io canti il tuo ardore, e l'altro falso iniquo e rio dispregi, ch'empie fiamme e rapine ha per suoi pregi.

Quando con l'alma desiosa e pura legato fui da una divina benda, ove, al ciel sormontando i'dovea sciorre ogni terrestre fascio e mortal cura,

e qua giù amando giusta meta porre, da grave soma accòrre lasciaimi: onde di poi di faccia orrenda ebbi le notti, e i dì di nube oscura,

i piè fuor d'orma e fuor d'obietto gli occhi, e gelida tremante dinanzi a quel sembiante lingua tal, che sospir, non voce, scocchi.

Così, cinto di ghiaccio e dentro foco, impallidiva, e roco era in chieder pietà, senza mai ch'io le labra aprissi o il chiuso petto mio.

Di pungenti desir tra sé nimici l'anima armata in fronte i'discopriva. Sforzati sdegni, gelosie mentite, ire improvise, sguardi acri e mendici,

dolci paci in languir, voglie pentite, le guerre mie gradite rendeano, e la speranza or morta or viva, la qual sempre tremò da le radici.

E se mai, benché oppressa, non la svelse colpo di sorte indegno, fu l'ostinato ingegno, non mia virtù, che fieramente scielse

pria di crudel strazio, ohimè, morire, ch'ogni duol non soffrire: sì cieco era il mio lume e sì sommerso nel profondo del cor crudo e perverso.

Or che il chiaro splendor del mio bel sole scorger mi fa ch'è ben di Dio ne l'alma simile al suo Fattor simplice eterna, e ch'ogni scorza amorosetta sòle

ritornar terra, e increspar quando verna, tempo è ch'io pur discerna, che se il fin de l'amor non è la salma, convien che la ragion libera vole:

onde il pensier s'è da'miei nodi scosso, sol da faville preso, che l'han d'onore acceso, e per madonna a leggiadre opre mosso.

Se sto, se vo, se veggo o parlo o penso, non mi sospinge il senso, né bramo il ben ch'io schifo e il mal che sego, né a la morte d'amor gli spirti spiego.

Cieco ignudo garzon, pon giù li strali, l'arco protervo e le facelle ardenti! pon giù le reti e i lacci e gli ami e l'esca! E, raffrenati i corsi, or spunta l'ali!

E di queste tue spoglie non t'incresca che il mio pin s'orni e cresca: tal che chi passa il miri e non paventi più de l'arme vittrici, or vinte e frali.

Non fuggir a quei crini e accenti e lumi, con che ogni cor tu sforze, per ricovrar le forze dal tuo bel nido, e far ch'io mi consumi!

Non più lagrime dolci e acerbo riso prendo dal vago viso, ma sereno piacer, tranquilla vita, e luce, che più amor, più gioia invita.

Altra luce, altro amore e altra gioia, con altre bende e faci e altri dardi, canzon, se ben riguardi, nascer vedi or d'un glorioso aspetto,

dal ciel per allumar la terra eletto.

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