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1529–1575

CCLIV

Giovan Battista Nicolucci

Spirto divin, che a gli occhi, a le parole, al canto, a gli atti, a l'opre e a i costumi splendi d'intorno con lucente raggio, e tra noi spieghi il ben del sommo Sole,

col guardo tuo di pietà santo e saggio mira l'aspro passaggio, ch'io fei con privi di lor vista i lumi (sì ch'or gli afflige il cor, ch'anco sen dole),

quando li volsi da la parte diva a le caduche spoglie, infiammando le voglie con tal esca e focil da terra viva,

che nero foco porse e viva morte. La trapassata sorte e il desir mio di te racceso mira, indi nel petto novi accenti inspira.

Quel seren che veder qui non si possa, perch'è tolto da nebbie e nubi e piogge, da i folgori, dal verno e da la notte, turba la mente, di là su rimossa

per le luci qua giù fosche interrotte: cagion che il dì s'annotte, e in alto l'occhio in van contenda e pogge. Così del vago manto affisso a l'ossa

i casi son sdegni, martiri e pianti, l'ire, l'inferma etade, e la morte, onde accade ch'amor terren gran tempo non si vanti

di terrena beltà: ma amor celeste sempre i suoi lumi veste de l'eterno splendor ch'in donna alberga senza che tempo o duol mai li disperga.

Or ella di chi parla? Or di chi pensa? Che fa? Che ascolta? Dove i passi volge? Forse del tuo languir sospira seco: forse non scende sua virtute immensa

sì basso, e col pensier non è mai teco. Così l'insano e cieco dice tra sé piangendo; e in sé rivolge chi resta altrove e ad altro il cor dispensa,

e di queste ragion, di questi affanni, di questo amor si ride. Giunto dove ella asside, da i guardi suoi, ma più da i propri inganni

legato ivi riman senz'altra fune: e par che così imbrune la vista, e il viso imbianchi, e infiga i piedi, che senza lingua e fuor di senso il vedi.

O infelice lui! quanto è giocondo ne l'oggetto lontan viver interno: e di sua vera fé non aver tema! Quanto giova dinanzi a un capel biondo,

a un pertugio di lume, a un'aura estrema di lieve fiato, scema non dimostrar la mente, e il bel superno godersi in cara faccia, ove il rio pondo

fa men grave fortuna, e il piacer cresce de le fiorite imprese! Quanto giova che accese sian l'alme, se un sol fin tra lor si mesce,

e l'una altro non voglia, altro non chiami, che quel che l'altra brami! In questa guisa le trasforma e regge perfetto amor sott'una istessa legge.

Squalide gote, cave luci, e tempie, arsi sospiri, e voi tremor di ghiaccio, d'amoroso morir nunzî crudeli; ozio, piume, diletti (a chi gli adempie

venen), vane armonie, fughe da i geli al foco, e a ombrosi cieli da i soli, e a i giochi da ogni illustre impaccio, d'amoroso gioir fasce e poppe empie,

Cesare o Scipio come vostro fue, se l'un poco v'apprezza, e l'altro vi disprezza, e de la guerra son fulmini due?

Come fur vostri i due sì saggi vegli se a l'alme avean gli spegli? Itene, e me lasciate a quel bel viso, che grado esser mi pote al paradiso!

Non mi sazio, canzon, né ancor mi stanco: e perché la sorella, ch'è già inanzi, di loco non t'avanzi, per porti in mezzo un'altra s'apparecchia,

ch'un pezzo è che è vestita e sol si specchia.

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