Il vero ben, di cui sementi d'oro sparsero già ne l'oriente i maghi, produsse fior, che verno e sole e ombra in erba fe'sparir ne i dì più vaghi,
senza che dal riposto alto tesoro frondeggiasse il terren, che il mondo ingombra, e l'aria e il cielo adombra: sì che l'opra durò quanto il lavoro.
Or natura s'inchina e di sé sgombra di ben di Dio quel rilucente raggio, che in breve e dolce giro lumi saetta d'un eterno maggio.
Questo ch'intento i'miro, questo che più m'adesca, quanto più spiega al cor le aurate bende, questo che più m'accende
di meraviglia, perché amor più cresca, mi fia soggetto e spirto, ovunque splende ella, ch'è il don divin, di ch'io ragiono, e per cui qual mi sia, tal parlo e sono.
Veder non si potrà nuda bellezza con vestiti pensier di duolo e morte, né giunger là dov'è il suo eccelso albergo con carca soma e ali inferme e corte
d'anima errante e in bassi nidi avezza. Però qual lume, ond'io cantando m'ergo e polve e nebbia tergo da gli occhi afflitti, or sol si guarda e prezza,
postasi ogn'altra vaga vista a tergo: come qua giù disceso e apparso in forma, che la soperna grazia visibilmente in gentil petto informa
col suo splendor, che spazia da l'alma chiara e ardente fuor per la spoglia in un leggiadra e grave, e il lampeggiar soave
né di voler, né di natura sente contrasto tal, che i suoi bei voli aggrave, così costei con luce accesa e pura in noi divinità stende e figura.
La man, che dolcemente apre e ristringe e annoda e scioglie, e in guise ascoste e mille dona e ruba a gli aspetti altrui, già l'arte da pargoletta prese, onde sfaville
d'aurei trapunti l'aria, allor che pinge candido vel di foglie e stelle sparte. Poscia di parte in parte varie corde ferì, che s'ora attinge,
mentre veloce le combatte e parte, udir si fanno in sì dolce lamento de i colpi fuggitivi, ch'a un lieve lor sospir s'atterra il vento.
Ma d'edifici divi qual è il saldo sostegno? Il piè che regge e move, e porta, e porge l'alto sembiante, e sorge
e scende e gira e parte e torna a segno con invisibil spron, se il tocca e scorge sonora danza, ove tra vezzi in gioco abbia sublime e grazioso loco.
Da quella che sì ben con sciolti nodi trapungendo dipinse, e sòno emulse, e da questo che a gli atti e al suon risponde, veder si può quel che da i cieli effulse
con sì gran magistero in tanti modi, quando fe'il sommo Padre e pietre e fronde e belve qua feconde, e noi sopra di lor, ma senza frodi,
e segni e armonia ne le ritonde del mondo scorze, e il firmamento pose, e a destra e a sinistra di contrario camin là sù dispose
moti, e chi li ministra; e con giusti intervalli vi collocò la trepidante spera, perché fede sincera
rendesse ognor de gli angelici balli. Se tanto adunque di saper si spera de la sua mano e del suo piede a l'opre, che fia se gli occhi o se la lingua adopre?
Vivi fonti di Dio, che luce eterna fondete non del sol che nasce e colca, ma del maggior che a l'alme è paradiso, oh, quando il cor da'vostri rai si solca,
se mai ventura fa ch'altri gli scerna, quanta chiarezza ripercote il viso! Oh, come vien reciso da parto falso quel che occulto verna,
quel che spuntar non può, né d'improviso, né a studio alcun, qualor pria non si cerchi co i ben purgati lampi, ch'escon da voi per due celesti cerchi,
acciò che schietto avampi e l'ingegno e il desire! Oh, che limpido rio, se in nera noia l'intelletto non moia,
scopre il cocente mar de l'alto Sire! Lucidi fonti di faville e gioia, perché vana è virtù che non si mostra, deh, non chiudete a noi la gloria vostra!
Tu che a l'uscir da i candidi ligustri e da vermiglie rose, aura odorata apporti e spiri, e con dolcezza tocchi l'avide orecchie, voce alma e beata,
tu sola chiaro nel profondo illustri, dal bianco sen se l'aureo senno scocchi, quanto da que'begli occhi questi appreso non han, quantunque industri
nel sollevarsi, questi a pena tocchi, e per divin colpo mortale oscuri. Tu sola apri e avanzi a l'orme peregrine i passi duri,
e quel che piaccia inanzi e oggi e poscia e sempre imprimi sì, ch'indi convien che resti. Tu sola pungi e dèsti
l'alme a salir con pro che non si stempre al Creator, quando in tuon lieti e mesti or cresci e vaghi e scendi aperta e chiusa, or con saldo tremor sei tutta esclusa.
Da le parti di dentro e da le membra, ch'infallibil vigor tempra e collega, una essenza total propria riluce, che viste e menti a sé piacendo piega,
e al sopremo ben ch'ella rassembra. Tal che da la sembianza ne conduce ove la prima luce tutte altre forma e sparge e insieme assembra;
né sol unita un tanto amor produce, accendendone i cori a veder Dio, che in stille anco minute d'ogni suo bel ci fa porre in oblio
noi stessi, e di virtute, ch'è più che noi, ci infiamma. Onde a un atto di palma, a un moto, a un guardo a un sospir dolce e tardo,
a un riso, a sol due note, a una sol dramma del parlar saggio, i'per me agghiaccio e ardo, e mi trasformo, e sento poi rapirmi, e col gran di beltà principio unirmi.
Canzon, s'alcun ti chiede perché suoi crini e cigli sua fronte e guancia (soli, ebani, avori e ostri e gemme e fiori)
e vaghezze altre, il canto mio non pigli, dirai che colmo i'son d'alti stupori, e ch'oltre che il ben scielsi a l'alma giunto, il perfetto valor si scorge a un punto.
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