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1569–1625

XXVII

Giovambattista Marino

Deh, quante volte, in su 'l mattin cogliendo il dolce fico, che tra foglia e foglia rugiadoso di mel pendea piangendo, chino la fronte e lacero la spoglia,

il diedi a te, tra me stesso dicendo: «Così mi stillo in lagrimosa doglia. Come sei tanto ingrato, idol mio caro? Ti dono il dolce e tu mi dai l'amaro.»

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