Mira colà l'intrepido Romano, vendicator de l'innocente morte, ch'armò contro Giudea la giusta mano, giusta non men che fortunata e forte.
Per lui di sangue Hebreo corse il Giordano, cadder del Tempio le superbe porte, e per lui di Sion perfida e dura arser le rocche, incenerìr le mura.
Virtù celeste a la fatale impresa il Latino valore ebbe in governo, e con possanza, a cui non val difesa, resse l'armi mortali il braccio eterno;
onde ne l'ostinata aspra contesa e tremò l'Asia, e sbigottì l'Inferno, e giunse ad Israel l'ultima sera. O giustizia di Dio, quanto è severa!
Le voci pur predicatrici avessi del Verbo udite, o Sinagoga infida, e i suoi veri presagi, e i fidi messi, che versaro per te lagrime e strida!
Pentita almen de' tuoi gravosi eccessi, poi che del gran Messia fosti omicida, stata non fossi pertinace e fella, vie più molto ch'a Roma, al Ciel rubella.
Ché né con ceppi e con catene avresti cangiato allora il sacerdozio e 'l regno, né sotto infame giogo ancor saresti tragico essempio del divino sdegno,
né peregrina misera faresti d'ingiuste usure al viver tuo sostegno, gioco del vulgo, e quasi in scoglio alpino lacero avanzo di sdrucito pino.
O giudicio del Ciel, nel proprio giorno del sacrilegio tuo tu cadi in guerra. Cadi, e del ricco tuo real soggiorno Tito le moli e in un le glorie atterra,
e quasi per miracolo dintorno con triplicato carcere ti serra, e fa vendetta in te fiero nemico de la vendetta del peccato antico.
Ed ecco a tanta strage anch'io m'accampo, se potran pur le rime emular l'armi, ed illustrato da celeste lampo, spero al Guerrier magnanimo agguagliarmi.
Ei con la spada ad esseguirla in campo, io con la penna ad eternarla in carmi: e così vendicato il Signor nostro, come col sangue fu, fia con l'inchiostro.
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