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1569–1625

Siringa

Giovambattista Marino

Sovra il verde, frondoso, alto Partenio il semicapro Dio, nume degli Arcadi, dela bella Siringa amante rustico, tese l'avea mill'amorose insidie,

e come cacciator, che damma timida su 'l varco attenda e cautamente vigili, spiava l'orme sue, quand'ecco videla lungo il monte passar, ch'iva di Cintia

le compagne cercando, a cui la giovane, ch'aborrì de' pastor sempre il commercio, avea con ogni affetto, et ogni studio votati i suoi pensier, pudica vergine.

Tosto ch'ei l'adocchiò, corse con impeto per seco disfogar l'accesa furia. Sen'accorse la Ninfa, e come un aspido veduto avesse velenoso e squallido,

del volto bel discolorò le porpore, e per timor qual violetta mammola, divenne essangue a meraviglia, e pallida. Non però stette ad aspettarlo, e subito

in quella guisa, che smarrita tortora suole involarsi, ovver colomba semplice a fero artiglio di falcone, o d'aquila, accelerando il piè spedito e libero

diessi ratto a fuggir tra i più folt'arbori. Era la fuga assai veloce e rapida, ma viè più lieve che saetta o turbine le tenea dietro il predator famelico,

e con preghiere affettuose e supplici queste voci per via gittava al'aria: – Deh dove ti precipita o ninfa, o tigre, o vipera,

quella fierezza indomita, dirò più tosto insania, ch'amor ha tanto in odio? Non sono angue pestifero,

non drago ingordo et avido di tormento e di strazio. Non vengo a farti ingiuria, ma sol perché desidero

con umil sacrificio offrirti il cor per vittima. Deh, non fuggirmi, arrestati. Non son, qual forse imagini,

pastor abietto e minimo, ma Dio sublime et inclito, c'ho de' pastor l'imperio. Dio, ch'illustre e magnifico

lassù ne' chiostri empirei con gli altri Numi a tavola gusto l'ambrosia e 'l nettare. E pur m'ha il fato pessimo

giunto a tanta miseria che par ch'inestinguibile non so se dele Furie o pur d'Amor l'incendio

in me tutto s'accumuli, ond'ardo, avampo e struggomi, senza trovar rimedio, a guisa d'una fiaccola.

Da che rischiara Bosforo le notturne caligini, finch'alo spuntar d'Espero s'offusca l'emisperio,

e da che Febo attuffasi nel grembo del'oceano, finché poi del mar Indico esce a sgombrar le tenebre,

altro non fo che gemere, rigando il mio tugurio d'un continuo diluvio di lagrimose gocciole.

Non vo' che tu sia prodiga a me dele tue grazie, sol un sol dono cheggioti: fermati alquanto e volgimi

di quella fronte splendida gli amorosi luciferi, e rischiara i miei nuvoli. Sol di questo consolami,

o mia somma delizia, che la mia piaga chiudano quegli occhi, che l'apersero; ch'a tanto foco è facile,

e scarso refrigerio mirar colei, ch'uccidemi. Mostrati a me propizio, sostegno amato et unico

dela mia speme fragile. Forse m'aborri e schifimi, perché son rozo e sucido et amar cosa dubiti,

che par ch'abbia del'orrido? Ciò non t'inganni e credimi ch'un corpo irsuto, et ispido è più robusto e valido

d'un, che sia molle e morbido. La carne adusta e torrida, il petto pien di scropoli, le gambe torte et aride,

le braccia grosse et aspere, noderose di muscoli, dan di fortezza indizio. Non vo' rasoio o forbice,

non uso specchio o pettine, non curo amomo o balsamo, per polir la lanugine dele mie gote sordide,

o per far odoriferi i velli dela zazzera. Questa incultura piacemi, queste mie lane ruvide,

questi peli che pungono per te saran più utili che le bellezze amabili de' dilicati giovani.

Tal qual mi vedi carico di rigori e di setole non fui sprezzato (e sappilo) dala tua casta Trivia.

Né dal suo cerchio fulgido sdegnò sovente scendere a prender la custodia dele mie bianche pecore,

né recossi ad obbrobrio stringer tra dolci vincoli con le braccia d'avorio questa mia pelle d'istrice,

e la bocca di minio accostar senza nausea ala mia guancia fetida. Vedi le macchie livide,

che 'l suo bel volto stampano? Sono i segni e i caratteri de' miei baci indelebili. Parlar mi sia pur lecito

con lodi e con encomii dele fattezze proprie. Del biforme edificio di mia mole corporea,

mistura che partecipa del'uomo e dela bestia, non sai (credo) il misterio. Quest'animata statua,

meravigliosa machina, del'universo è simbolo. Queste mie corna gemine, che 'nsu la fronte sorgono,

sai tu ciò che dinotano? Dela Donna del'Erebo, diva che l'ombre illumina, ale corna son simili.

Questo rossor di morole, ch'accende e quasi insanguina la mia faccia purpurea, rappresenta e significa

l'elemento più caldo, che con eterno fomite nutre là sovra l'aria la region del'etere.

Le cosce e i piè di caprio, tra l'altre membra mistiche misteriose anch'elleno, altro importar non vogliono

che monti e valli, e pratora con tutta la progenie de' germi vegetabili, che 'nsu la terra pullula.

Dela macchiata nebride la spoglia, ond'io ricopromi, alo stellato circolo corrisponde e conformasi:

il baston torto d'acero, che ne la cima incurvasi, dimostra (se 'l consideri) l'anno, che del continovo

si volge in se medesimo. Di me dunque non ridere né farne gioco o favola, poich'avendo tu suddito

un Dio di tanto merito, potrai ben dir di reggere di tutto il mondo sferico l'universal dominio.

Se nel cantar Idillii altro maestro agguagliami, questi boschi tel dicano, ch'ogni giorno m'ascoltano,

e pur dianzi m'udirono contender con Apolline, e ne la nostra disputa colui, che ne fu giudice

ad onta del grand'emulo diemmi con franco arbitrio sentenza favorevole; e se ben egli in premio

di sì fatto giudicio n'ebbe l'orecchie d'asino, questa fu poi disgrazia, per non dir forse invidia.

O troppo alpestra e rigida, sarà dunque possibile, ch'a tante fiamme gelida, d'esser ognor ti glorii

ai preghi inessorabile di chi t'adora e seguita? Dimmi qual serpe libica ti fu nutrice e balia?

Suggesti il latte barbaro dele fere d'Armenia? Bevesti il ghiaccio scitico là su i monti iperborei?

Del seme empio di Cerbero ti generò Tesifone? O traesti l'origine da qualche dura pomice?

Sei tu del freddo Caucaso forse macigno o selice? Ma se sei marmo o porfido, come sì lieve e mobile

voli innanzi al mio correre? –. Così le dice, e destro intanto et agile con quel caprigno piè, ch'a par d'un folgore presto, leggiero, impetuoso e lubrico

per quelle balze e quelle rupi sdrucciola, se stesso a più poter sforza e sollecita, ferito il fianco dagli acuti stimuli del pungente desio, bramoso e cupido

per ritenerla, o d'afferrarle l'abito, o dela treccia, che disciolta sventola, dar pur di piglio al'oro crespo e lucido. Non n'era omai lontan già lungo spazio,

già del fiume Ladon l'avea su 'l margine quasi raggiunta, e la feria con l'alito, e già la man le distendea su l'omero, quando alfin stanca e sbigottita e pavida

la giovinetta alzò con voce debile chiamando a suo favor la diva Ortigia, al ciel le luci rugiadose e turgide. E le palustri sue sorelle prossime

pregò con note dolorose e fervide a volerla campar dala libidine del troppo osceno e temerario Satiro, ch'oltr'ogni meta ala sfrenata audacia

licenzioso omai sciolte le redine, di quel fior virginal, che tanto apprezzasi, esser volea violator sacrilego. Et ecco allor nel terren molle et umido

tenacemente il vago piè s'abbarbica, le chiome, ch'eran bionde, ecco verdeggiano, già s'induran le polpe e l'ossa solide apparendo di fuor si fan più picciole,

con spessi groppi le giunture annodansi, le verdi spoglie in foglie si trasformano, e 'l bel corpo divien canna volubile. Chi può narrar come confuso e stupido

di meraviglia, anzi di doglia attonito al repentino caso, alo spettacolo sovra natura, oltr'ogni fede insolito, rimase (lasso lui) lo dio salvatico?

Stassi lung'ora taciturno e mutolo, e senza spirto e senza senso immobile, poi di furor trabocca in tanta furia, che stride e mugge orribilmente et ulula,

sparge a terra per ira e sfronda e lacera la ghirlanda, ch'egli ha di pini e d'ebuli, né vuol mai più che la sua testa adornino edre, o mortelle, né viticci, o ferule.

Sol a lei, che cangiata in altra imagine, commossa ad or a or da l'aura instabile agevolmente si ripiega et agita, tondendo il crine, il proprio crine implicane.

La rimira, la tocca, e spesso stringela, e mentre d'abbracciarla il cor non sazia, ode un sussurro estenuato e fievole, che dolcemente par che si ramarichi,

et è lamento di quell'alma misera, che 'n uscir fuor del suo corporeo carcere, spirando i fiati degli estremi aneliti, dal cavo seno, e dale membra vacue

tragge sospir che gorgogliando fremono. Allora il duolo in lui cede al'industria e del germe novel troncando i gettiti, pietoso amante et ingegnoso artefice

di propria mano ne compone e fabrica (benché selvaggio) un istromento nobile, ch'ebbe pur di Siringa il nome e 'l titolo. Oggi Sampogna per le selve italiche

de' toscani pastor l'appella il popolo. Sette bocciuoli acconci in bella serie, che di misura diseguale e varia hanno proporzion pari e concordia,

con molle cera e ben tenace e candida commette sì che quasi scala armonica l'un de l'altro maggior saglion per ordine. Comincia poscia il sonatore arcadico

di quell'arnese ai boschi ancora incognito l'artificio a provar novo e piacevole; e mentre con la bocca enfiata e tumida i sonori registri accorda e tempera,

fuor dele canne del suo spirto gravide sente uscir, quasi di concento angelico sinfonia rara e melodia mirabile, e doglioso formar di voce trepida

un tremolio, che 'n suon sottile e stridulo dolcemente languisce e geme e mormora. Et è pur sì crudel l'amata femina, che qualor per sonar le labra appressavi

fugge da lor, quasi i suoi baci abomini, come fuggia quand'ebbe umana effigie. Ecco il meschin, qual forsennato e stolido, vagando va per l'ampia valle, et eccolo

ch'assiso alfin là dove l'onda liquida rompe la riva e la scoscende in angolo, solo, pensoso, afflitto e maninconico, et appoggiato a un nero tronco d'elice

accompagnando canzonette e frottole al dolce suon dela canora arundine, ne trae con queste note arguti numeri. – Uscite, o gemiti,

accenti queruli, lamenti flebili, fuor dele viscere. Correte, o lagrime,

fontane torbide e 'n pioggia tepida, per gli occhi languidi stillate l'anima.

Portate, o zefiri, il mesto annunzio per tutta Arcadia, e questo spirito

tra' vostri sibili confuso vadane. Prendete, o calami, dolci reliquie

del mio bell'idolo, quel giusto debito, che pagar licemi. Sospiri e fremiti,

ch'ognor da' mantici del petto essalano, d'auretta musica gonfino gli organi

dela mia fistula, sìche in memoria del caso tragico al nostro piangere

con rauco strepito sempre risonino. Foreste tacite, muti silenzii,

orrori inospiti, spelonche orribili, profondi baratri di fere estranie,

erbette floride, aurette placide, fioretti teneri; limpidi rivoli,

fertili pascoli, frassini e platani, roveri e salici, edere e pampini,

satiri e driadi; ramuscelli tremuli, augelletti garruli, rupi concave,

secretarie solitarie del mio misero infortunio,

poiché vogliono stelle perfide, che 'n perpetuo resti vedovo

d'ogni giubilo, siate (pregovi) testimonii de l'essequie

ch'oggi celebro non al tumulo del suo cenere, ma del povero

dio di Menalo, ch'è cadavere miserabile, e sostentasi

per miracolo; e 'n quest'ultimo grave essizio brama ch'Atropo

ala linea del suo vivere, che dee scorrere tutti i secoli,

ponga termine. – Qui tacque, e venne meno e i Fauni e i Genii, le pietose Napee, l'amiche Oreadi a stuolo a stuolo e le vicine Naiadi,

ch'avean, rapite dal suo dolce cantico, del'ombroso Liceo lasciato il vertice, e fatto d'ognintorno al cantor ottimo per ascoltarlo, un bel teatro publico,

senz'altro indugio a consolarlo corsero, e con soavi e generosi calici, e con capaci e ben ripiene ciottole di rubino stillante e di topazio,

che giocondo inventor dela vendemia, avea dianzi dal'uve espresso Bromio, il ristoraro e 'l confortaro a sorgere, e di quel dolce suo novo essercizio,

l'uso da lui per celebrarlo appresero.

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