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1569–1625

Publio Ovidio Nasone.

Giovambattista Marino

Piacesse al Ciel, ch'ad esser crudo e fiero da me sol cominciassi, empio Tiranno; né ti facessi pur col commun danno per mille stragi al mio morir sentiero.

I' cantai già come più d'una imago fu veduta cangiarsi in altra forma; ma non cantai come talor trasforma Natura un uom d'Imperadore in Drago.

La mia di latte e mèl tenera vena mollì petti di marmo e di metallo. Quando lodò, mentì; per questo fallo mi fia l'essilio sol debita pena.

Ecco in questa del mondo ultima mèta sotto il plaustro più freddo, ingrato Augusto, chiudo i miei giorni; e del mio fine ingiusto piagne pietoso il Tomitano e 'l Geta.

Ma né d'òOrsa rigor, né gel d'Arturo, né di Borea crudel soffio possente potran, Corinna mia, quel foco ardente, che mi strugge per te, rendere oscuro.

Ardo, e 'l rimedio (oimè) securo e forte ch'io porsi altrui ne' più penosi ardori, a' miei traditi e desperati amori trovar non so, che vaglia, altro che morte.

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