Piacesse al Ciel, ch'ad esser crudo e fiero
da me sol cominciassi, empio Tiranno;
né ti facessi pur col commun danno
per mille stragi al mio morir sentiero.
I' cantai già come più d'una imago
fu veduta cangiarsi in altra forma;
ma non cantai come talor trasforma
Natura un uom d'Imperadore in Drago.
La mia di latte e mèl tenera vena
mollì petti di marmo e di metallo.
Quando lodò, mentì; per questo fallo
mi fia l'essilio sol debita pena.
Ecco in questa del mondo ultima mèta
sotto il plaustro più freddo, ingrato Augusto,
chiudo i miei giorni; e del mio fine ingiusto
piagne pietoso il Tomitano e 'l Geta.
Ma né d'òOrsa rigor, né gel d'Arturo,
né di Borea crudel soffio possente
potran, Corinna mia, quel foco ardente,
che mi strugge per te, rendere oscuro.
Ardo, e 'l rimedio (oimè) securo e forte
ch'io porsi altrui ne' più penosi ardori,
a' miei traditi e desperati amori
trovar non so, che vaglia, altro che morte.