Skip to content
1569–1625

Pt.2 Statue 36a

Giovambattista Marino

Oh come agli occhi miei incisa in bianchi marmi appar bella colei ch'io ritrar tento in carmi:

bella, ben che di pietra algente e salda, cui pietà non mollisce, Amor non scalda. In lei scolpita veggio scolpito il mio martiro.

Parlo seco, e vaneggio, seco piango, e sospiro. Misero, e pur senza fuggir mi fugge, e come viva, la mia vita strugge.

La figura ritratta Medusa mi rassembra. La scultura è sì fatta ch'altrui cangia le membra.

Già già sento cangiarmi a poco a poco di fuor tutto in macigno, e dentro in foco. Con la vivace imago disfogo il mio tormento.

Con occhio ingordo e vago v'affiso il guardo intento. E sì di senso lo stupor mi priva, ch'io son quasi la statua, ella par viva.

Spira l'imagin bella, quasi animata forma. Spira, ma non favella, o che pensi, o che dorma.

Forse il rigor che le circonda il petto, passando al volto, irrigidì l'aspetto. Mentr' io contemplo eguale or questo ed or quel volto,

né so discerner quale sia 'l proprio, e qual lo sc¢lto, dico con pensier dubbio e mal distinto: ‘Ambo son veri, o l'un e l'altro è finto’.

Agli occhi, al guardo, al riso in tutto lo somiglia: sol del fiorito viso la porpora vermiglia,

sol la bell'alma, che 'l bel corpo ingombra, per adeguare il ver, mancano a l'ombra. Ma se Prometheo vita col foco al sasso diede,

se Citherea ferita tinse il suo fior col piede, potrà ben a costei dar il mio core color col sangue, e spirto con l'ardore.

Vinta vinta è da l'Arte la maestra Natura. L'una in ogni sua parte fredda l'ha fatta e dura,

aspra, sorda qual è, piena d'orgoglio: l'altra la fe' di carne, ed è di scoglio. In questo anco emendata da la falsa è la vera,

che quella l'ha formata volubile e leggiera: questa ha pur dato almeno a la sembianza la fermezza marmorea, e la costanza.

Amor, qual man fabrile ha il bel lavoro espresso? L'artefice gentile fosti certo tu stesso:

ma non devei, per compir l'opra a pieno, senza colpir quel cor, scolpir quel seno. Se pur tu fosti il Fabro del simulacro bello,

perché nel sasso scabro adoprasti scarpello? Ben potevi al polir del manco lato trattar di ferro in vece un strale aurato!

Ferir (credo) volesti quell'alabastro bianco; ma passar non potesti l'impenetrabil fianco,

perché quel, ch'al candore ed al sembiante parea semplice marmo, era diamante! Non può la tua gran destra, ch'anco il diaspro intaglia,

di quella selce alpestra levar picciola scaglia. A tanta e così rigida durezza lo stral si spunta, e lo scarpel si spezza.

Or se colpo o percossa di tua saetta d'oro non è già mai che possa piagar l'Idol ch'adoro,

e 'l ferro istesso ancor, che la percote, perde ogni forza in quella dura cote: se non val suon di cetra, né melodia di canto

a mover questa pietra, cui mai non mosse pianto; né moverla poria, se ben tornasse Anfion, che col plettro i monti trasse:

tu mirabile e novo Pigmalion divino, poi che pietà non trovo in un porfido alpino,

muta a la bella effigie il magistero, e trasformala omai ne l'esser vero. E s'informar non vuoi di vivo spirto il sasso,

spoglia de' membri suoi questo spirito lasso, pur che dopo la morte almeno sia in questo sasso sol la tomba mia.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
Pt.2 Statue 36a · Giovambattista Marino · Poetry Cove