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1569–1625

Pt.1 Favole 53

Giovambattista Marino

Trionfa Amor del trionfante, e ride, che trasformata in rocca abbia la clava. Deh qual era a mirar l'invitto Alcide, quando in globi di lino il fil tirava!

Oh quante, oh quante volte Onfale il vide, mentre instrutto da lei l'aspo rotava, a l'essercizio feminil non uso, con la robusta man rompere il fuso!

La man robusta, che su 'l lucid'asse volger poria senza stancarsi a tondo, s'a le virtù del Ciel lena mancasse, de l'armoniche rote il mobil pondo,

ed a cui converria sol che girasse il fuso adamantin che regge il mondo, dando a basso istromento il giro e 'l moto tratta (chi 'l crederia?) l'arte di Cloto

Non è questi colui che già con l'arco purgò la terra di Tiranni e Fere? Quei, che supposto il tergo al grave incarco servì d'appoggio a le cadenti sfere?

Quei, che de l'Ocean chiudendo il varco, fondò termini eccelsi, e mète altere? Ed or come ha cangiati immensi pesi di colonne e di poli in lievi arnesi?

Luci del Ciel, che féste oltre il costume triplicata vigilia al suo concetto, ché non volgete de' tant'occhi il lume, stupide spettatrici, al novo oggetto?

Intorto a legno fral rozo volume di vil accia innaspar prende diletto, e scusa in fra domestica caterva di famiglia servil femina e serva.

Gerione ed Anteo, Busiri e Nesso, Diomede crudele, e Cacco avaro, or che direste voi, se quell'istesso del valor vostro domator sì chiaro,

prese le spoglie del più debil sesso, virtù sola d'un guardo amato e caro, vedeste sotto rigida maestra in sì vil opra essercitar la destra?

Squallide Serpi, a cui le fauci in culla, di veleno mortale armate invano, pur come nato a non temer di nulla, strinse e schiacciò con pargoletta mano,

se già mostrò ne l'età sua fanciulla di fortezza viril segno sovrano, pargoleggiando e vaneggiando (ahi folle!) or negli anni più fermi è fatto molle.

Formidabil Leone, al cui ruggito treman le selve ancor d'Argo e di Neme, e pur lasciasti al Lottatore ardito la bionda spoglia, e la grand'alma insieme:

Toro superbo, onde di Creta il lito pien di strage e d'orror fulmina e freme, che col fiato crudel seccavi i monti, struggevi i boschi, ed asciugavi i fonti:

terror di Lerna, anzi flagello e peste, Hidra di tosco orribilmente immonda, di rinascenti e redivive teste usa sempre a fruttar mèsse feconda:

fero Cinghial, che i colli e le foreste d'Arcadia tutta, e la campagna, e l'onda infestavi col dente infausto e reo, poi de la franca man fosti trofeo:

Torvo Mastin, che le Tartaree porte con sei luci guardavi, e con tre gole, indi da la caligine di morte per forza uscisti a rimirare il Sole:

e tutti voi, che de la clava forte sottogiaceste a la pesante mole, deh venite a veder feroci Mostri l'alta vendetta degli oltraggi vostri!

Difeso Cielo, e debellato Inferno, ombre espugnate, e sostenute stelle, eccovi d'un fanciul favola e scherno fatto il famoso Autor d'opre sì belle.

Veste cotta lasciva, e l'ha in governo vezzosa schiera. di sagaci ancelle. Con monili, e maniglie, e cuffia, e gonna lo spavento d'Hesperia è fatto Donna.

La canna appoggia in su la spalla manca, c'ha di candido vello il capo involto, de la cui chioma pettinata e bianca traendo il raro, impoverisce il folto.

Assottiglia la linea, indi su l'anca gira l'ordigno, ov'è lo stame accolto: lo stame, a cui, mentr' il lambisce e tocca, dànno forma le dita, umor la bocca.

Torce lo stame, e fuggitivo e presto dal suo sostegno il turbine allontana, e col dente mordace or quello or questo groppo che s'attraversa adegua e spiana.

Gli custodisce a piè vergato cesto il gomitolo molle de la lana, dove del fil, che di sua mano ha fatto, in orbe avolge estenuato il tratto.

E poi ch'a pieno il vertice de l'oro vede già colmo de la massa ordita, porge in atto dimesso il bel lavoro a lei, che fila il fil de la sua vita.

E 'l cieco Arcier, ch'al circostante coro l'Heroe per gioco effeminato addita, ministra il lino al filator gagliardo: ma se quei libra il fuso, ei vibra il dardo.

Giove tu, che mirasti in più contese per lui caduti i Libici Giganti, onde la sua gran mazza in mille imprese scemò fatica ai fulmini tonanti,

se già fosti del Ciel largo e cortese a tanti mostri da lui vinti e tanti, la conocchia onorarne or ben ti lice, poi che del vincitore è vincitrice.

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