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1569–1625

Proserpina

Giovambattista Marino

Avea l'eterno Giove per bocca del'interprete volante già le ragioni e le querele udite del mesto Re del'ombre,

ch'ardea di sdegno impaziente e d'ira, non tanto perché privo dela luce e del giorno il Ciel l'avesse confinato sotterra

del cieco abisso ad abitar gli orrori, quanto perch'egli solo de' tre fratelli universali, a cui distribuito è de' tre mondi il regno,

il ceruleo, l'ombroso e lo stellante, fusse ancor destinato in talamo gelato, senza conoscer mai

di consorte o di padre il dolce nome, sterili e sconsolati a passar gli anni. Ond'armando di quante chimere et altri mostri

l'orrido albergo accoglie incontr'al Ciel le temerarie squadre, e congiurando dele Furie insieme la turba ribellante

a' danni del Tonante, minacciava feroce di scatenar dal carcere profondo per fargli ingiuria e guerra

i figli dela Terra, e giurava superbo di voler con le tenebre tremende dela notte infernale

smorzar il sole e subbissar le stelle. Quando il Padre sovrano ala madre d'Amor rivolto il ciglio, sorridendo le disse:

– Figlia, sì come il centro del cor più volte dal tuo dolce figlio saettato t'apersi, così gli arcani interni

de' più chiusi pensier convien ch'io t'apra, con quanto di secreto dentro l'archivio cupo dele leggi immortali ha scritto il Fato.

L'adulta omai virginità matura di Proserpina nostra, unica prole dela Dea più feconda, unico sole dele ninfe più belle,

ad Imeneo devuta, al giogo marital già s'avicina. Cerere combattuta da preghiere importune

di Dei rivali e di celesti Proci, che la chieggono aprova, differisce le nozze. Quinci Giunon, quindi Latona intanto

la vuol per nuora, et emuli e discordi l'uno armato di spada, e l'altro d'arco, ne contendon tra lor Marte et Apollo. Questi Delo, et Amicla, e Cinto, e Claro,

quei le promette in dote il Rodope e 'l Pangeo, i Geloni, i Bistoni, i Traci, e i Geti. Ma la madre orgogliosa

l'un e l'altro rifiuta, e, pur tra sé dubbiosa di froda e di rapina, tiene in Trinacria ascosa

quella beltà divina, e confidata assai ne la rigida asprezza del'erta malagevole e scoscesa,

ha tra le balze d'Etna e di Peloro serrato il suo tesoro. Stabilito ha il destino che malgrado di lei la vergin bella

sia sposa di Plutone; et or che per ventura lunge è da lei la sua custode accorta, oportuno n'è il tempo.

Sovra l'adusta cima dela rupe sicana vattene, o figlia, e con que' dolci inganni, onde me stesso ancora

(non che 'l vulgo mortal) vinci e conquisti, la fanciulla celeste insidia, e prendi. E perché que' profondi ultimi regni senza sentire i tuoi giocondi affanni,

anco il Ciel vi soggiace, staran liberi in pace? Non vive petto a Venere inaccesso, né region secura

dagli assalti d'Amore ha l'universo. Spieghi pur dunque Amore ne la reggia infelice del'odio e del dolore

l'insegna vincitrice. Mollisca a dolce colpo di lasciva saetta del Tiranno severo,

c'ha ne l'Erebo impero, il cor di ferro. Provino omai l'Erinni se di Cocito è più cocente e forte l'ardor dea tua fiamma.

E dican laggiù poi l'anime tormentate se tormento han gli abissi, che le pene amorose in parte agguagli.

Manca sol questa al'altre spoglie illustri del tuo trionfo eterno: il trionfar dell'espugnato Inferno –. Qui tace e Citerea,

senz'altro indugio, ambiziosa e lieta, ch'ancor questo trofeo del'altre palme al cumulo s'aggiunga, di rendere al suo scettro

tributario Acheronte, del paterno precetto accelera l'effetto. Vassene là dov'Etna

tra scogli al ciel precipitosi e rotti sporge l'arsiccio capo. Etna perpetuo incarco al corpo smisurato,

al busto fulminato del'orgoglioso Encelado, che spira con aneliti orrendi zolfo rovente e dala gola erutta

sospir di fumo e vomiti di foco; e qualor furioso scote l'ampia cervice, o cangia fianco sotto il gran peso stanco,

e dal destro si volge o dal sinistro, l'isola infin dal fondo tutta si svelle, e con terribil moto nuotan le torri e le città tremanti.

Del'ispida pendice la costa inaccessibile si pote ben misurar con l'occhio, non superar col piede.

Una parte si vede frondeggiar, verdeggiar d'arbori eccelse, un'altra arida, et arsa mille torbidi globi

di fervidi vapori in alto essala, peròche 'l cavo ventre dela montagna alpestra, d'incendio vivo inestinguibil fonte,

con sempiterno fomite nutrica gorgo bollente di fiammelle oscure, che con bombi tonanti sfidan le stelle e vanno,

quasi fosche comete, di nere macchie ad annebbiare il giorno. Ma se ben dal'un lato con sfavillanti ardori

la voragine cupa avampa e fuma, dal'altro in larghe falde di condensati algori incanutisce la nevosa bruma;

e le fiamme ale nevi serbano fede in guisa, che da tanto calor securo il ghiaccio tra le faville indura,

e l'innocente arsura sempre difesa da secreto gelo, dele rupi vicine lambisce le pruine.

Da qual fontana original derivi scaturigin sì grande di focosi torrenti, qual forza arroti i sassi e le spelonche

con crollo formidabile tormenti, e qual perpetua inconsumabil esca ala fame vorace di cotanta fornace

basti a somministrar cibo e pastura, occulta è di Natura meraviglia e possanza, ch'apieno altrui di penetrar non lice.

O sia perch'alcun groppo di venti prigionieri trapassando per entro le vie chiuse e nascoste

di quelle vote e concave caverne, e discorrendo le torture anguste e gli obliqui meati de' macigni forati,

mentre libertà cerca e per sentiero di sì feroci spiriti incapace dal cavernoso carcere impedita tenta aprirsi l'uscita,

furia sdegnoso e rugge, e con l'impeto insano de' ruinosi soffi fa scoppiar gli antri, e move

di turbini infocati alte tempeste. O sia perché fors'anco celatamente trapelando il mare per le sulfuree vene,

e per l'interne viscere del monte, trae qualità da quelle sotterranee miniere, sì ch'alterato intepidisce e ferve,

e fa tutte bollir l'acque e le pietre, che poi fumanti e calde mandan per le fessure dela pomice alpina aliti ardenti.

Quinci avien, dunque, ch'Etna dala bocca profonda del'aperto spiraglio lunghi tratti vibrando

di neri fiati, e di vermiglie lingue, con un fremito roco mormora, e porge al foco alimento immortal, che non s'estingue.

Ben di quel loco, dove il zoppo sposo suo tien la fucina, Venere spesso a dimorarvi avezza, avea piena contezza,

onde quivi ne viene e quivi giunta ne l'ora, che la notte già con rapide rote a scender cominciava

del suo negro sentier verso la meta, ne le riposte e solitarie case dela Dea dele spiche entra tacitamente e proprio agli orti,

dov'alberga Vertunno, i passi drizza. Vertunno dele selve e de' giardini cultor famoso e celebrato nume, cui dele roze piante in guardia è data

la frondosa famiglia. Questi, quantunque possa mentir qual più gli piace abito e forma, però ch'a suo talento

or di pelo e d'artiglio veste le membra, arma le branche, e d'orso, di leon, di cinghial sembianza prende, or in pastor si cangia,

or in ninfa si muta, et or diviene arbore, or fonte, or sasso, et or rapida fiamma, or nembo lieve rassembra, et or repente

si dilegua, disciolto in aria, in aura. Non volse a questa volta al'amorosa dea punto celarsi, ma ne la propria e natural sua vera

imagine costante le comparve davante, strana effigie per certo, e stranio sì, ma grazioso mostro.

Contiene il corpo tutto d'ogni ragion di frutto commessi insieme in rustica figura fantastica mistura.

D'un gran popone è fabricato a spicchi il globo dela testa. Due poma casolane dipinte d'un rossor ridente e fresco

compongono le guance. Ufficio d'occhi e di palpebre fanno due nespole acerbette, tra cui di naso in vece

grossa e piramidal pera discende. Di sotto s'apre e fende nel loco dela bocca punica buccia e de' purpurei grani

scopre le gemme in un giocondo riso. Fraghe, cornie e cirege son le labra vermiglie, e nel sovrano quasi rigido pel, col guscio verde

s'attraversa di nocchie irsuta coppia. Una matura pesca forma il mento, e formato d'un susin di Damasco infuor si sporge

il groppo dela gola. Ne l'una e l'altra tempia tien duo non anco aperti di pungente castagno ispidi ricci;

e quinci e quindi per orecchie ha fitte d'una noce divisa ambe le scorze. Scusano lunghe zucche e gambe e braccia; e radici, e carote

ne le mani e ne' piè spuntano in dita. Di cocomero è il ventre e di cotogna son le ginocchia, e tra le cosce pende fatto d'un cedrolotto

noderoso e ritorto, il membro osceno. Di serpollo ha la barba, di finocchio la chioma, e le silvestri e boscherecce spoglie

son erbe, e fronde, e foglie. Or da costui cortesemente accolta la Dea del terzo giro in tal guisa gli parla:

– O di quanto Natura partorisce e nutrica fecondissimo padre; benigno de' tesori,

che dal prodigo seno l'ampia terra diffonde, dispensiero e ministro; Dio possente e ferace,

dal cui vigor vivace virtù generativa traggon radici e semi; per cui ne' folti boschi

e negli aperti campi allignano le barbe, crescono le cortecce, verdeggiano le fronde;

e da cui solo impara la commun madre antica a stabilire i tronchi, a copular gl'innesti,

a dilatare i rami, a germinare i fiori, a maturare i frutti; se mai per me, se mai

per opra del mio figlio, quando più desperato languivi per colei, ch'or fatta è tua consorte,

pervenir ti fu dato a fin de' tuoi desiri, e dopo lunghi pianti goduto aver sovienti

amorose dolcezze; e se pur ciò che nasce e ciò che si produce per pianure e per monti,

per foreste e per valli, dovunque del tuo regno il dominio si stende, è sol nostra mercede;

del tuo favor deh tanto prestami, ch'oggi io possa effettuar, non senza comandamento espresso

del mio gran genitore, qualche impresa d'amore. Io so ch'assai sovente per questi ameni poggi,

dove solingo alloggi, uscir suole a diporto Proserpina gentile. Chiama la tua Pomona,

chiama Favonio, e Clori, e vinta la natura e del tempo, e del loco, di novella verdura

vesti l'ignudo colle; fa che vezzoso, molle, fruttifero e fiorito con lusinghiero invito

doppiamente l'alletti, fuor d'ogni usato stile misto ad ottobre, aprile. Risguarda intanto, e taci,

che qui tosto vedrai spettacol violento, che, bench'a prima vista potrà recar spavento,

sortirà poscia effetto di gioia e di diletto –. Più oltre dir non volse, e del'inganno ordito

la bella Dea d'amor seco sorrise. Ver le secrete stanze dela malcauta giovane rinchiusa volge le piante, e sorta innanzi l'alba

e tutta intenta a' bei lavor del'ago con picciol lume a vigilar la trova. Trovò ch'allora apunto giungeano a visitarla

le due vergini dee, Palla e Diana, l'una in guerra possente e l'altra in caccia: questa ale fere, e quella agli uomini tremenda.

Lascia imperfetta l'opra la semplicetta, e tinta di vergognosa porpora le gote, corre veloce a reverirle, e china

or l'una, or l'altra umilemente abbraccia. Poiché furo più volte iterate tra loro le cortesi accoglienze,

divisando e cianciando in lieti motti e 'n bei discorsi entraro; e quella, a cui son sacre le rose e i mirti e le colombe e i cigni,

per dar commodo tempo al'essecuzion del gran disegno, con varie fole e parolette a bada trattenea la brigata.

Già con alti nitriti fugavano le stelle i destrier di colui che 'l dì conduce; e da' confini eoi

la lampa orientale vibrava già la sua rosata luce, i cui raggi sereni, quasi di foco e d'oro

tremolanti baleni, ferian del vicin mar l'umido argento, e del golfo di Scilla, che folgorava a' bei purpurei lampi

dela sorgente face, saettando le sponde, le fiammelle scherzar facean per l'onde; quando uscì passeggiando ala frescura

del'aura mattutina per la vaga collina il divin drappelletto, onor del cielo, dico la saggia diva,

la casta, e la lasciva, e con esse colei, che dì bellezza ad alcuna di lor punto non cede, mosse arditetta il piede.

Con loro accompagnossi vezzosa comitiva di ninfe e semidee. Quante Oreadi e Napee,

quante Naiadi e Driadi alberga e nutre Pachinno e Lilibeo, quante in grembo n'accoglie con la sua dolce e placida Aretusa

l'innamorato, e peregrino Alfeo, ala nobil quadriglia fecer coda e corona. Stupir l'abitatrici

del'inospita spiaggia al gran prodigio del trasformato monte, appo il cui lembo deposta in tutto del'orror natio la deserta incultura,

videro al'improviso pullular meraviglie, e d'ognintorno, contro l'antico e natural costume, già decrepito l'anno,

mutar le chiome squallide e canute, e con la gioventute insieme aver la viriltà congiunta. Quindi rivolta al'adunanza bella

in tal suon la favella allor disciolse la reina di Pafo e d'Amatunta: – Ecco sereno e chiaro oggi il ciel ne promette

il più giolivo, il più festivo giorno, che mai dal grembo uscisse del'indico Oceano. Et ecco, emula al ciel, di novo manto

la terra rivestita ne sorride e n'invita agiatamente a spaziar per questa deliziosa falda.

Or andianne sorelle, pria che l'aria, che suda ai novi albori, al sol, che già si leva, le fresche brine intepidite asciughi,

mentre che 'l mio Lucifero versando stille di nettar puro dal vaso innargentato, il sitibondo prato

bagna di vivi e rugiadosi umori, a coglier poma e fiori –. Ciò detto, ella primiera s'invia verso là dove

del'insidia amorosa il laccio è teso. La sua leggiadra vesta è d'un drappo contesta d'argento e seta del color del mare

quando tranquillo appare. Ceruleo è il cinto e in mezo al sen l'affibbia, fatta a branchiglio, una turchese intera. Copre il piè bianco un borsacchin cilestro,

e su l'omero destro ad un fermaglio di zaffir scolpito dal'industre marito con lunghe crespe attiensi

dilicato oltremodo e sottil velo, del'azurro del cielo tinto e tessuto in argentina trama, ch'apunto com'un mar gonfio da' venti

l'ondeggia intorno, e le svolazza al tergo. Cotta di lucid'ostro, tempestata per tutto di fiamme d'oro il purpurino campo,

e negli estremi lembi pur d'aurea banda in triplicata lista fregiata intorno intorno, l'arnese è di colei, ch'adora Atene.

Sotto rigido usbergo asconde e copre le candide mammelle, e con ferro oltraggioso a sì bell'oro aggrava il biondo crin d'elmo pesante,

al cui terso diamante serto s'attorce d'intrecciato olivo, e per cimier tra le vermiglie piume porta il notturno augel, ch'aborre il lume.

D'asta acuta e forbita arma la destra, e ne la manca imbraccia il rigoroso scudo, in cui Medusa effigiata al vivo

con chiome d'angui attorte spira spavento e morte. Del'arciera di Delo la portatura e la beltà, bench'abbia

alquanto in sé di ruvidezza in vista, qual però si conviene a bella cacciatrice e non guerrera, più mansueta e men feroce sembra.

Al'etate, ale membra, al'aria, ale fattezze in tutto rappresenta la fraterna sembianza.

Gli occhi ha di Febo, et ha di Febo il volto, in amboduo risplende un lume istesso; sol gli distingue il sesso. Verde spoglia leggiera

di lubrico zendado, che con cintola d'oro al sen si lega, scorciata in su 'l ginocchio, là dove in due divisa

un botton di smeraldo la sospende, infino al petto la succinge, e lascia ambe le poppe, ambe le braccia ignude. Disprezzate le chiome

senza ritegno alcun volan per l'aure; e l'attraversa e preme l'arco la spalla, e la faretra il fianco. Tra lor ne vien, non già di lor men bella

l'inclita verginella, ch'or dela genitrice è delizia e letizia, e 'n breve fia grave del'infelice angoscia e pena.

È d'un giallo amariglio sparso di fiori azurri l'abito che l'ammanta; e la cintura, che lo stringe nel sen, tocca d'argento.

Sovra tela d'or fin, tra fiore e fiore è trinciata la gonna, e i trinci e i tagli sono insieme congiunti con groppi di rubini e d'altre gemme,

la cui luce abbagliar potrebbe altrui, se non fusse maggiore l'alto splendore e 'l lampeggiar celeste di colei che la veste.

Stan le dorate trecce con un semplice nastro di serpi a guisa, attortigliate in orbi, e nel sommo del capo

fan dele cime estreme un aureo fiocco, da cui pendon puntali di perle orientali. Giunge la bella schiera

nel loco destinato al gran furto amoroso, e passo passo nel giardin di Vertunno entra a diletto. Quadratura leggiadra

in quattro spazi il bel giardin comparte, e nel bel dritto mezo sotto un gran padiglion di verdi fronde sorge vaga fontana,

in cui di puro e candido alabastro ha di Natura il simulacro inciso, che, per cento mammelle, in vece d'acque (per opra di Lieo,

che dela Dea d'amor fu sempre amico) in bel vaso lucente versa di vin purpureo ampi canali; e di basso rilievo in su la base

tien del Tempo, e del'Anno, dela Notte e del Giorno, e del'Ore, e del Sol, che le divide, l'imagini scolpite.

Da' quattro lati in piedi dele quattro Stagion le statue stanno, e ciascuna rivolta col tergo al fonte e con la fronte agli orti

del superbo verzier risguarda un quadro. Ciascun quadro de' quattro sacro ad una di lor comprende e chiude di quanto ella dispensa il fiore, e 'l meglio.

Quanto mai di pomposo spiegan Pesto e Pancaia, Ibla et Himetto, e quanto d'odorato si scote dale corna

il celeste Monton, che 'l maggio adorna, fiorisce nel quartier di Primavera. In quel d'Autunno poi tutto ciò che di dolce

Bacco nutrisce, e, ciò che di soave del loco istesso il Giardinier conserva, con pieno e largo cumulo s'accoglie, sìche le piante in arco

curvan le braccia ala soverchia soma del'uve e dele poma. E quel che più s'ammira è che la stagion fredda e la cocente

a dispetto del Cane e del Centauro tra gli ardori e tra i ghiacci i lor doni, i lor frutti vernarecci et estivi

vi tengon sempre freschi e sempre vivi. Ogni angolo a traverso fendon tre vie, che quasi linee al centro, vanno il fonte a ferir per dritta riga;

onde il giardin listato da dodici sentieri, sembra stella divisa in tanti raggi. Sono i viali tutti

di pampinose pergole coverti, e di ciascun viale in su l'entrata per un arco si passa, a cui di sopra sta d'un mese del'anno

da divino scarpel l'effigie sculta con quel segno del cielo in marmo espresso, che signoreggia in esso. Va per l'ombrose alee

quinci e quindi vagando, a prova depredando il prato e 'l bosco la sollecita truppa, in guisa apunto d'un essame di pecchie

qualora il re del'ingegnose squadre i suoi minuti esserciti commove, che da' faggi e dal'elci, dentro i cui cavi tronchi hanno ricetto,

sussurrando per l'erba vanno a rapir le lagrimette prime dale melate cime, e del timo, e del citiso, e del nardo.

Cotal né più né meno sembra l'illustre e generoso coro. Qual l'amaraco molle sceglie e distingue da' men degni germi,

qual del'incorrottibile amaranto, qual del tenero acanto il gambo spoglia. Altra in vaghe catene va la fosca viola

innanellando al candidetto giglio. Altra lega et intesse il giacinto sanguigno e 'l biondo croco al narciso vermiglio.

Quella di bei ligustri porta cinte le tempie, questa di fresche rose va stellata la fronte.

Cintia istessa non sprezza e non ricusa di raffrenar con ghirlandette umili la libertà dele fugaci chiome. L'istessa dea del'armi e dele trombe

con quella destra bellicosa e forte, con cui schiere scompiglia e rocche atterra, già deposta la lancia, volta a' morbidi studi,

tratta insoliti scherzi et insegnando ai folgoranti arnesi il rigor marzial placar alquanto, et al'aspra celata

lasciar l'orror, che la circonda e veste, le sue purpuree creste lascivamente effeminata infiora. Lussureggia e di Flora

tra i pacifici rami e le penne guerriere i fregi implica. Ma più d'ogni altra a vaneggiar intenta la troppo baldanzosa

donzella di Sicania, in oblio posti i materni ricordi, or empie, or vota d'odorifere foglie ampi panieri, or prende ad innaspar filze di fiori,

e con fatal prodigio di futuri imenei, de' suoi casi ignorante e mal presaga, la chioma virginal sen'incorona.

Fregia il ricco pavese del bel pratel dipinto a più colori di fiorami per terra, e di semplici rari, e d'erbe elette

un riccamo gentil, composto ad arte, in cui groppi e figure d'aviticchiati cori, caratteri e scritture

d'amorosi concetti non presentano al'occhio altro ch'amori. D'amori e di trastulli, di lascivie e di vezzi

lusinghevoli oggetti, dovunque il passo mova, dovunque il guardo fermi, l'offeriscono innanzi

gl'incalmi naturali dele palme e degli alni, i nodi maritali dele viti e degli olmi.

E più qualor passando dai vermigli roseti ai verdi arbusti, l'alte spalliere, e i pastini ben culti de' frondosi boschetti

di mirar si compiace, da' cui rami pendenti aranci osceni, grossi limoni e smisurati cedri, non saprei dir per quale

virtute occulta et artificio ignoto di strania agricoltura, o per qual di Natura giocosa industria e capriccioso scherzo,

figurando in se stessi di gran membra virili prodigiose forme, fanno con provocar ne' riguardanti

il diletto del gusto, onta ala vista. Stava dritto in disparte il barbuto Itifallo, il vermiglio figliuolo

di Bromio e di Ciprigna, il robusto custode del campo e dela vigna, l'ortolano sfacciato

in Lampsaco adorato. Et ignudo la testa, fumante il volto e più che vampa acceso, col naso enfiato e con le luci rosse,

mentre tanta beltà quivi mirava, la sua falce vibrava. Stupisce, e pensa, e tace la vergine inesperta in mirar quelle

(spettacolo ancor novo agli occhi suoi) inusitate e sconosciute cose. Ma le più sagge dee, Trivia e Minerva, ch'intendon forse meglio

di quel sozzo villano il malvagio pensiero, e di que' frutti indegni l'impudico mistero,

di modesto rossor tinte la guancia, e colme il cor di vergognoso scorno, chinano i lumi a terra, giran gli sguardi altrove,

e si fan con le man coverchio al viso. Sen'accorge, e di riso tra se medesma, e di piacer ne brilla del'alato fanciul la madre astuta;

ma come ad altro intenda, dissimula, et intanto del'aguato d'Amor l'essito aspetta. Mentre in questi sollazzi

s'essercita ciascuna, ecco con novo repentino fragor mugghiar gli abissi, e 'nfin dale radici la sua base profonda

scoter per tutto il dirupato scoglio. Tremano i colli e l'isola vacilla, né la cagion di strepito sì grande altra che Vener sola,

in cui mista al timor serpe la gioia, ancor v'ha chi comprenda. Già per gli opachi e tenebrosi calli dele terrene grotte

l'Arbitro dela notte, ammonito da Giove, il camin piglia. Su per le vaste membra del'oppresso gigante

passan l'orride rote, che ne stride e ne geme, e rotto l'ossa dal grave piè de' corridori oscuri, tenta il corso impedirgli e move e vibra

per afferrargli almen l'asse del carro (quantunque invan) le serpentine sferze. Quasi occulto soldato, che per ascose e sotterranee mine

con passo taciturno entra repente nel chiuso forte e nel guardato muro ad assalire il cittadin securo, viensene cautamente

per le secrete e desviate buche del giogo erto e sublime del'antico Saturno il terzo erede. Guado non v'ha, né porta,

varco non v'ha, né via, ch'a sì fiero passaggio adito dia. D'ognintorno alte rupi, aspre ruine opposte incontro a' suoi desir focosi

gli contendono il passo. Allora il duro sasso, sdegnoso del'indugio, fiede col grave suo dentato scettro,

et ecco immantenente spezzarsi i marmi, e la montagna aprirsi. Del'alto Mongibello risonaro le cave.

Stupì Vulcano, e timidi i Ciclopi l'incudi abbandonando, i fulmini gittando, fuggiro agli antri più remoti et ermi.

Tosto ch'al'aria apparve l'instigator feroce dela bruna quadriga, discolorossi il cielo,

e 'l grande Atlante, che 'l sostenta e folce, de' tartarei destrieri apena uditi i funesti nitriti, fu per deporre il suo stellato incarco.

Inorridiro et adombraro usciti al bel lume superno i cavalli d'Averno, già lungo tempo avezzi

ad esser di caligine nutriti, e stupidi e smarriti al novello splendore d'altro mondo migliore

torser le briglie, e col timone obliquo s'arretraro sbuffando per far ritorno ale magioni ombrose. Ma poscia che ferir le nere terga

dala rigida verga si sentiro, più lievi che saette qualor fuor dela noce le dischiava del'arco fuggitivo

il faretrato e sagittario Parto, precipitaro impetuosi il volo. Dale bocche anelanti essalan fiati, che sulfurei e foschi

corrompon l'aure e fanno del'auree stelle impallidir la luce; e da' freni sonanti mandan di calde bave

e di livide schiume stille sanguigne ad infettar l'arene. Veggionsi in un momento, quasi tocchi dal'uggia

o percossi dal turbo, da quel tosco letal subito offesi, i fioretti languire, i prati inaridire,

l'uve appassite, i pampini sfrondati, i frutti scolorati. Allor correndo dansi tutte a fuggire le sbigottite Ninfe,

e Proserpina misera e dolente ecco rapidamente è alfin rapita; e portata a gran corso dal ferrugineo carro,

non sa, se non piangendo, ale compagne dee chiedere aita. Svela Bellona ardita allor del torvo e pallido Gorgone

il mostruoso aspetto, e seco quella, che Triforme s'appella, dà di piglio agli strali, et incurvando il suo cornuto nervo,

fassi incontro al Rettor di Flegetonte con una luna in mano, e l'altra in fronte. In ambedue commune la pudicizia offesa

l'irrita al'armi e le commove al'ira, et ambedue del predator fellone l'audacia e l'insolenza sì grave oltraggio a vendicar le tira,

né curan, pur che si disturbi e vieti sacrilegio sì rio, d'aver riguardo al zio. – O de l'afflitto e tribulato mondo

temerario signor (Pallade disse) de' tre germani il più perverso e crudo, con quai profani stimuli e con quali stolte facelle il cor t'accese e punse

la rabbia del'Eumenidi superbe? Et onde avien che violar presumi con le nebbie pestifere di Lete questo puro seren del nostro cielo?

Fuggi gli alberghi altrui felici e lieti, vanne ala sede a te devuta, e lascia la per te troppo preziosa preda. Son le fetide Arpie, l'Idre e le Sfingi,

son le Furie di te, degne consorti. – Così dicendo, il viperino teschio gli oppone agli occhi, e col ferrato calce del tronco minaccioso

i veloci corsier fiede e ritarda. E ben avrebbe a forza al'atto ingiurioso dal tartareo ladron fatto contrasto,

se non che 'l re delo stellato Olimpo dal ciel vibrando il colorato lampo, e torcendo da manca con pacifico tratto

del folgore immortal l'ali vermiglie, quel già lassù conchiuso maritaggio fatal, benché furtivo, fermò col tuono, et approvò col cenno

per genero Plutone; et Imeneo cantando tra le nubi serene fe' scintillar la sua dorata face.

Cedon non senza sdegno e senza doglia le Dee confuse, e rallentato l'arco con tai gemiti e gridi dietro le pianse, e le parlò da lunge

la figlia di Latona. – Prendi dal nostro ufficioso affetto l'estremo vale e l'ultimo saluto, o quant'amata, sfortunata suora;

né dele paludose e torbid'acque, ch'a passar duro fato oggi ti sforza, la memoria di noi, l'amor, la fede sia mai possente a cancellar l'oblio.

Soccorrerti ne vieta e ne contende il paterno rispetto, e 'l gran decreto del Motor dele sfere, ale cui leggi vuolsi ubbidir, né ripugnar si pote.

Da maggior forza di più alto impero confessiamo esser vinte, e 'n sì reo caso nulla abbiam di difenderti possanza. Ti tradisce il destino, il Ciel crudele

s'arma a' tuoi danni, il genitore istesso spietatamente incontr'a te congiura. Misera, e qual fortuna empia e proterva al'amate sorelle, oimè, t'invola?

e ti toglie ale stelle? e ti condanna ad abitar ne le perdute case? a conversar con le sepolte genti? Or non più no, per le sue selve errante

tender le reti, o balestrare il dardo mai di vederti il gran Partenio speri. Omai securo insuperbisca, e frema il cinghiale spumante, et impunito

il rabbioso leon per tutto scorra. Te del'alto Taigeta i boschi e i sassi, te del frondoso Menalo le ripe piangeran lungamente, e sospirata

sempre sarai dal mio sacrato Cinto. – Intanto lagrimosa sovra il carro volante verso le bolge orribili discende

del'eleusina Dea l'alta speranza, e battendosi il petto, diffonde in un co' capei d'oro ai venti questi vani lamenti:

– Deh perché pria non aventasti in questa povera testa il fulmine pungente, onnipotente e sempiterno Padre, che tra le squadre misere e malnate

senza pietate lunge dal tuo impero al'Orco nero discacciarmi in gola? Ahi, chi m'invola ala mia patria riva? Ahi, chi mi priva del'usata pace?

Così ti piace? né ti scalda il petto paterno affetto al mio sì giusto pianto? Qual colpa tanto abominanda, o Giove, a ciò ti move? o che del mal, ch'io porto

a sì gran torto, dir si possa degna? Quando l'insegna a' danni dele stelle l'alme rubelle dispiegaro in alto, nel folle assalto a minacciare il polo

con l'empio stuolo io non alzai la fronte, né monte a monte impor già mi vedesti contro i celesti tuoi stellati giri. Perché t'adiri? e perché fai che 'n preda

or si conceda al'infernal Tiranno con tanto inganno l'alta tua nipote, ch'avrà per dote il non veder mai lume? Fuor del costume di quante infelici

da predatrici man rapite furo, cui pur il puro è dato aere sereno godere almeno, e 'l ciel commune e 'l sole. Quel che non suole altrui giamai negarsi,

dai fati scarsi a me sola si toglie. Per doppie doglie l'onestà mia cara, e dela chiara luce a un punto insieme perdo ogni speme. O madre sventurata,

sì ben guardata avermi a che ti vale? Qual torre, o quale inespugnabil sito, qual ben munito cinto, o chiusa terra il passo serra a un ardimento insano?

Celasti invano ai desiosi amanti i miei sembianti, timida e 'ndovina dela rapina, a cui non fu riparo. Nulla giovaro i sassi alpestri e l'onde,

ch'arman le sponde al'isola del foco. Securo loco non fu l'aspro lido del nostro nido dala froda stolta di chi m'ha tolta ala magion diletta.

Già, già m'aspetta il baratro più basso, già, già vi lasso, o sole, o cielo, o mondo, o del giocondo e dolce albergo usato terreno amato, adio per sempre, adio –.

Da sì pietose e flebili querele (quantunque fier) l'innamorato Auriga mover si sente, e de' suoi primi amori comincia omai (dal'agghiacciato petto

non più mai sparsi) ad essalar sospiri. Indi in sembiante affabile e benigno i turgidetti e rosseggianti lumi, d'amorose rugiade umidi e gravi,

terge col manto affumigato e bruno, e con tai voci il suo dolor consola: – Tempra, tempra il cordoglio, idol mio caro, né più col pianto amaro far oltraggi

ai dolcissimi raggi de' begli occhi. Lascia pensier sì sciocchi, e non temere che fra tenebre nere ognor sepolta la luce ti sia tolta. Un più bel sole

di quel che scorrer suole il cerchio torto, laggiù, dov'io ti porto, avampa e gira. Altra terra si mira, havvi altri monti con altri fiumi e fonti, altri arboscelli.

Etna di fior sì belli e sì odorati i suoi sterili prati non ha pieni, come quei che gli ameni ampi giardini degli Elisi divini e gloriosi,

di spirti aventurosi almi soggiorni, rendono sempre adorni, il cui bel verde mai non secca, o disperde amore o bruma. Oimè, qual mi consuma incendio novo?

E pur del mal ch'io provo, ho l'esca in braccio. O mio soave impaccio e caro peso, quella fiamma, ond'acceso arde il mio core, del'infernale ardore è più cocente.

Ma tanta gioia sente, infra le pene, che nel mal che sostene, arde beato. Io non so dir qual fato il re d'Averno, signor del foco eterno, oggi destina

in questa sua rapina a tal ventura, che deggia ad altra arsura esser soggetto. Ma di tanto diletto ho piena l'alma, che m'è dolce la salma, e l'arco crudo

del pargoletto ignudo io non incolpo. Convien che lodi il colpo e benedica quella cara nemica, per cui moro. Ringrazio lo stral d'oro, ond'uscì piaga,

che m'uccide e m'appaga, e bench'io viva ne la tartarea riva, e 'l mio soggiorno lontan sempre dal giorno stia nascosto ne l'antro più riposto e più profondo

del tenebroso mondo, entro il cui seno raggio di ciel sereno unqua non piove, io non invidio a Giove il paradiso, peròche 'l tuo bel viso ha tanta luce

ch'un chiaro sol conduce ai foschi orrori e porta alti splendori al regno cieco. Vienne, vientene meco e non languire. Scusa il soverchio ardire: Amor mi sforza.

La ragion dela forza è forte oppressa; e perdona a te stessa il fallo mio, perché quando vid'io cosa sì bella, subito il cor di quella si compiacque.

Amor di furto nacque, et è guerriero, guerreggia armato arciero, e tratta il dardo. Deve più che codardo esser audace. Ahi ch'io non son rapace, anzi rapito.

Or che dirà Cocito di Plutone quando in bella prigione trionfante, fatto in un punto amante insieme, e ladro d'un bel volto leggiadro, fia che veda

che di lui la sua preda è predatrice? O Erebo felice, o Furie, o mostri, o de' penosi chiostri alme inquiete, ecco pur oggi avrete alcun riposo

ne lo stato doglioso, che v'afflige. Ogni spirto di Stige or fia contento. Farà pausa il tormento, o pallid'ombre, laggiù dannate, e sgombre d'uman velo,

sarà l'Abisso un Cielo, e tutta festa la mia reggia funesta e lagrimosa, poiché di tanta sposa io son consorte! Su su ferrate porte, oscure soglie,

ala diletta moglie il passo aprite, di cui per grazia Dite è fatto degno. Ecco del basso regno io t'incorono. Prendi lo scettro e 'l trono. A ogni cenno

ubbidir qui ti denno anco le Parche; e bench'inique, e carche il cor crudele del veleno e del fiele de' serpenti, umili e reverenti, e con dimesse

fronti le Furie istesse, empie sorelle, ti serviran d'ancelle. A piè venirti vedrai superbi spirti, alteri regi, deposti i fasti e i fregi, e 'nsieme misti

con la turba de' tristi e de' mendici tra poveri infelici, ignudi, abietti attender da' tuoi detti la sentenza, o rigore, o clemenza, o premio, o pena.

Or a tuo senno affrena, ordina, e reggi, comanda, impon le leggi, e sciogli, e lega. Nulla omai ti si nega; il tutto puoi. Sia poter ciò che vuoi –.

Qui tace, e contro l'uso de l'implacabil sua fiera natura con serenato ciglio dela corte temuta entra la soglia.

Gli assorge in su l'entrata il vasto Flegetonte, a cui da tutto il volto piovono incendi, e dala barba scorre

di cocenti ruscelli orrida brina. Concorre in folta calca quinci e quindi la plebe de' cornuti ministri.

Altri i destrier già stanchi, sciolti da' curvi gioghi, per le brune campagne a pascer mena; altri di verdi rami il suolo asperge,

altri di rose colte nel giardin de' beati le piume infiora, ove s'appresta a corre altro fior più gentile il re del centro.

Vien tosto a visitarla dagli elisi palagi eletta schiera di sagge donne, e nobili matrone, che con ragioni argute

mitigando il dolor, che la tormenta, le rannodano in fronte i crini sparsi. Pronuba allor la Notte, dipinta il sen di lampeggianti stelle,

la conduce, ov'in breve in braccio accor la deve del notturno marito ombroso letto. Scusan negli archi, e ne le mura appese,

e d'ognintorno accese dela camera opaca le tede furiali, fiaccole maritali.

Giubila e si trastulla il paese de' morti. Rompon del'aria mesta i silenzi lugubri

di canzon disusate allegri accenti. Velato il crin canuto di palustri ghirlande il vecchio passaggier del'onde nere,

del'onde, che quel dì scorsero latte, move cantando a lenta voga il remo. Più l'urna di Minosso le sorti irretrattabili non volge;

del popol flagellato ogni gemito tace. Ale percosse d'Aletto e di Megera il Tartaro crudel più non risona.

E tra lieti conviti da' passati martiri intente a pasteggiar, respiran l'ombre. Poiché sollecitata

da sproni acuti di gelose cure, e da fredde paure d'auguri infausti, e di funesti sogni perturbata la mente,

ritornò dele biade l'inventrice dolente dale solenni e strepitose pompe dele feste d'Eleusi,

e di Sicilia in su la spiaggia ingrata, dentro il solito tetto il deposito caro non ritrovò del già commesso pegno;

dir con quai strida, e quanti dolorosi lamenti il Ciel offese, come recisi in Flegra duo cipressi gemelli

levogli in alto, e con le chiome sciolte, ricercando ogni parte, il mondo scorse, e come moderando de' draghi alati e mansueti i freni,

l'aprica arena, e la canuta polve d'aurea messe feconda rese fertile, e bionda, non fia mia cura. Altra più dotta Musa

con miglior plettro in altro stil ne canti. Narrar gli affanni e i pianti d'una madre, che perde l'amata prole, et orba

d'ogni suo ben si lagna e s'addolora, impossibil mi fora. Quindi al pensier pietoso quanto si tace, imaginar ne lascio;

e del greco pennello imitator novello, con l'accorto velame d'un silenzio facondo

quelch'esprimer non so, copro et ascondo.

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