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1569–1625

Piramo e Tisbe

Giovambattista Marino

Voglio pianger cantando di Piramo e di Tisbe e gli amori e la morte. Ascoltino il mio canto

sol gli amanti fedeli, ch'uditor, che spregiasse un vero amor gentile, faria languir lo stile.

Prendi Musa selvaggia la tua flebil siringa, e narra il fiero caso de' duo malnati, in cui

una gioia immatura partorì doglia eterna. E se dipinger vuoi quanto conviensi, al vivo

questa istoria pietosa, lascia le proprie tue dolci parole usate, e chiedile dolenti

ala mia sorte trista. E tu Ninfa celeste, da cui pende, a cui sola questa vita soggiace,

e sotto i cui begli occhi il perderla è guadagno, del tuo favor deh tanto prestami, quanto esprima

del'infelice coppia i tragici accidenti, i cui duri tormenti furo al mondo i maggiori,

eccetto i miei dolori. Ne la città, che cinse di sì mirabil muro l'ambiziosa erede

del magnanimo Nino, nacquero pari entrambo di bellezza e d'etate due care e nobil alme,

fanciulla e garzonetto; e nacque al nascer loro Amor con essi insieme, che l'amorosa fede

tenne in lor sempre viva dala cuna al sepolcro. Pose tanto in costoro di grazia e di vaghezza

cortesia di Natura, che non è meraviglia, s'a l'altre doti intenta, non lasciò loco in loro

capace di ventura. Piramo ei nome avea, ella Tisbe era detta. Il giovane n'ardea,

n'ardea la giovinetta. Eran su l'età fresca pargoletti et acerbi, ma là dove mancava

la grandezza de' corpi, supplivano de' cori le piaghe smisurate; e 'l difetto degli anni

empiva amor adulto, amor intempestivo, ch'ai lor crescenti ardori diè di se stesso tanto,

che l'un voler da l'altro giamai non si disgiunse. Non stampavano ancora d'orme perfette il suolo,

quando la viva stampa dele bellezze amate portaro impressa al core. Quasi in un tempo istesso

aprir gli occhi ala luce del publico pianeta, et ai lampi novelli del'amorosa face.

Gli lavaro in un punto miste ai bagni materni l'acque de' propri pianti. Erano apena sciolti

dale tenaci fasce, che più tenacemente gli strinse aurea catena. Cominciavano apena

a respirare a l'aura, quando fur ben avezzi a sospirar d'amore. Quelle tenere membra,

che poteano mal ferme reggersi in su le piante, imparavano omai a sostenere il peso

dele dolci fatiche. Quelle lingue lattanti, ch'esprimeano indistinti bamboleggiando i detti,

sapean chiedere aita ale pene de l'alma. Tra quella casa e questa era il confin traposto

d'una sottil parete, ma questo cor da quello divider non potea intoppo ingiurioso.

Vivean col muro in mezo, termine degli alberghi, ma senza mezo o meta consumavansi amando.

Se disuniva i corpi confine invido avaro, l'anime desiose copulava la fede.

Ei la mirava al sole, ma temea di sua vista restar privo ale stelle. Similemente in lei

temperava il diletto il continuo sospetto, che di perderlo avea. Et egli et ella aprova

l'ore chiedeano al Cielo tanto lunghe ala gioia, quanto corte ala speme. Con altri fanciulletti

ivano essercitando gli scherzi puerili, ma con loro giocando fieramente scherzava

un fanciul cieco, e nudo. Questi usava con essi, coetaneo e compagno, e ben ciascun di loro

(tranne la benda e l'ale) potea parergli eguale. O Tisbe e che sentiva qualor più del costume

tardava un sol momento Piramo a comparire; e quale anco al'incontro Piramo rimanea,

se Tisbe oltre l'usato aspettar si facea. O come vendicata l'un contro l'altro avrebbe

la colpa del'indugio, se colpa esser potesse colà dove la pena l'un per l'altro sofferta

avrebbe volentieri. Le parole di foco, che formavan sovente, onde s'udia talvolta

sfavillar la favella, non mentite, non finte, e non eran ragioni d'artificio composte,

ma naturali e pure, quai le dettava apunto simplicità d'affetto, sol di quel mel condite,

che chiudean tra le labra, uscian da' penetrali del'alme innamorate. Del'un la lingua Amore,

del'altra Amor la voce move, articola e scioglie. Amor in amboduo vive e soggiorna. Or vedi

se chi per lui ragiona, sa con accenti accorti per lei risponder anco. Non toglie intanto o scema

al'empia Gelosia già l'impeto o la forza la debil fanciullezza. Rimira, osserva e spia

dove va il suo diletto, e con cui s'accompagna, invida la donzella, non voglio dir gelosa,

che di ciò l'assecura il saver d'esser bella. Ma l'esser bella tanto, tanto solo le giova,

quanto a Piramo piace. Piramo, che la mira, e la brama e l'adora, stima d'esserne indegno,

né degno al mondo stima occhio uman di mirarla. Tutto il tempo perduto, che 'n altro si dispensa,

che 'n parlarsi e mirarsi vaneggiando e ridendo, soglion con larga usura risarcirlo piangendo.

Ridean, contenti e lieti de' fanciulleschi amori i vecchi genitori, e quasi di sì fatti

amoretti vezzosi pareano innamorati; e di tanta strettezza assai spesso per gioco

divisavano insieme, onde senza divieto durò per qualche giorni di quell'età, che certo

per lor furo i migliori, questa vita felice. Ma giunti, ove fan gli anni più vigorosi e fermi

d'amor negli altrui petti le faville più vive, sentiro in sé cangiarsi i trastulli in affanni,

e quegli scherzi primi in veri incendi e gravi d'insopportabil fiamma. E Fortuna rubella,

viè più in donar cortese, che 'n conservar costante, in su 'l dolce fiorire del bel frutto promesso

portò tempesta amara. Nacquero tra' parenti inimicizie e risse, onde quanto ne' figli

regnava amore e pace, tanto i padri discordi nutriro odio e disdegno. Quinci avenne che tosto

fu lor vietato l'uso dela cara e soave domestichezza antica, et ala verginella,

afflitta e sconsolata dal paterno precetto fu circoscritta e tolta del sospirato oggetto

la vision beata. Ahi stolto, ma chi chiuse l'occasion d'un male, viè maggior non pensando

l'aperse al danno estremo. Entra il misero amante in novelli martiri, né gli sente già meno

l'altra misera, in cui non è punto minore la rabbia del'ardore. Ella al'amor paterno

quantunque per natura obligata si senta, non è però, che d'ira contro chi la produsse

tra sestessa non frema; perché di quell'amore, che verso lui la strinse più naturale assai

è quel, che l'arde il core. – Padre (dicea) non padre, ma capital nemico, posciach'ala pietate

e paterna et umana contradice e repugna la tua gran feritate; tu, che 'l mio ben mi togli,

come non ti ricordi, né pensi che colei che viva hai sotterrata, crudele, è quella istessa

che 'n vita hai generata? Qual barbarica rabbia giunse a sì fatto segno, che struggesse il suo sangue?

Qual serpente, o qual fera vive armata cotanto di veleno e d'orgoglio, ch'ala sua propria prole

procuri strazio e morte? S'agli animali istessi, a cui manca ragione, ragione in ciò non manca,

dimmi, donde imparasti d'incenerire un core, che tu stesso creasti? Perché l'esser mi desti,

s'esser devevi autore del mio mortal feretro? Perché titol t'usurpi così dolce e pietoso,

s'incrudelir t'aggrada ne le viscere tue? Se per onore il fai, vano pensier ti move,

ch'io disonor non veggio più dannoso o più grave, ch'una vita dolente, tanto più che non ponno

semplici sguardi e cenni, parolette e sorrisi, recar biasmo, o vergogna. Né sotto il ciel si trova

la maggior crudeltate, che separar due alme, che sono un'alma sola. Se 'l fai per risanarmi

del'incurabil piaga che mi sento nel fianco, squarcia, sbranami il core, dov'ha fatto radice

la passion profonda, che 'l voler ne l'infermo saldar una ferita con riaprirne un'altra

assai più penetrante, è rimedio indiscreto di medico ignorante. – Piramo in questo mentre

lontan dal suo bel foco non ardea senza gelo. Gelava di timore temendo pur non fusse

questo divorzio oblio; onde sentiasi il seno, amatore inesperto, percosso e lacerato

da martelli e da chiodi, spine, vipere e sferze, amorosi flagelli d'animo desperato.

Tanto fuor di se stesso, quanto dentro al suo duolo, – Lasso, lasso (dicea) più ch'amor è il mio male.

Io amo, s'altri amaro. S'altrui disgiunse amore dal'amate bellezze, io ne vivo disgiunto.

Ma 'l male, oimè, ch'io soffro, paragon non ritrova! Perché chi fece al mondo giamai maggior acquisto,

perdita mai non fece di tanto ben, quant'io. La beltà, ch'io sospiro, mirar senza godere,

dico solo il mirarla è maggior gloria assai, che di color, cui lice godere e possedere;

onde quanto è maggiore la gloria che perdei, tanto è maggior la pena del'averla perduta.

Dove sei Tisbe mia? Crederesti tu mai ben mio, che 'l mio morire cominciò da quell'ora,

che lasciai di vederti? In quel punto che diede principio iniqua sorte ala tua dipartita,

ebbe fin la mia vita. Ma vo meco dubbioso qual sia maggior pensando, il dolore e 'l martire,

che de' begli occhi il raggio nascondendo mi dai, o 'l piacer e 'l gioire, che provar mi facesti

qualvolta ti mirai. Nol so, so ben, ch'io moro, se più tarda a svelarsi da questa nube oscura

lo splendor, che m'aviva. Scopri quel chiaro lampo, che m'abbarbaglia e piace, luce di queste luci,

che quantunque io ne pera in qual forma, in qual vista morte qualora uccide può mai venir più bella? –

In tal guisa penando languia di vita in forse la coppia addolorata; quella in tenebre cieche

di pensieri, e di doglie per l'ecclisse importuna del suo terreno sole; questi in turbini, e piogge

di lagrime angosciose, ch'addusse al suo sereno, repentina procella; et ambo rimembrando

le passate dolcezze, perché raddoppia il male la memoria del bene, in sì penoso stato

aggiungean doglia a doglia. Ma che non trova o scopre Amor sagace e scaltro? Qual benda può, qual velo

l'occhio appannargli in guisa, che per tutto non miri? Perché l'industria è figlia dela necessitate,

e 'l bisogno ingegnoso rende altrui spesso accorto, né giamai cosa alcuna dove inclina il desio

fa difficile Amore, Tisbe, che cerca modo da parlar al garzone, ecco alfin lo ritrova

dove lo spera meno; e com'egro talora abbandonato in tutto da' fisici più saggi,

quando già moribondo di sanità despera, un'erba a caso colta gli dà salute intera,

così la curiosa, e cauta fanciulletta, mentre la morte attende, da un insensibil muro

quella pietate ottiene, che 'l petto alpestro e duro del genitor le nega. Nel muro, che commune

le due case divide, pon lo sguardo e la mente, e vede che sdruscito in parte assai riposta

ne l'angol, che commette dela camera avara le malsane giunture, apre fessura angusta.

Non credo già, che prima quel pelo il muro avesse, ma che di lei pietoso in quel punto s'aprisse

per dar loco et uscita, ond'essalar potesse dela fiamma rinchiusa la perigliosa arsura.

Quivi mentre l'accende desire intolerante di riveder colui, che ciò non men desia,

eccolo, che cercando pur qualch'astuta via da ristorare i danni dela perdita amara,

inaspettatamente giunge a quel muro istesso ne l'istesso spiraglio, dove il suo ben l'attende.

Come nocchiero stanco dopo lunga fortuna volge a sereno raggio di pacifica face

consolato la vista, o come padre pio figlio creduto estinto in sanguinosa rissa

con lieti occhi piangenti vivo, e sano rimira; con tal affetto apunto s'incontraro i desiri

de' duo, ne le cui brame l'indugio del conforto facea maggior la gioia. Vedelo Tisbe, e 'n dubbio

tra 'l sì e 'l no, se sia o pur non sia quel desso, colui, ch'ella ognor vede lontano con la mente,

or di veder presente agli occhi suoi non crede. Stupido, et incapace di tanto bene offerto

Piramo in lei s'affissa. Stupor, letizia, angoscia, sospir, gemiti, e cenni, confusion d'affetti

dolcemente penosi, parosismi amorosi, estasi repentine, sovrasalti, accidenti,

pasimi, svenimenti, tenerezze, languori, alterar di colori, palpitar, sbigottire,

segni, motivi, e sensi facili da sentire impossibili a dire, parlano in lor tacendo;

e ragionando l'alme, ammutiscon le bocche, perch'agli eccessi immensi degli estremi diletti

fansi di foco i petti, ma di ghiaccio le lingue. Poic'hanno ai cupid'occhi alquanto sodisfatto,

ecco Piramo piglia pur la parola e dice: – Con qual groppo tenace colui, che 'l cor mi lega,

or dela lingua ancora la libertà m'annoda? E chi tronca le note a quel che mi rapisce

impeto violento, sìch'io voglio, né vaglio esprimer ciò che sento? Benché quand'anco avessi

spedita la favella, picciola parte e breve de' sentimenti miei distinguer non saprei.

Che congiura crudele d'Amor e di Fortuna? Ch'un sì rigido muro difenda e proibisca

agli occhi il contemplare, e ch'un freno sì duro contenda et impedisca ala lingua il parlare,

ecco pur vi riveggio luci, che mi beate. Ecco, ho pur tempo, e loco da disfogar alquanto

le faville del core. Cessino affanni e guai, poiché più nulla omai da desiar m'avanza;

né più (così m'appago del ben, che mi contenta) di desiar desio. Oimè, s'io mi rivolgo

alo stato dolente, in cui dianzi mi vidi privo de' tuoi begli occhi, e contemplo il presente,

in cui ti miro e parlo, vita del viver mio, paragonando insieme col tormento il diletto,

non umano intelletto, non è senso mortale che di questa, o di quella passion senza modo

le dismisure estreme di giudicar presuma. E s'ala lontananza, infallibile tocco

d'ogni amor vero e fido, vuoi la mia fé provare, l'oro è basso metallo per poterlo agguagliare.

Ma ciò si taccia, e mentre Amor tanta ventura al tuo fedel concede, ceda agli occhi la lingua.

Occhi miei lieti e paghi, voi, cui dato è godere quell'oggetto felice, per crescere il piacere

ingannate voi stessi, imaginando intanto di non avere almeno a perderlo sì tosto –.

La vergine a quel dire dir non so che volea. Cominciò mille volte, altrettante ristette,

e 'n ciò chiaro mostrava, che tanto non sapea dir d'amar, quanto amava. – È possibil (dicea)

ch'abbi tu tanti giorni senza sentir favilla del foco, che mi strugge, indugiato a vedermi?

O la memoria forse discortese e sleale ha trascurato l'uso talor di visitarmi

almen con la membranza? Ma favelliam pur d'altro; ciò non cercar mi giova, peròch'ad alma posta

tra credenza e sospetto sempre il dubbio del male porta minor tormento, che non fa la certezza.

Quante volte temendo d'averti già perduto per altra, oimè, più cara, ma men fedele amante,

solo al'altrui bellezza tutta recai la colpa del'incostanza tua? Quante volte affidata

da speme lusinghiera, ti figurava poi il più fido e costante del'amoroso regno?

Di' tu, Piramo, or quale d'amor fu maggior segno? Dirai che fu maggiore fidar ne la tua fede,

ma io questo ti nego, perché raro si vede se non sol colà, dove mancò talvolta amore,

sovrabondar fidanza. Comunque però sia, o ch'io speri o desperi o confidi o diffidi,

o mi viva o mi mora, o mi manchi allegrezza, o m'avanzi tristezza, più che me stessa io t'amo.

S'udrai tal volta a caso celebrar mai fermezza, credi ch'esser non pote altra, se non la mia.

Ma già partir conviemmi; ahi, con qual core il dico? Lassa, il poter partire dal tuo cospetto è quanto

poter viver partendo. Mira, Piramo, mira come preste e veloci passan volando in breve

del tuo commercio l'ore; e con che lento passo il pigro andar trattiene un solo, un sol momento

dela tua dura absenza. Ti lascio, io vado, io parto. Che hai ben mio? che senti? Sarà presto il ritorno.

Par ti s'oscuri il giorno quand'io da te sparisco: rimanti, ah, perché piagni? Lascia il pianto, se m'ami,

che ogni stilla de' rivi, che spargono i tuoi lumi, è un mare di martiri, che mi sommerge l'alma

nel fondo del'angosce. – Diss'egli – Anima cara – ma non passò più oltre, ch'un singhiozzo profondo

gli tagliò la parola. Ella che lo consola, e 'l prega che non pianga, non men piangendo versa

lagrime sconsolate. Per casa intanto s'ode non so che di scompiglio, onde convien malgrado,

ch'a spedirsi sien presti. S'accomiatan con gli occhi, occhi con occhi soli, soli sguardi con sguardi,

che questi d'amor sono i saluti e i congedi. Poiché sono in disparte l'un dal'altro divisi,

contener non si sanno su la speranza, c'hanno di tosto rivedersi. Apena son partiti,

che dal'indugio stanchi al ritornar pensando discorron tra se stessi, e dice ciascun d'essi:

– Che refrigerio scarso si dona a tanto foco? Perché durò sì poco quella volubil ora

dela dolce dimora, del cui piacer fugace gustato, e non goduto, al desiderio fora

il secolo un minuto? – Quindi al'usato foro pur si traean da capo. Quando l'un vi veniva,

l'altro apunto arrivava: mai né l'uno aspettava, né l'altro differiva. Senza alcun altro aviso

la volontà fervente, amor impaziente gli agguagliava del pari, a guisa di due rote

d'oriuol ben temprato che con alterni giri volgendosi egualmente danno al moto commune

regolata misura; o pur come due cetre armoniche e concordi, che concertate insieme

in un tuono conforme, con concento sonoro si rispondon tra loro. Oh quante volte, oh quante

maledicean quel muro, biasmavan quel macigno discortese e maligno, ch'era al libero corso

de' lor desir focosi freno, incontro e riparo. Quante ancora in pregaro, che quell'impedimento

rimovesse sol tanto, che bastasse ad unire volto con volto almeno, se non seno con seno.

– Ahi pietra, ahi dura pietra, (dicea Tisbe talora) perché perché contendi al'edra innamorata,

che non viva abbracciata col tronco amato e caro? Che se tra noi non fusse un sì fatto ritegno,

foran viè più tenaci di quel ch'Apollo diede al suo fugace alloro, verso colui ch'adoro

gli abbracciamenti, e i baci. – – Ahi, sasso, ahi duro sasso, (dicea Piramo ancora) donar dono imperfetto,

far grazia non intera non è, non è larghezza di generosa mano. Sostien ch'io goder possa

quel ben che mi mostrasti. Non lasciar che si dica, ch'a donar cominciasti, e poi pentito, e fatto

di liberale avaro, in su 'l meglio mancasti. – Così dicean sovente, e sovente piangendo

tentavan d'ammollire di quel duro intervallo le selci rigorose con mille baci e mille;

con baci, che mandati dagli avidi desiri, su l'ali eran portati da' fervidi sospiri,

peròche quella bocche, che 'l muro dividea, l'affetto congiungea. Questo desir cocente

cotanto in lor s'acrebbe, che non avendo morso la ragion da frenarlo, e stimando follia

il senso innebriato mirarsi e non godersi, per loro ultima doglia presero alfin partito

di trovarsi soletti pur quella notte istessa ala fonte del Moro. Sfortunato consiglio,

in cui chiara pur troppo sua qualità mostraro amore e giovinezza; ond'ebbe invida sorte

occasion ben presta di schernir la speranza. Miseri, a cui quel giorno infelice et infausto,

ch'a sì lunghe procelle devea portar lo scampo, portò crudele e forte il naufragio, e la morte.

Vivean senza riposo, et a questo et a quella già rincresceva il die, fastidiva la luce.

Desiavan la notte, sospiravan le stelle, riprendevano il sole, ch'iva tardi a corcarsi,

bestemmiavano il tempo, che per rapir le gioie era lieve al fuggire, ma per recarle altrui

era zoppo al venire. Né sapeano i meschini, che quell'ora fatale, ch'Amor lor ritardava,

Atropo accelerava. Tra le dilazioni quanto il desir più avampa, tanto il timor più gela.

Tutti i perigli, e i casi di sciagura, e di danno, che succeder potranno, fansi a Piramo innanzi,

pensa se la fanciulla sarà costante, e salda; se lascerà dormendo, ingannarsi dal sonno;

se fia che sen'accorga l'un e l'altro parente; s'altra importuna gente scontrerà per camino;

s'avravvi alcun vicino, che 'n su l'uscir la veggia. Tisbe altrettanto ondeggia tra dubbiosi pensieri,

rivolgendo pur seco alcuna rea ventura che quell'affar disturbi, verrà, che s'attraversi;

o se non altro, forse, faccia del'idol suo intepidir nel core il reciproco ardore,

perché meno altrui crede, e meno s'assecura del'altrui vera fede, chi l'have in sé maggiore.

Quindi riprega Amore ch'accorciando le lunghe i sovrastanti rischi agevolar gli piaccia.

Già l'ombra dela terra per tutto intorno intorno abbracciato avea 'l mondo. In un oblio profondo

sommerse eran le genti. Taceano gli elementi, e da silenzio grave le contrade occupate

pareano inabitate. Sol dela dea d'Atene lo svergognato augello con lugubri garriti

l'annunzio presagiva de' funesti successi. Giacean dal sonno oppressi i trascurati padri;

posava la famiglia, le pigre ancelle e i servi su l'oziose piume de' domestici impacci

non prendean guardia o cura; quando Tisbe la prima sorse pian piano, e venne dela camera a l'uscio.

Fu Tisbe la primiera, di lui più diligente, non già perché 'n lei fusse maggior la passione,

ma sol perché 'n quel sesso minor naturalmente suol esser la ragione. Fugge il timor gelato,

che l'amorosa fiamma lo scaccia, anzi lo scalda sìch'ardisce, quant'arde. Se teme pur, non teme

la perigliosa uscita. È sol timor geloso, che Piramo ala fonte dopo lungo aspettarla

non faccia indi partita. Amor figlio d'un fabro, d'ogni ferrato ordigno ingegniero e maestro,

la guida e la consiglia, e per entro i serragli di propria man movendo secreto e taciturno

il chiavistel notturno, fa ch'incontri ad aprire quelle infelici porte onde passa ala morte.

Passa tentone al buio fuor de' paterni tetti, e con piante sospese per le malnote strade

tanto s'aggira ch'esce dela muta cittade. Era allora Cintia apunto nel colmo del suo mese,

e già sorta tenea il vertice del cielo, onde squarciando il velo del'aria tenebrosa

parea quasi ch'avesse il suo biondo fratello di luce impoverito, o che si fusse quello

per contrafar la suora, d'argento travestito. Nel celeste teatro le notturne sculture

scintillavan sì pure, che la misera Tisbe, che qual fato malvagio, fusse in lor non sapea,

mirandole dicea: – Ecco il ciel fatto è spia de' nostri dolci furti. Ne' miei casi felici

vogliono ancor le stelle vigilar spettatrici –. Le campagne e le selve mezo tra chiare e fosche

disvelate e distinte, ma scolorate e tinte dala luce e dal'ombra, avean dele lor spoglie

cangiato in nero il verde. Vacillavano i rami e con fievol sussurro da venticel soave

leggiermente agitate tremolavan le fronde. Gareggiavano i fiori, gemme e fregi del prato,

con le pompe e i tesori del padiglion stellato; onde la fresca auretta spargea per l'aria mille

mescolanze d'odori; cose ch'ai mesti cori et a chiunque infermo del mal d'Amor languisce

soglion crescer la pena. Dela luna serena sotto il gelido raggio la donzella sen giva,

quando udì non lontana con un rauco rimbombo mormorar la fontana. Mira intorno e rimira

per quell'ombre solinghe, né 'l suo bel sol vi scorge; onde pensosa e trista in un poggiuolo assisa

i lavori e gl'intagli contemplando trattiensi di quel tragico fonte. Dala costa del monte

l'acqua limpida e tersa prorompe in più ruscelli, e per gradi di sasso scendendo a balzo a balzo

entra in cupa conserva, che nel capace ventre tutta insieme l'accoglie, poscia secretamente

per marmoreo canale la manda, ove gran conca sostien sovr'alte basi duo simulacri sculti

di lucente alabastro, Adone e Citerea. L'una piove dagli occhi filate a stilla a stilla

lagrimette d'argento. L'altro dal fianco aperto vena vivace e pura di sangue cristallino.

Rotta l'onda ricade in baccin di diaspro e par che nel cadere quasi con flebil voce

gorgogliando singhiozzi. Stassi attonita e muta a specolar intenta del'istoria funebre

il doglioso mistero la donna innamorata, e dal'oscura vista di quell'oggetto infausto

a' suoi dubbiosi amori tragge augurio non lieto. Tuttavia sospirosa attende il fido amico,

ma seco si consola, non poco ambiziosa, ch'al destinato loco egli l'ultimo vegna,

per poter poi vantarsi d'averlo prevenuto e per secura prova di vera esperienza,

che 'l foco è in lei maggiore testimon del'amore portar la diligenza. Umilmente il Ciel prega

che 'n breve ivi il conduca, da per tutto l'ascolta, ciò ch'ode, e ciò che vede esser Piramo crede.

Già già di lui si lagna, di pianto il sen si bagna, sestessa sventurata appella, e 'l suo fedele

negligente e crudele. Se da liev'aura tocco tenerello virgulto fa svincolar le cime,

l'occhio, ch'adula al core, al credulo pensiero il falso persuade. Se foglia a terra cade,

s'augel le penne move, del suo venir s'avisa, e tra sestessa dice: – Grazie al cielo, è pur giunto,

io non so se m'inganno. Se' tu Piramo mio, ahi no, lassa, ch'io mento. Tardar però non pote,

eccolo, il veggio, il sento, o pur mosso dal vento è un arbor, che si scote? –. Così sola aspettando

lo spazio misurava, i passi annoverava, ch'eran quindi ala casa di colui ch'aspettava.

Levavasi talvolta frettolosa, inquieta, poi tornava a sedersi maninconica e mesta.

Ecco apparire in questa con bocca sanguinosa leonessa orgogliosa, che leccandosi il muso

con la lingua tremenda mostrava aver di fresco uomo sbranato o fera. L'apparenza feroce

pose tanto spavento nel petto giovenile, ne l'alma feminile, che benché non bastasse

a discacciarne amore, fu sì fatto il timore almen, che lo sospese. Né con altre difese

sapendosi schermire, che con commetter solo la sua salute al piede, tosto a fuggir si diede

e con la faccia indietro, e con le mani avante pallidetta e tremante drizzò tra le latebre

più condensate e chiuse dele piante le piante; e 'n guisa la confuse la paura, e la fretta,

che lasciò 'l manto al suolo, il manto, che fu poi d'ogni suo mal cagione. Giunta al manto la fera,

sfogò sua rabbia in esso, et a quel modo istesso in più pezzi stracciollo com'a lei fatto avrebbe,

s'era tarda alo scampo. Lascial di sangue pieno, e con le labra immonde poiché macchiate ha l'onde,

la dispietata belva nel folto dela selva prestamente s'imbosca. Per l'aria ombrosa e fosca

Tisbe smarrita, in cui s'è novamente aggiunto al'orror dela notte il terror dela morte,

quindi non lunge, lungo la riva del'Eufrate, mentre loco procaccia da ricovrarsi in salvo,

vede aperta la bocca d'una spelonca opaca, là dove apena entrata, le s'appresentan cose,

onde può ben ritrarre i pronostici amari del fiero essizio estremo. Trova di neri marmi

mole illustre e superba, la tomba, ove son l'ossa (come narra lo scritto) del gran re di Babelle,

d'imagini assai bella, ma tutte dolorose, in ogni parte incisa. Quand'ella ivi s'affisa,

– Misera, che fia questo? (tra sestessa ragiona) quanto qui veggio e trovo tutto sa di tristezza,

fonti di pianto e sangue, giovani amanti uccisi, crude fere omicide, orror, furore e strage,

cadaveri e sepolcri. Arrida pur il fato ale nostre fortune. – Il damigello intanto,

ch'ingannato dal tempo stimò del suo partire immatura ancor l'ora, partesi alfine e lassa

le malguardate soglie, ma con un tarlo al fianco che ben pare indovino del suo crudel destino,

subito uscito passa per l'uscio del'albergo, che fu suo paradiso, e trovalo socchiuso,

onde tosto sospetta, ch'ella è già prima uscita. – O mia verace amica, (seco dice) è pur vero,

ch'assai più di me avesti sollecito il pensiero, e la mia troppo sciocca trascuragine ingrata

rinfacciar mi volesti. O Tisbe, o Tisbe amata, quand'io pur non t'amassi, (che 'l non amarti tanto

possibile mi fora, quanto il viver senz'alma) sol per questa, ch'io scorgo, presente affezzione

d'amarti a gran ragione viè più che gli occhi miei obligato sarei. Oimè, ben temo ch'ella

con turbatetti rai si mostrerà sdegnosa. No, no, ch'ella è pietosa, e sempre la trovai

benigna, come bella. – Queste tacite cose tra se stesso dicendo, s'affrettava correndo,

finch'ala fonte giunse. Ritrovò quivi giunto le vestigia ancor fresche dela fera superba,

insanguinata l'erba col manto a lui ben noto sovra il sanguigno prato sconciamente squarciato.

Nocchier, mentre in bonaccia solca l'onde tranquille, se in non veduto scoglio d'improviso s'incontra,

sì turbato non resta, com'ei da gran tempesta di timor, di cordoglio assalito repente,

riman muto e dolente. Cerca più oltre, e spia per veder se s'inganna, bramoso d'ingannarsi,

ma quanto più ricerca, di ciò, che non desia più viene ad accertarsi. – Ahi la mia vita è morta, –

disse, e più in là non disse, che 'l dolor, che 'l trafisse chiuse al parlar la porta, e cadde tramortito.

Dal suol verde e fiorito il poverel si leva, torna a risguardar l'orme, scorge l'acque vermiglie,

riede due volte e due a ravisar la vesta, lasso, e pur raffigura l'empia sua disventura

ai segni manifesta. Manca il fiato ala voce, manca la voce al pianto, e manca il pianto agli occhi.

Gli occhi veggendo il caso, che di lagrime è degno, cheggiono umore al core. Ma bench'egli il conceda,

il pianto è così scarso, la voce è così tronca, che non si può l'umore tra le parole sparso

misurar col dolore. Sì come un vasel pieno, ch'abbia angusta la gola a poco a poco versa

il licor, c'ha nel seno, così quel core oppresso da soverchi tormenti, quando in maggior eccesso

abondano i torrenti, e le lagrime ai lumi corrono in larghi fiumi, le stilla a filo a filo.

– Dunque Tisbe moristi? rispondimi, ove sei? (dicea) ma se colei, ch'era sola il cor mio,

morì, come viv'io? perché quest'alma anch'ella non sen fuggì con lei? E se pur sen fuggio,

come misero, come senz'alma io parlo e piango? Mi lasciò forse in vita, morto senza morire,

acciò che 'n tal martire io pianga e pianga tanto, che mi disfaccia in pianto. No, no, non me l'uccise

l'animale inumano, che lasciò qui la traccia. Io, io fui l'omicida, ché dala mia tardanza

nacque la cagion vera dela sua morte acerba. Tardanza maledetta, cor neghittoso e lento,

come la sua prestezza fu amore e lealtate, così la tua lentezza fu inganno e tradimento.

Fui a lei traditore, la cui bellezza è spenta, traditore a me stesso, che di cor mi son privo,

ad Amor, ch'è malvivo, al mondo, che la perde. O dele belle membra fera divoratrice,

cruda, sì, ma felice ne l'infelicitate del gran dolor, ch'io sento, se quel conoscimento,

ch'allora non avesti, quando dela tua rabbia cibo, oimè, la facesti, ancor non ti mancasse

in saver qual tesoro nel ventre tuo si chiuda, non saresti sì cruda, che ne l'istessa tomba

non sepellissi insieme ancor la spoglia mia per darle compagnia. Vago ciel, chiare stelle,

ministre de' suoi mali, e nemiche mortali dele sembianze belle; non si trovò pur una

fra tante e tante luci, che le porgesse aita? Ahi, la luce infinita, che 'l vostro alto splendore

facea parer minore, v'empie d'invidia e d'ira. Oh luna, invida luna, perché quando vedesti

venir l'orribil mostro i rai non nascondesti? Ma che? poco giovava, che l'aria oscura e bruna

ad illustrar bastava il lume de' begli occhi. Fonte già di cristallo, or da quel sangue bello,

smaltato di corallo, dammene certo aviso, chi m'ha il mio bene ucciso? Dimmi, è morto il cor mio? –

Et allor il ruscello parea gli rispondesse con basso mormorio, – morio Tisbe, morio. –

Questo et altro dicea Piramo addolorato, si lagnava del fato, se stesso riprendea.

La spada, che pendea dal cinto al manco lato, trasse fuor desperato, e tuttavia piangea.

Pose la punta al suolo, sollevò gli occhi al cielo, e disse in questa guisa: – Se 'l tempo, che potrebbe

Tisbe mia, di ragione concedermi natura, bastasse in qualche parte con lagrime a pagarte

quanto in amor ti deggio, ben da bramar avrei più vita per languire che morte per finire.

Ma 'l corpo non val tanto, ch'ognor piangendo possa del'estinta mia fiamma pagar pur una dramma

con mill'anni di pianto. Su, su spada mia fida, sii più di me leale, con vendetta mortale

una mortal ferita quel traditore uccida, ch'uccise la mia vita; perché non deve un spirto

cotanto innamorato abitare in un corpo sì poco aventurato. Prendi benigna terra

il mio terrestre velo; prendi malvagio Cielo i lamenti e i sospiri, tu dea de' miei desiri

volata al ciel d'amore, prendi l'anima e 'l core. – Avea, mentre parlava, posato a terra il pomo,

e la punta rivolta verso il fianco sinistro, poi con voce interrotta Tisbe tre volte a nome

fievolmente chiamando, s'abbandonò sul brando. Passò l'acuto ferro dal costato ale spalle,

onde subito uscio di sangue un caldo rio ad innaffiar la valle. Tisbe, che pur allora

arrivava anelante, vide l'amato amante, ch'avea dal fianco al tergo la spada attraversata;

e come forsennata gridò, – lassa, che veggio? – Aprì gli occhi a quel grido Piramo e si rivolse,

o Tisbe, indi dir volse. Ma 'l bel nome perfetto non poté proferire, perché l'alma a l'uscire

sen portò via veloce la parola e la voce. E 'n voler così dire, la Parca, ch'al donzello

tenea lo sguardo intento, tra l'un e l'altro accento pose l'empio coltello. Con lui Tisbe s'abbraccia,

vede che gli occhi ei serra; piombar si lascia a terra, le bionde chiome straccia, graffia la bella faccia.

– Oh, oh, come consente (diceagli) iniqua sorte, che possa un tanto foco, Piramo mio, dar loco

al ghiaccio dela morte? Ben mio, deh perché quando uccider ti volesti, me nel medesmo punto

ancor non uccidesti? Gran torto mi facesti, che se (come ben sai) in tutti gli altri casi

indietro non rimasi, non devevi giamai senza me poi morire. Se fosti discortese

a non chiamarmi teco, or non essermi avaro a negarmi l'emenda. Lasciami loco almeno

in quel ferro crudele; se non poté il bel seno capirmi, or ch'è ferito, capiscami la spada

del bel sen feritrice. – Ciò dicendo s'inchina sula bocca sfiorita, e dale labra fredde

si compiace e le giova rapir gli aridi baci. Mira e tocca la piaga, del sangue, che dilaga,

già spruzzata ha la gonna. Alfin dal prato sorge furiosa e baccante, e lagrimando dice:

– Padre, tu che mi fosti nemico sì rabbioso, che non volesti mai sì nobil giovinetto

congiungermi per sposo, or guarda se la morte ha dissolver potuto quella fede incorrotta,

che si deve al consorte. Vienne, vienne, e vedrai, se ciò che non fe' il letto per la paterna cura,

mercè di questa mano, farà la sepoltura. E te pietosa madre, se la triste novella

ti ferirà l'orecchie supplichevole prego, ch'ad amboduo n'appresti un avello commune,

acciò che come l'alme furo unite vivendo, così le spoglie insieme sien sepolte morendo.

Notte chiara e serena, foreste erme et oscure, solitarie paure, antri, fonti e ruscelli,

fiori, erbette, arboscelli, siate voi dela pena, ch'a morir mi conduce, giudici e testimoni.

Fauni, pastori e ninfe, scrivete col mio sangue, ne le crescenti scorze di questi tronchi alpestri,

che la povera Tisbe, a cui fortuna diede quant'ella avea d'amaro, fra tante sue sciagure

ebbe tanto di bene, ch'oggi il Ciel le concede di perdere più tosto la vita che la fede. –

Qui tacque la meschina, e in un mezo sospiro sepelì queste note perché la spada, ch'era

soverchiata al suo vago, per la manca mammella l'uscì dopo la schiena; e l'un sangue con l'altro

mescolato e confuso, giunto al moro vicino, i suoi candidi frutti colorì di rubino.

In un'arca di marmo, di candor, di durezza ala lor fé sembiante, furo insieme riposti

indivisibilmente i cadaveri essangui; in cui da nobil fabro fu l'istoria scolpita

fin dal principio al fine del'infortunio orrendo; onde quivi leggendo la tragedia inudita,

in morte ognun conobbe quanto s'amaro in vita.

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Piramo e Tisbe · Giovambattista Marino · Poetry Cove