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1569–1625

Orfeo

Giovambattista Marino

Lungo la riva d'Ebro con le ninfe compagne la vezzosa Euridice, amata moglie del gran figlio d'Apollo e dela Musa,

fabricava ghirlande e gìa cantando canzonetta gentil, che poco dianzi dal canoro marito appresa avea; quando la vide e n'arse

il pastor Aristeo. Questi, già fermo di mitigar l'insopportabil fiamma, posti tutti in oblio gli armenti e i paschi, messi tutti in non cale i favi e l'api,

prese a tracciarla insidioso, e volse con aguato furtivo allor rapirla. Sen'avide la bella e in un momento, lasciando al suol de' catenati fiori

la testura interrotta e spezzando la voce a mezo il corso, cacciossi in fuga et egli con sollecito piè dietro le tenne.

Qual suol timida cerva da fier leon massile, tal dal seguace amante la giovinetta smorta

s'involava fuggendo. Né gli giovava il raccontar ch'ei fusse dela bella Cirene inclito figlio, de' pastori inesperti util maestro,

di Proteo dio soggiogator sagace, novello osservator d'ignote stelle, primo espressor dele mature olive, fabro del mele et inventor del latte,

ch'eran gittate ai venti le preghiere e i lamenti. Ella fuggiva dal timor risospinta, assai veloce, se non quanto il bel crin disciolto al'aura

e la gonna ondeggiante l'arrestavan talora in qualche bronco; onde di drappo serico vestiva gl'ignudi sterpi et arricchia con scorno

dele piante d'Esperia e de' rami di Cuma, d'annella d'or la povertà del bosco. Facean le bionde trecce

(amorosi trofei de' tronchi indegni) lacerate e pendenti ai negri busti dele ruvide querce, aurei monili; e volando dintorno

a quelle belle e lucide catene, vi restò prigionier più d'un augello. Era ormai giunta in parte, donde poco temer quasi potea

l'ingorda man del giovinetto audace, quando (oh caso infelice) sollevando del capo le sanguinose creste, innanellando

in squallid'orbi il flessuoso corpo e con la coda aguzza sferzando l'erbe, incontr'a lei si mosse per mille obliqui strisci aspe pungente.

Verdeggiavan tra 'l negro, sì come iride suol, di più colori variate le terga. Ardean di foco e sangue

le fiere luci orribilmente infette. Dala bocca spumante uscia fischio e veleno, onde facea ne' suoi lividi tratti intorno intorno

d'atra nebbia e mortal fumar la via. Et ecco, poiché in arco ricontorse la schiena, ecco che quasi animata saetta, anzi terrestre

fulmine senza scoppio, aventò se medesmo e dala lingua morbo scoccando e morte, nel bianco piede ignudo

dela fanciulla fuggitiva e scalza con tenace puntura il dente impresse, e vomitò su la ferita il fiele. Sentì la sventurata

dela calcata serpe la rabbiosa percossa e 'l morso acerbo. Tacita peste intanto serpendo va per le midolle e scorre

di vena in vena, e sottilmente passa per le viscere al cor, che dal'occulta virtù del fiero tosco contaminato, irrigidisce e torpe.

Picciola è ben la piaga, ma non così si gonfia cumulo d'onde in cavo rame al foco, né così curva il seno

da' soffi d'Euro ingravidato lino, come il bel piè trafitto di se stesso maggior subito cresce, e tumido non cape

dela putrida massa il globo informe. Di gelido sudor sparge la fronte, di torbido squallor tinge la guancia la sbigottita donna.

Pallida come giglio da vomere, o da piede o reciso o calcato; languida qual ligustro

da grandine, o da vento o battuto, o sterpato, sovra l'erba cader ratto si lascia. Repentina caligine i begli occhi

offusca e chiude in grave sonno eterno, perde il chiaro del giorno e dala luce dela vita serena irreparabilmente

scende al'ombre di Stige, ombra dolente. Ala dura novella con pianti e con sospir l'afflitte ninfe dele getiche selve e dele traci

perturbaro i silenzi e 'l dolce nome chiamar più volte e richiamaro indarno. Ma quale allor si fece e qual sentissi il sovr'ogni altro addolorato Orfeo?

Lasso, da indi in poi la notte e 'l giorno mesto videlo il bosco e mesto udillo piangendo gir per solitarie valli e per spelonche inospite la vita.

Qual dela dolce sua tenera prole orbato rossignuol, che d'alte strida, e di gemiti acuti il cielo assorda; qual dela cara sua fida compagna

vedovo tortorel, che 'n chiaro fonte non beve mai, né 'n verde tronco alberga; tal egli al'ombra, al sole di lamentose voci

empiendo ognor sen gìa l'alte foreste, e desperato alfine volse ancor di pietà tentar l'Inferno. Prese la nobil cetra,

quella, ch'ebbe pur dianzi dal nipote d'Atlante il suo gran padre, e dele Muse il numero pareggia ne la serie de' tuoni;

indi con essa in braccio discese ale più cupe del globo dela terra ultime parti, e per placar del'implacabil Dite

la superbia crudele, non aborrì d'errar vivo tra' morti; e la negra palude, dove il vecchio Caron tragitta l'alme,

passò senza spavento, e corse e vide dela patria del'ombre e del'impero tristo le sedi oscure e le dolenti case;

et ebbe ardir cantando di raccontar con lagrimose note del'amorose sue dure fortune l'istoria miserabile e pietosa

al'anime spietate; né gli vietò la barca il pallido nocchiero, né gli contese il passo

il can dale tre gole. Di Tenaro le porte entrò l'ardito giovane innamorato e per le vie caliginose e fosche

cercando andò dela magion del pianto gli alberghi inaccessibili e riposti. Giunse alfin là, dove il Tiranno oscuro presso ad Ecate sua preme e sostiene

terribil trono e ruginoso scettro. E venerando e spaventoso insieme per negra maestà, di mesta nube l'irsuto capo e 'l bruno ciglio ingombra,

e nel fiero rigor del'aspra fronte l'inclemenza del cor dimostra aperta. Stava l'empia famiglia de' dolorosi spirti

stupida intorno e di saver bramosa ciò che chiedesse il peregrin del mondo. Et ei poiché fu avante ala corte crudel, quivi s'assise,

e come allor rapito e quasi astratto in estasi soave, con luci lagrimose in atto dolce e grave

se medesmo compose. D'una giuppa purpurea era vestito, la qual d'oro brunito stringea per mezzo il sen fibbia mordace.

Dal tergo al piè gli scende in abbandono il mantello volante et a l'usanza persa legatura leggiadra,

broccata d'oro, il vago crin gli adorna, che dal sommo del capo si curva in arco e si rileva in monte. Parte intorno ala fronte,

e parte sovra gli omeri diffuse, agitate dal'aura si volteggian le chiome. Sostien posato in terra il piè sinistro

su la coscia la lira, ch'a la manca mammella il corno appoggia; l'altra con lieve moto la misura pian pian batte nel suolo.

Tien la destra l'archetto, che dal'un capo, onde con man si regge, ricurvo indentro e torto, fin ala coda estrema

la cui punta s'abbassa e pende al chino, stende per lungo tratto linea sottil d'impegolate sete. Con questo or basso, or alto

di su, di giù, veloce a tempo, e lento, su per le corde passeggiando scorre; e le dita allungate dela sinistra intanto

per le classi de' tasti, e per mezo gli spazî de' registri scherzando ad ora ad ora le premon leggiermente.

Tirate in prima le chiavette eburne, tende i nervi sonori e ricercando con armonica man le dolci fila, prende con l'arco a risvegliarle alquanto;

al fin poiché taciuto ha quanto basta a preparar l'attenzione altrui, con riposato, e sostenuto tuono tragge dala voragine più cupa

dela gola tonante voce bassa e profonda, ch'a mano a man si snoda, e sgorga, e scoppia, e con spedito salto

a poco a poco si rischiara et erge; poi quando è giunta al colmo, qual face, che nel fine indebolisce e manca,

con fievol tremolio languidissimamente gorgogliando vacilla insù l'estremo. Talor quasi volubile Meandro,

o labirinto obliquo, per anguste torture di flessuosa scala serpendo in lungo giro

s'increspa e piega, e si rivolge e rota. Talor prende la fuga e poi nel mezo si ripente e la spezza, e la rapida piena

dele varie sue mute con un grato intervallo di breve pausa al'improviso affrena. Sembra un mar tempestoso,

ch'ondeggiando or col flutto porta il legno ale stelle, or l'affonda agli abissi, peròche, mentre or con cadenze meste,

or con alti sospir cala e sormonta, precipitando e sollevando i cori, i cori insieme e i sensi sospende a voglia sua, di chi l'ascolta.

Innanella talvolta di vaghi contrapunti e di lieti passaggi numerose catene;

ma tra i rigiri suoi, tra le figure, onde il bel canto ei fregia, non sommerge gli accenti, non confonde le rime;

e le parole in guisa spiega chiare e distinte che l'aria al'arte sua ragion non toglie, né de' versi, che forma, i sensi occupa.

E la canzon fu questa, e queste fur le note, che con la lingua innamorata espresse. – O del'abisso tenebroso e nero

monarca formidabile e severo, sotto il cui 'mpero stansi ubbidienti furie e serpenti; tartareo Giove, che con scettro eterno

del pallid'Orco e del profondo Averno volgi il governo, e con tremende leggi l'anime reggi; per questi luoghi d'ogni luce privi,

e di rado, o non mai, cerchi da' vivi, spargendo rivi d'angosciosa vena Amor mi mena. Per desio di veder l'orribil regno

con questo curvo mio canoro legno io già non vegno, o per votar di mostri gli ombrosi chiostri. La sospirata mia dolce consorte

tolsemi avara intempestiva Morte, e 'l nodo forte, ond'Amor già n'involse, ruppe e disciolse. Punta da velenoso e rigid'angue

quella, di cui la Tracia or priva langue, rimase essangue; et io (com'altri vede) di pianto erede. Ben so che quando per malvagia stella

spiegò su 'l fior del'età sua novella l'anima bella di lassù le penne, quaggiù ne venne. Se qui legge fatal vieta l'entrata

solo a chi vive, a me non fia vietata ch'io del'amata e cara anima privo no che non vivo. E voi, deh voi dela città temuta

pregate il vostro re, gente perduta, ch'omai renduta per pietà mi sia la donna mia. Non voglio già che 'l fil di quella vita,

ch'Atropo le recise a pena ordita, fatta infinita, e più del'altre lunga, Cloto raggiunga. Ch'ella rivesta il suo terreno manto

sol per qualch'anno (se potran mai tanto quest'umil canto e questo flebil suono) vi cheggio in dono. Ciò ch'è già nato e ciò che nascer deve

l'Erebo ingordo avidamente in breve divora e beve, et ogni cosa a Pluto rende tributo. Del corso dela vita, o tarda, o presta,

quando Morte a' mortali il passo arresta la meta è questa, e qua nel punto estremo tutti verremo. Onde colei, ch'empio destin m'ha tolta,

del fragil velo alfin nuda, e disciolta, un'altra volta al suo fatal soggiorno farà ritorno. Pluton, s'ha nel tuo core Amor ricetto,

e sai quant'egli possa in gentil petto, sarai costretto al mio prego amoroso esser pietoso. Che benché sommo dio, sommo signore

del foco eterno e del'eterno ardore, t'accese Amore, e di duo rai celesti, com'ardo, ardesti. Se neghi che 'l mio ben là torni meco,

concedi almen ch'io qui rimanga seco, che 'l mondo cieco, avendo un sì bel viso, fia paradiso –. Mentr'ei così cantava,

umiliate e molli l'Eumenidi superbe gittaro in fondo a Lete le viperine sferze,

e le Ceraste, ond'elle chiomata hanno la fronte, acquetaro gli strilli. Le Gorgoni e le Sfingi,

e le Chimere e l'Idre ebber quiete e pace. Il Latrator trifauce la tripartita bocca

chiuse ascoltando, e tacque. Respirarono tutte dagli usati flagelli l'anime tormentate.

Arrestaronsi alquanto co' sempre voti cribri le Belidi infelici. Del perfido Issione

la non mai stabil rota fermò l'eterno giro. Provò Sisifo assiso su la volubil pietra

gl'interdetti riposi. Il famelico augello, che rode a Tizio il core, dal fiero e crudo pasto

levò vago d'udire a suo dispetto il rostro. Né fame più né sete, il frigio Vecchio afflisse.

Anzi mentr'al bel canto stavano intente e ferme l'acque e con l'acque insieme l'autunno fuggitivo,

ei non curò le mani stendere ai dolci pomi, né d'attuffar le labra ne l'onde desiate.

Radamanto severo giudice dele pene e gli altri duo de' falli conoscitori orrendi

obliaro la cura d'essaminare i rei. A cancellar le leggi del'immutabil fato

si piegaro le Parche. Proserpina feroce non ricusò con preghi d'intercedergli il dono.

Fu veduto l'istesso inessorabil Rege, quei, che giamai non pianse, piangere amaramente

(oh meraviglia) e queste fur le lagrime prime, che, mollito del core l'ostinato diaspro,

di quell'ispida barba bagnaro, e di quel petto setoloso et inculto le ferruginee lane.

Così l'amato pegno ottenne, e tolse dale branche di Morte il suo tesoro. Euridice riebbe e fuor del'ombre seco la trasse a rivedere il sole.

Ma con legge però dura e severa che tanto che non giunga al'aria viva, mai non si volga a rimirarla a tergo. Ahi chi le voglie innamorate affrena?

Troppo è d'indugio impaziente, e raro impetuoso amor soffre ritegno. Era tornando su ne l'aura molle già fuor d'ogni periglio e si traea

dietro il suo dolce foco, degno trofeo del'onorato plettro; quand'egli (ahi smemorato) ne l'uscir fuor dela ferrata soglia

dela reggia di Dite, con desir curioso, con occhio frettoloso, rotta la legge et obliato il patto,

fu per troppo voler poco felice. Girò cupido indietro per vagheggiarla, innanzi tempo il guardo: error degno per certo

di scusa e di perdono, se di perdono, o scusa esser capace potesse mai la regione iniqua. A pena ei si rivolse,

che cinto d'infernali orride larve alto fragor tre volte udì sonar dal cavernoso e buio baratro d'Acheronte. Allor colei,

che 'nfino al'uscio del'orribil'antro seguitato l'avea, fu richiamata dala voce del fato e sospirando ne l'estremo partir così gli disse:

– Ahi di novo anco ala luce son rapita. Chi pur là mi riconduce, dond'io venni?

Destin forte, dura stella mi costringe. Ecco, indietro mi rappella pur l'Abisso.

Già men vò, rimanti in pace caro sposo. Che più stringi ombra fugace, spirto ignudo?

Più creduto, o men mirato che tu avessi. E lo sguardo ben temprato, come il canto.

Se del'occhio era il tuo piede più veloce, goderesti la mercede de' tuoi carmi.

Non sperar più nel tuo mondo rivedermi, ch'io men vo nel cupo fondo d'Acheronte.

Ciò comanda, così vole chi qui regna. A dio cielo, et a dio sole, già vi lascio –.

Sì disse e poi qual fumo ch'al vento si dilegua, sparve subitamente, e ratto scese di Flegetonte ale più basse sponde.

Tre volte il poverel le braccia mosse per ritenerla a forza, e tre volte schernito il vento strinse. Così, miseramente, a perder venne

il premio del bel canto e sparse al'aura le durate fatiche; e così vide da capo il sol di que' begli occhi spento, e la diletta sposa,

nel breve spazio d'una vita angusta, due volte nata e poi due volte estinta. Ben qual dianzi, cercò quindi ritrarla, e ben tentò di rientrar piangendo,

e pregando sotterra, ma invan, peròche starsi vide a guardia del varco con fauci aperte il mostruoso Cane.

Né più su la riviera di Cocito trova l'usato legno, anzi rimira presso le torbid'onde del pigro stagno il Passaggiero antico,

che lo sgrida e discaccia. Lasso, che far più deggia? ove si volga già la seconda volta d'ogni sua gioia privo?

Con quai pianti o quai preghi moverà il Ciel, lusingherà l'Inferno? O disporrà lo stame due volte tronco ad innaspar la Parca?

Fermossi egli lungh'ora presso l'oscuro speco, sperando pur di lei forse il ritorno. Ma quando d'aspettarla invan s'accorse,

pien di cordoglio e d'ira fu per romper la lira, e come stolto stracciandosi dal crine il verde alloro, dal'infelici porte

torse il piè finalmente e pianse, e disse: – O del Tartaro avaro ingiustissimi Dei, spietati Numi, ecco ch'io parto pur versando fiumi

di dolorose lagrime. Fia dunque intero dono cosa donar, che deggia esser ritolta? E donata, e rapita un'altra volta,

ricusar poi di renderla? Negar ben era il meglio che conceder altrui grazia imperfetta. O deveami del tutto esser disdetta,

o concessa in perpetuo. Ma più di voi mi doglio sì poco grate a quell'orecchie sorde, o mal toccate, o mal gradite corde

dela mia mesta cetera. Misero, e che mi vale l'alta virtù del vostro suon celeste, s'impetrarmi mercè sì mal sapeste,

dal crudo Re dell'Erebo? Omai che mi rileva cerchiar le tempie d'immortal corona, figlio del re di Pindo e d'Elicona,

e nato di Calliope? Che m'importa le labra tuffar nel puro e glorioso fonte, e i laureti abitar del sacro monte

tra le dotte Pieridi? Cantati aver che valmi di Giove i pregi e di quel sommo coro, se 'l mio devoto stil nulla appo loro

ritrovò grazia o merito? Ingrati, invidi Dei, son pur quell'io, che 'n chiare eccelse rime celebrai già con armonia sublime

le vostr'eterne glorie. Son'io, che dapoi ch'ebbi le roze genti al civil culto instrutte, le fei zelanti, e persuasi a tutte

offrirvi altari e vittime. Voi pur allor gradiste gl'inni facondi e le lodate lodi, che già vi porse in non usati modi

il cantor vostro nobile. Et or perché sì poco mi giovar vosco affettuose preci? di quanto in terra a vostro onore io feci

è questo dunque il premio? Non potea senza froda rendersi dunque a me la sposa mia? dunque del donator la cortesia

mi torna in danno e strazio? Perché, perché proporre condizion sì dura a tanta brama? dura troppo e pur troppo a chi tropp'ama

ad osservar difficile. Così devea fallace riuscir d'un gran Dio l'alta parola? dove, deh dove sei? chi mi t'invola

consorte mia dolcissima? Oimè sarà pur vero, ch'avend'io de' begli occhi il sol perduto, ritornar ala luce abbia potuto

dopo sì grave perdita? Ahi perché di noi duo l'un rifiutar, l'altro accettar gli Abissi? perché permise il Ciel ch'io solo uscissi

degli alberghi tartarei? Sì sì, fu perch'io forse mentre tu passi a quel tormento eterno, rimanga in altro assai peggiore inferno,

più penoso et orribile. Folle, astener non seppi dala tua vista i cupid'occhi miei io, che col canto svellerti potei

dale man dele Furie? Or tu senza me lasso, dannata là ne le profonde grotte tra i mesti orror dela perpetua notte,

abiterai le tenebre. Et io sola cagione del tuo novo morir, vedovo e privo del tuo lume vital, resto qui vivo,

o vita di quest'anima? Gli ululati e le strida udrai laggiù dele malnate genti; udrai del'alme ree gli aspri lamenti

e i desperati gemiti. Vedrai le torve fronti, le minacciose ciglia e i serpentini d'aspi fischianti inviluppati crini

dele tre crude Vergini. Sentirai le percosse dele catene e dele serpi orrende, con cui Megera atrocemente offende

gli scelerati spiriti. E 'ncontr' a te fors'anco scote la fiera e furial facella; fors'ancor ti percote e ti flagella

con le ceraste squallide. Teco usar l'empie or denno doppio rigor, peròche vidi io stesso del privilegio a te sola concesso

già sospirar Tesifone. E ti mirò sdegnosa quando meco vicina eri al'uscire, che 'n te (come ne l'altre) incrudelire

sol non le fusse lecito. E pur campata e franca dal poter del'Erinne iniqua e rea, le rive a riveder già ti traea

del bel fiume Castalio. Quando, oimè, non so come mi fu del bel camin la via precisa, e tu tornasti pur da me divisa

al sempiterno carcere. Tornasti a forza esposta ala pena infernale et al dolore; et io senza il mio ben, senza il mio core

rimarrò lieto e libero? Possibil fia ch'io tragga tra gli uomini la vita e tu tra' mostri? e ch'abbiam per oggetto agli occhi nostri

io luce e tu caligine? No no, ciò non richiede l'amor mio vero, il mio pietoso affetto. Conviensi a me, ch'aborro ogni diletto,

stato d'egual miseria. A queste luci triste non fia più chiaro il sol, né caro il die; né più saranno altrui le corde mie

dilettose et amabili. Nulla più di soave canterà la mia Musa afflitta et egra; né voce avrà più mai, grata et allegra,

come talor fu solita. Fuggan (ch'io più non curo se non che di se stesso abbia a dolersi) amorose dolcezze e dolci versi

da quest'amaro pettine. Più non vo ch'addolcisca quel crudo Ciel, ch'ogni piacer mi toglie, di piacevol suggetto in tante doglie

alcun concento armonico. Più non m'udranno i boschi parlar d'amor, né vo che più rimbombe l'amico orror di quest'ombrose tombe,

che di funesta musica. Orba omai di duo pregi, spento il suo Sole e muto il suo Poeta, non speri più di ritornar mai lieta

la sconsolata Tracia. Spoglia negra e lugubre vo che da oggi in poi sempre mi vesta; sì come l'alma è tenebrosa e mesta,

tenebroso fia l'abito. Starommene solingo, tragico essempio a i più meschini amanti, le lunghe notti di dogliosi pianti

bagnando il freddo talamo. Andrommene ramingo per le foreste più deserte e nere importunando le selvagge fere

con le mie note querule. O sassi alpini, o sassi, ch'al mio cantar correste, or qua correte con rovina mortal, prego, cadete

sovra il mio capo misero. O selve alpestri, o selve che spesso del mio suon l'orme seguite, co' vostri rami ad acciecar venite

questi miei lumi flebili. O belve ingorde, o belve, che stupite al tenor dele mie voci, deh da' vostri antri omai crude e feroci

uscite, e divoratemi –. Questi et altri discorsi con travagliato spirto il misero facea. Così soletto

pianse gran tempo e fu veduto poi tre mesi e quattro interi or per gli alpestri fianchi del'Emo, or per le falde

dela rupe Rifea, or sotto Tempe, or su l'orribil foce del Tanai freddo, or su le ripe algenti del'agghiacciato Strimone dolersi;

e tra l'acque e le piante, e le fere e gli augelli in triste e lamentevoli querele suo cordoglio sfogava,

e sempre si lagnava di Persefone ingorda, sempre Euridice sua chiamando invano. Mai d'altra donna agli occhi suoi non piacque

vista leggiadra, e mai di novella beltà fiamma non l'arse. Sol mostrando sen gìa con versi molli ai giovani pastori,

dolce cantando, i puerili amori. E fu sì fatto il canto, che 'n spazioso piano, ove non era tra l'erbette minute ombra d'arbusto,

(oh miracol di carmi) dale montagne traci trasse i boschi seguaci. Contano i Geti, e gli ultimi Bistoni,

che i più profondi e rapidi torrenti mancaro, e posto il freno al solito furor, taciti e pigri rappreser l'acque e ritardaro il corso.

E che i più fieri venti si posaro su l'ali e quasi avinti d'invisibil catena, ebri di gioia, stetter fermi, e pendenti

dai mirabili accenti: sìche Nettun di quelli, Eolo di questi molte e molt'ore indarno aspettaro il ritorno;

ond'ebbero a temer d'aver perduti i tributarî l'un, l'altro i vassalli. Il nevoso Pangeo l'ispida testa piegò, per ascoltar l'alto concento;

il Rodope gelato dal duro giogo sollevò la fronte; scossesi dala chioma il rigid'Ossa disciolte al pian l'indiamantite nevi,

e si sentì del dorso liquefar per dolcezza il ghiaccio antico. E tu superbo impenetrabil Ato, lo cui rigor non cesse

agli assalti del mar, la cui durezza fu dal ferro di Serse apena doma, pur non potesti allor del petto alpino non allettato intenerir le selci,

sìche sotto le schegge, e le ruine de' rotti sassi e de' macigni infranti mille centauri allievi ebber sepolcro. Corsero aprova, fatte

peregrine le selve; e dele selve le Driadi cittadine, abbandonati i lor nativi tronchi, mosser le roze piante, e volser farsi

del gran poeta ascoltatrici anch'elle. Dale cime del'Emo, quasi ignudo rimaso, scese a gran passi il verdeggiante pioppo,

dele tempie d'Alcide altero fregio. Seguillo il pin robusto, carco di duri e noderosi scogli, che per cercar dela perduta figlia

ala feconda Dea prestò le faci. Seco condusse la compagna quercia, arbore a Giove cara, e dele ghiande (cibo de' primi eroi) madre ferace.

Vennevi il dritto e funeral cipresso, piramide de' boschi, arbor gigante, emulator degli obelischi alteri, imitator dele superbe mete.

E co 'l frassino alpestro, utile al'armi, nato a fornir le destre de' feroci guerrier d'aste ferrate, rapido ancor vi venne

il produttor dela tenace pece, l'abete atto e possente l'impeto e l'ira a sostener del'onde. Né mancò di venir l'invitta palma,

premio de' vincitori, onor d'Idume, né 'l bianco e lento salce, ch'abita i fiumi et ama pascer la sete sua vicino al'acque,

né tu di Palla amico, fecondissimo olivo. Né tu, che 'l corpo tutto, acero vago, porti dipinto di leggiadre vene.

E con la chioma aperta lasciò le patrie rive il faggio ombroso. Et uscì dele braccia dela moglie ritorta

il padrigno del'uve, olmo frondoso. Vennevi il noce opaco, il bosso crespo, e col cornio silvestro, suo germano minor, vi venne e corse

il vermiglio ciregio. E fra mill'altre piante le piante vi drizzaro il platano giocondo,

il sovero spugnoso, il corbezzolo umile, il ginebro pungente, il fragil tamarisco,

il pieghevole tiglio; e tutti insieme fecero d'ognintorno al musico gentil verde teatro. Dafni, già ninfa, or lauro,

benché disprezzatrice già del'arti d'Apollo e dele Muse, mutata a questa volta con la sembianza ancor l'aspra natura,

sovra il suo genitore il figlio volse favoreggiar di privilegio eterno. Al suon di quelle note, onde fuggir solea, corse veloce,

et incurvando al'onorata fronte le sacre e verdi cime, gli compose meritata corona. L'elce negra et annosa,

da que' versi animata stese i densi suoi rami e con le fronde folta ombrella tessendo al nobil capo, gli fe' su 'l fil del mezogiorno estivo

contro i colpi del sol frondoso scudo. Il nodoso castagno disserrò de' suoi ricci aspri e pungenti l'irsute barbe, e fuor de' gusci a piedi

gli partorì le sue novelle figlie. Il purpureo granato si ruppe il fianco d'oro e le nascoste viscere di rubin tutte gli aperse.

La pampinosa vite del suo tesor gli porse gonfi di dolce ambrosia, e gravi e pregni di liquid'ambra, i teneri piropi.

Il molle e dolce fico quasi pianger volesse per pietà de' suoi casi, dale foglie e da' frutti

stillò di puro mele lagrime rugiadose. Il mandorlo gentile, qual già sotto l'incarco

dela sospesa Fillide gli avenne, tutto si ringemmò d'arabi fiori. Il gelso, che del sangue de' duo miseri amanti era vermiglio,

tornò viè più che pria candido e bianco, e dele foglie belle raddoppiò l'esca al'ingegnoso verme. L'incorrottibil cedro

e l'arancio odorato i pomi d'oro, già con vigilie tante ne' giardini d'Atlante guardati là dal'incantata serpe,

quasi pioggia dorata, a terra chini prodigamente in grembo gli versaro. Il nespilo, il cotogno, il sorbo, aspri et acerbi,

maturaro i lor parti, et indolcita la naturale asprezza, sudaro dale scorze di zucchero di canna,

di nettare e di manna gomme preziosissime e soavi. L'edra brancuta e l'amoroso mirto mostravano serpendo

tra gl'immortali e trionfanti allori, non poca ambizion d'essere a parte di tant'onore anch'essi, e di far cerchio (umil quantunque) al glorioso crine.

Il pesco, il pero, il pruno quasi garrule lingue vibrar le fronde e parea dir ciascuno: ecco, io t'offro me stesso,

e volentier torrei lasciarmi anco smembrar, solch'io potessi a quella dotta man, ch'a sé mi tira, far del proprio cadavere la lira.

Tutti gli arbori insomma l'un verso l'altro dilatando i rami, come presi per mano, perch'egli stando al'ombra

meglio seguir la musica potesse, et acciò che gli augelli si potesser posar su le lor braccia, gli si piantaro intorno.

Furo i vaghi augellini su i vaganti arboscelli da forza occulta co' lor nidi insieme portati al loco, ove s'udiva il canto;

e s'alcun forse a caso ne volava per l'aere, a mezo il volo d'oblio soave innebriato e preso da melodia sì nova,

cadea subito a terra. L'istessa altera imperiale augella, messaggiera di Giove, lasciando per allora

di mirar fiso il sole, dela cui dolce vista cotanto si compiace, rapita a trastullarsi

dala luce ala voce, cangiò senso al diletto, e variando oggetto, del'occhio in vece adoperò l'orecchio:

o se parte nell'opra avea lo sguardo, intendea solo a vagheggiare Orfeo. Ammutì la cicala striduletta e loquace:

et è fama ch'allora le canzoni dolcissime a comporre Filomena imparasse; e ch'allor cominciasse,

imitator dela favella umana, distintamente a sciorre articolate voci il verde augello; e ch'allor sonnacchiosi

apprendessero ancora il tasso, il ghiro e l'orso il lunghissimo lor grave letargo. Su la bocca del'antro,

dove sedea cantando il sacro ingegno, in guisa di corona, intenta al suon dele celesti rime gran turba d'animali

mansueti e feroci, e terrestri e volanti, erasi accolta. Il destrier generoso, benché di Marte, e di Bellona amico,

con le ginocchia chine di Calliope e di Febo il figlio udiva; e viè più forte di qualunque morso a freno il ritenea

di quel canto divin l'alta dolcezza. Il tauro aspro e superbo, dimenticata in tutto col fier rival la combattuta amica,

e quasi doma da soave giogo sua natural fierezza, giaceagli a piè disteso. Il bavoso cinghiale

obliato lo sdegno, ch'ebbe già contro il bel rival di Marte, con le sete arricciate stupido al bel cantar dava l'orecchie.

La simia, de' nostr'atti scherzosa imitatrice, posti gli usati scherzi, tutta pendea dal'accordato ordigno.

L'istrice, a se medesmo arciero et arco, cui scusa il proprio cuoio e faretra e saette, or di sé fatto spinoso globo e setolosa palla,

dipartir da quel suon non si sapea. Lo scrignuto camelo, la cornuta giraffa e cento e mille, al tenor lusinghiero

del'arguto stromento taciturni si stavano e sospesi. L'aspe crudel, dico quell'aspe istesso, che la sua donna uccise,

del gran fallo pentito, allor si tolse dal sordo orecchio l'ostinata coda, et incantato dal celeste canto bevve tanto di dolce,

che tutto il tosco suo converse in mele. La formidabil tigre, abbassato l'orgoglio, et obliata del caro nido la gelosa cura,

era così rapita dala soavità del'armonia ch'allor potuto a suo talento avrebbe far degli orridi parti

secura preda il cacciatore armeno. E ciò, che più di meraviglia è degno, fere tra se medesme discordanti e nemiche

pacifica union quivi congiunse. Scherzò con la pantera concorde allor la damma; non fuggì paventosa

dal leon la cervetta; s'accompagnò securo con l'elefante il drago; presso al lupo s'assise

senza timor l'agnella; covò l'amica lepre piacevole il molosso; serbò fede al colombo

l'insidiosa volpe; e conversaro insieme la tortorella e 'l falco. Intanto il saggio Orfeo, che tutto cinto

da' selvaggi uditori in quella solitudine si vede, rinforza il flebil metro e con l'avorio musico ritocca

e ritenta e ritasta dele corde concordi l'ordinate misure. Cantò del giovinetto

che 'l domestico cervo incauto uccise. Contò di quel, che 'n Ida fu del celeste augel peso furtivo. Narrò di quel, che morto

fu dal disco crudele. Disse di quel, ch'estinto fu dal cinghial feroce. Né di colui si tacque,

che di Cibele i pianti in saldo umor viscoso ancor distilla. Né di quel che soletto vaneggiando su l'acque

a se medesmo piacque, né di te, che furato dala bella Napea, lasciasti in pianto il generoso Alcide;

né di te, che dal tauro precipitato a terra, fosti a Bacco cagion d'estrema doglia. Allora in guiderdon del gran diletto

da' dolci accenti preso, a recargli pregiati e rari doni ogni fera, ogni augel contese a prova. Quivi il gatto etiopo

gli odorati sudori largamente diffuse. Il castore si svelse i cari genitali,

non facil preda al cacciator di Ponto. Il pavone dal lembo dela fregiata spoglia le colorate sue gemme si trasse.

Fin dal Caucaso il lince venne a portargli i lucidi cristalli. Dal'iperboree balze il grifo gli condusse

dele glebe del'oro i biondi pesi. Dagli orti di Ciprigna i serti dele rose gli recò la colomba.

Da l'Eridano il cigno trasse l'elettro fin, tolto da' rami dele meste sorelle di Fetonte. La gru dopo i contrasti

dele guerre pigmee, col rostro acuto colse del mar vermiglio i ricchi germi. La fenice immortale, di là da l'odorifere contrade

de l'ultim'Euro, ne l'adunco artiglio gli venne a presentar cinnamo e costo. Non fu pennuto in aria, irsuto in selva animal, che negasse

ala lira faconda il suo tributo. Misero Orfeo, ne l'anime ferine pietà trovasti, e degli umani petti d'umanitate ignudi

non potesti placar l'ira e l'orgoglio. L'armonia di quel plettro, che la Morte addolcì, nulla ti valse. Nulla ti valse il canto,

che già costrinse a sospirar l'Inferno. Trovasti assai men molle al suon dela tua cetra un cor baccante e folle,

che lo sterpo e la pietra; e provasti nel mondo viè più crudi i mortali, che nel tartareo fondo

gli spiriti infernali. Arser (non molto andò) di tanto sdegno da lui spregiate le Ciconie madri, che tra l'orgie di Bacco

nel dì solenne apunto, quand'erano quivi a celebrar concorse del gran Nume di Tebe i sacri riti, del giolivo licor, ch'innebria altrui,

tutte alterate e calde, con tirsi et aste e vanghe e con altr'armi boscherecce e villane assalitol repente,

senza riparo alcun, morte gli diero. Misero, e che potea? fra i rochi sistri e i timpani tonanti e tra i tumulti e gli urli

del feminil drappello ammutirono i versi; et era poi di voto e cavo legno organo frale troppo a tanto furor debile schermo.

Tronchi, tronchi malnati, le cui braccia ramose al'empie mani somministraro le spietate verghe, questa fu la mercè, che voi rendeste

al buon Cantor, da' cui divini accenti riceveste pur or spirito e senso? Su la riviera d'Ebro le sacrileghe donne

trasser le membra lacerate e sparse, e nel gorgo del fiume, sciolto dal busto suo, gittaro il capo, lo qual per lunga traccia si vedea

lasciar del sangue suo squallide l'onde; e col capo gittaro sciolta ancor quella lira, che pur dianzi traea gli arbori e i sassi. Dale stemprate corde,

raccontasi, che furo sugger dolcezze iblee vedute l'api, e nel concavo ventre delo spezzato arnese

comporre i nidi e fabricare i favi. Vassene giù per l'acque dal miserabil tronco scema l'orrida testa; e mentre essala

l'anima fuggitiva, con la lingua già fredda ala lira s'accorda, e fievolmente seco mormora e geme, e seco molce

con moribonda e tremula armonia l'onda e l'arena, e 'n su la voce estrema pur gorgogliando e singhiozzando dice Euridice Euridice.

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Orfeo · Giovambattista Marino · Poetry Cove