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1569–1625

Nicolò Franco.

Giovambattista Marino

Ingrato ingrato Apollo, ingratissime Muse, altro monile da voi sperava il mio faceto stile di quel che vide in su l'estremo crollo

Roma cingermi il collo. Pompose essequie e belle apparecchiaste a la mia morte oscura. Fu l'Universo la mia sepultura,

e del mio funeral fur le facelle tutte quante le stelle. Sudar che valse tanto per animar con armonia concorde

d'arguta cetra le sonore corde, s'altra corda deveami, o coro santo, serrar la via del canto? Di Pindo e di Permesso,

vago di poetar, le cime ascesi, misero, ed a compor non altro appresi ch'un duro groppo, ed a formar con esso tragedia di me stesso.

Tentai farmi eminente, e 'n altro monte, ove di rado uom sale, e 'n altra pianta, ove volai senz'ale, restai, canuto il pel, Cigno dolente,

spettacolo pendente. Forza d'empio destino ma più d'invidia rea mi fece in morte fiero trofeo di miserabil sorte,

ond'ebbi a divenir, vecchio meschino, Martire di Pasquino. Tema i sovrani Heroi, ed apprenda da me pur troppo audace

i Grandi a reverir lingua mordace, se non vuole il Carnefice far poi ballar ai versi suoi.

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