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1569–1625

Nerone.

Giovambattista Marino

In alta rocca assiso e ben secura il Tiranno Latin solo in disparte, per far scrivendo ne l'età futura pianger gl'inchiostri, ed arrossir le carte,

poté le patrie imperadrici mura arse mirar de la Città di Marte, e prendendo a schernir l'afflitte genti, rise, e cantò fra le ruine ardenti.

Né contro lei, che generollo al mondo, men protervo e fellon l'armi converse, quando l'original fonte fecondo de' suoi natali investigando aperse.

O rubel di Natura, o mostro immondo de l'anime più barbare e perverse! Or in qual tempo udissi, ed in qual loco, la Madre al ferro dar, la Patria al foco?

Edra così di quella istessa pianta a cui s'appoggia, e dal cui tronco è retta, la radice divelle, i rami schianta, e 'l suo fido sostegno a terra getta.

Così di quella che con cura tanta l'ha ne le proprie viscere concetta, Vipera gonfia di mortal veleno squarcia nascendo ingratamente il seno.

Crudel', ma degni pur d'alcun perdono foran d'entrambe i casi aspri e funesti, se non avesse ancor Seneca il buono il suo tragico eccidio aggiunto a questi.

L'una il ventre ti diede, e l'altra il trono, latte da l'una, oro da l'altra avesti: del maestro gentil ti porse l'arte e precetti in favella, e lodi in carte.

Così rozo villan da le soavi celle degli orti suoi, mentre che 'ntende ad arricchirlo di pregiati favi, scaccia l'api col foco empio, ed offende.

Tal carca di vapor' terreni e gravi nube, che 'n alto indegnamente ascende, la faccia di quel Sol lucida e pura, che da terra l'alzò, copre ed oscura.

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