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1569–1625

Marco Tullio Cicerone.

Giovambattista Marino

Sorsi d'umil terreno, ma pur vie più s'onora del mio sprezzato Arpino che de' suoi colli alteri

gran fiume Latino. Più si confessa Roma obligata a' miei studi, ch'ai trionfi d'Augusto:

però che più vals'io con la voce, e col fiato, ch'ei con la spada armato. Uscìan de le mie labra

e catene, e saette, che legaro, e feriro, e latte insieme e mèle ch'ogni aspro cor crudele

placaro, ed addolciro. Poté l'empio Tiranno con le forze inumane fren di silenzio eterno

porre al libero corso d'una lingua faconda. O patria moribonda, che più per te potei?

che non dissi? o non féi? Per te spiacqui al feroce, e resistendo al forte, tentai d'armar l'imbelle.

L'essilio ingiusto, e 'l bando di quest'ossa raminghe, le punture e le piaghe de la lingua trafitta,

i danni e le ruine de lo spianato albergo, le vergogne e gli oltraggi de la moglie usurpata,

de la figlia schernita far ti potran per sempre fede de la mia fede. Fortuna più che tanto

a Virtù non concesse. Perché, quando t'oppresse sediziosa mano d'ingratissimo figlio,

non mi fu dato in sorte morir ne la tua morte? o pur d'avere almeno sepolcro entro il tuo seno?

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