Sorsi d'umil terreno,
ma pur vie più s'onora
del mio sprezzato Arpino
che de' suoi colli alteri
gran fiume Latino.
Più si confessa Roma
obligata a' miei studi,
ch'ai trionfi d'Augusto:
però che più vals'io
con la voce, e col fiato,
ch'ei con la spada armato.
Uscìan de le mie labra
e catene, e saette,
che legaro, e feriro,
e latte insieme e mèle
ch'ogni aspro cor crudele
placaro, ed addolciro.
Poté l'empio Tiranno
con le forze inumane
fren di silenzio eterno
porre al libero corso
d'una lingua faconda.
O patria moribonda,
che più per te potei?
che non dissi? o non féi?
Per te spiacqui al feroce,
e resistendo al forte,
tentai d'armar l'imbelle.
L'essilio ingiusto, e 'l bando
di quest'ossa raminghe,
le punture e le piaghe
de la lingua trafitta,
i danni e le ruine
de lo spianato albergo,
le vergogne e gli oltraggi
de la moglie usurpata,
de la figlia schernita
far ti potran per sempre
fede de la mia fede.
Fortuna più che tanto
a Virtù non concesse.
Perché, quando t'oppresse
sediziosa mano
d'ingratissimo figlio,
non mi fu dato in sorte
morir ne la tua morte?
o pur d'avere almeno
sepolcro entro il tuo seno?