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1569–1625

Lucano.

Giovambattista Marino

Alzai la penna a volo, alzai l'ingegno a l'Omero del Lazio assai vicino; e battea l'ali a più sublime segno, se non le mi troncava empio destino.

Ma se di Parca avara ingiusto sdegno mi precise in su 'l mezo il bel camino, filò per me stame immortale, e quanto ne recise a l'età, n'aggiunse al canto.

Ne l'ore (oimè) più liete e più serene spento il mio lume in tenebrose ecclissi, macchiai di sangue il lucido Hippocrene, e in me provai quel che 'n altrui descrissi.

E mentre al fier carnefice le vene porsi, e de' versi miei l'estremo dissi, musico augel di non canute penne, feci cantando il mio morir sollenne.

Dunque, iniquo Neron, tal premio dài a chi ti rende ai sommi Dei simile? Così schernendo ingratamente vai un cor devoto, un'anima gentile?

Tu m'uccidi crudele, io ti lodai, tu tratti il ferro, ed io trattai lo stile. Duro cambio il feretro è de la vita, e di gloria immortal mortal ferita.

Bastar ben ti devea, Barbaro Cane, arder de la tua Roma i sassi muti; ma non incrudelir con rabbia immane nel facondo Ingegnier de' versi arguti.

Che se, mercé de le tue voglie insane, i suoi tetti superbi eran caduti, novo Anfione, i già distrutti marmi avria potuto edificar co' carmi.

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