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1569–1625

La bruna pastorella

Giovambattista Marino

E donde così tardi caro il mio Lidio, or viensi, e dove vassi? So che potea ben io,

là tra le due fontane, nel vallon degli abeti oggi aspettarti. Lilla mia, credi pure che quando da te lunge una brev'ora

faccio altrove dimora, altre due fonti, ma più larghe e più vive di quelle che dicesti, mi discorron dagli occhi.

Non ch'io dala mia sorte con la querula schiera de' malgraditi amanti abbia, la tua mercede, onde dolermi;

ma peròche lasciando, qualor da te mi parto, ne' tuoi begli occhi per ostaggio il core, com'io viva non so: dicalo Amore.

Perché, dunque, lasciasti ne l'usato meriggio di menar la tua greggia a pascer meco? Ch'ivi amboduo, dala gran lampa estiva

sotto l'ombrosa ascella del bel monte vicin nascosti e chiusi, pasciute avremmo a prova le pecorelle di fresch'erbe e fiori,

e di nove dolcezze i sensi e i cori. Fu scusabile e degna, la cagion del'indugio. Il buon Fileno, Filen, da cui la turba

de' moderni pastori apprese in questi boschi la novità del non più udito canto, oggi sen gìo lontano, e non convenne

ch'io, nel commune universal concorso de' più sinceri amici, solo mi rimanessi di dargli nel partir l'ultimo a dio.

Dunque, è pur ver che le sue patrie piagge, già sì care e dilette, a Filen nostro abbandonar non spiacque? Oh sconsolate rive,

di tanta armonia prive! Ma dimmi, e qual il mosse quinci a peregrinar cagion novella? A sé l'appella il gran pastor di Senna,

acciò ch'egli, cangiando in tromba la sampogna, possa intrecciar col verdeggiante alloro, che gli cerchia la fronte, i gigli d'oro.

Quinci a varcar s'appresta le gelid'Alpi e le profonde valli che 'l Rodano divide. Or ha ben donde

di Durenza e di Sorga Arno dolersi, a cui dever confesseranno omai il furto di duo cigni. Ma che libro è cotesto,

che legato in fin oro hai sotto il braccio? Se tu sapessi, o Lilla, ciò che dentro contiensi, e ciò che in esso v'ha di tue lodi espresso,

diresti ben che la pomposa spoglia che l'adorna di fore, è il minor fregio. Due volte e due, partendo, baciommi in fronte il mio Fileno, e poi

di questo, che qui vedi, prezioso tesoro mi fece erede e mi lasciò custode. Deposito a me caro

sovr'ogni altra ricchezza, dov'ei notò primieramente e scrisse quanto in leggiadre rime, ritrovator sublime,

compose già, quando in sui primi ardori scherzava con gli Amori. Deh, deh, Lidio, per Dio, porgilo a me, sol tanto

che di quel chiaro e glorioso ingegno e di quella felice e nobil mano i caratteri veri io miri e legga. Già dal gran vecchio Alcippo

gli elementi imparai dela prim'arte; non ch'io però di penetrar mi vanti del culto stile i magisteri occulti. O di sacro intelletto

onorata scrittura, ecco ch'io t'apro, Lidio, e con tua licenza anco la bacio. Ma come, oh come io scorgo, e 'n quante parti cancellati e confusi i dotti inchiostri?

V'ha cento cose e cento pria scritte e poi stornate, e in mille guise e mille in margine talor mutati i versi.

Scorrer già senza intoppo le maldistinte e rotte, con frettolosa man vergate righe io per me non saprei.

Tu, che più intendi et hai dela famosa e peregrina penna meglio di me l'esperienza e l'uso, prendilo e leggi, ch'io

son d'intender pur troppo ambiziosa e vaga l'alto tenor dele faconde note. Ciò che tu chiedi, io bramo;

ma, per star meglio ad agio, sediam colà, sotto quell'ombra opaca, dove il fiorito seno di quell'erboso prato,

e la verde spalliera di quel cedro odorato, tapeti di Natura, e dela selva tapezzerie frondose,

far ne potranno in un seggio e cortina. Sia pur com'a te piace: ecco m'assido. Mentre dala tua bocca impareranno i circostanti augelli

ingegnosi concetti, amorosi concenti, io seguirò con l'occhio le tue capre lascive,

che per l'erte più dubbie e più scoscese vagan di quella balza a salto a salto. Lungo fora e soverchio del commesso volume ad una ad una

tutte volger le carte. Ecco l'indice qui, ch'a parte a parte registrati per capi i suggetti racconta.

Passiamo i carmi gravi, con cui loda gli eroi, prega gli dei e di morte i trofei piangendo canta. Veniamo ai più soavi,

in cui, con dolce vena, d'amor vezzose e molli le tenerezze e le delizie esprime. Ma tra questi ancor passo

l', taccio i , e de' tralasso la gentil canzonetta,

con quella, ov'ei commenda la : cose di cui non è foresta o monte, non è ruscello o fonte,

che non mormori omai, che non rimbombi. Vedi questo, fra gli altri? apunto questo grazioso epigramma (io ben il riconosco)

fu dettato a' miei preghi; e qui, scherzando con arguzie vivaci, del tuo volto moretto i pregi essalta. Odi come comincia:

– Negra, sì, ma sei bella, o di Natura, tra le belle d'Amor, leggiadro mostro. – Ma non richiede il tempo ch'io l'ore preziose

spenda in vana lettura, or ch'è concesso in effetto a me stesso quel diletto goder ch'altri descrive. Né, quando ho il vero avante,

deggio altronde cercar ciò che ne finge Musa favoleggiante. Non posso ad altro oggetto rivolgermi, né voglio

che la vista e l'affetto, che si deve al mio ben, s'usurpi il foglio. Loda e celebra insomma la tua guancia brunetta

sovra quante ne son purpuree e bianche, dicendo che non è rosa né giglio, ch'appo le tue bellissime viole non perda e non confonda

il candido e 'l vermiglio. E certo uopo non era con poetici encomi ingrandir cosa maggior d'ogni concetto e d'ogni stile;

ché se l'occhio, che 'l mira, confessarlo ricusa, pur troppo chiaramente il cor, che n'arde, il sente.

Testimonio n'è il foco che per te mi distrugge, o di bella fuligine amorosa volto offuscato e, più che 'l ciel, sereno.

Fede ne renda il cor ch'ognora essala dala fucina sua vive scintille, talché s'io non sapessi che 'n te quel color bruno

è proprio e naturale, io crederei che 'l fumo de' miei spessi sospiri t'avesse fatto tale.

O beltà senza eguale, come senza ornamento e senza pompa, così ancor senza fine e senza essempio; zingaretta leggiadra,

chi fabricò, chi tinse quella larva gentil, sotto il cui velo, quasi egizzia vagante, dele Grazie la dea quaggiù discesa,

anzi la Grazia istessa mascherata sen va tra l'altre ninfe? Ninfa del ciel, quando il tuo bel sembiante prese a formar Natura,

fe' qual pittor ben saggio, che con rozo carbone abbozza in prima, quasi vil macchia oscura, ombreggiata figura, onde poi tragge

colorite e distinte meravigliose imagini dipinte; perché la tua bellezza, disegnata di negro, è l'idea vera,

il perfetto modello, dal cui solo essemplare prende ogni altra beltà quanto ha di bello. L'altre gote, fiorite

di porpore e di rose, son del divin pennello pitture diligenti e dilicate, a studio miniate;

ma quel tuo fosco illustre scopre semplici e schiette quelle linee maestre, in cui s'ammira maggior l'arte e l'ingegno

del'eterno disegno. Lidio mio, se di fuor bruna ho la scorza, dentro son pura e bianca; là dove il volto manca,

povero di colori, disornato di fiori, potrà, contrario a quel che in me si vede, supplir candido amor, candida fede.

Ma che dirò di voi, che sì gioconde e liete, in que' duo brevi circoli girando, influenze benigne in me piovete?

Io dico a voi, del'amoroso cielo ammorzate stellette, ecclissate lunette. Deh, chi mai crederebbe

che 'n due picciole sfere s'accumulasse insieme luce di paradiso e caligin d'inferno?

Tormento di dannati e gloria di beati? Lilla mia, dirò ver, ma dirò poco: l'aquila imperiale,

a guardar fiso avezza il pianeta lucente, mai non poté fermar l'occhio possente ne le due meraviglie

dela tua fronte, ove s'abbaglia il sole. La fenice immortale bramò di rinovarsi, e più volte rinacque

ne le care faville di quel foco ch'arde soavemente e non consuma. La fredda salamandra venne talvolta in prova

di sostener la gelida natura tra quelle fiamme estinte, e 'ncenerita alfine, sospirò pur sì dilettosa arsura.

La farfalla malcauta, delusa ancor da quel secreto raggio che scalda e non risplende, non lampeggia et incende,

si reputò felice a stemprar l'ali in sì beato ardore. Il mio semplice core in prigioni sì belle,

in sepolcri sì cari, preso e morto rimase, e non si dolse perder la libertà, lasciar la vita. Il cor dunque m'avete

e furato e ferito, occhi rapaci. Ma che? fatta la preda, mal poteste celarla; al furto istesso fu tosto poi riconosciuto il ladro,

perché, veggendo voi vestir le spoglie sue funeste e brune, chi sarà che non dica: – Quell'è di Lidio il cor: l'ha certo ucciso

la sua bella nemica? – Ahi, lumi traditori, le vostre arti sagaci or ben comprendo! Quindi avien che vestite

abito funerale, quasi vedovi e mesti pur celebrar vogliate l'essequie atre e lugùbri

dela morte crudel che date ai cori. Ma se i cori rubate, anzi se gli uccidete, e l'omicidio e 'l furto

falli son degni del supplicio estremo, occhi rei, quanto belli, come i vostri delitti or non punisce la giustizia d'Amor, né vi condanna

con sentenza severa a mortal pena? Questi miei occhi negri negri son, Lidio mio, perché son schiavi già conquistati in amorosa guerra.

Schiavi son tuoi, ch'or gli ritieni avinti, dolcissimo tiranno, d'invisibil catena; e qualor, crudo, incontro a lor t'adiri,

a tirar acqua gli condanni e sforzi. Tu 'l sai, tu che, sì come dala bocca focosa assai sovente accogli

fra le tue labra i miei sospiri ardenti, così più d'una volta dagli occhi umidi e molli co' tuoi sospiri innamorati asciughi

le lagrime cadenti. O dela bella mora, per cui moro beato e per cui vivo, negri sì ma leggiadri,

foschi sì ma lucenti, occhi dolci e ridenti, io non so come possa in un commun ricetto

insieme conversar col chiaro il buio. Com'esser può che 'n quell'albergo istesso, che possiede la notte, il giorno alloggi? Come, come presume,

se nemica è del lume, ne le case del sole abitar l'ombra? O luci tenebrose, tenebre luminose, occhi divini,

dal brillar de' cui giri ne l'Indo orientale qualunque gemma più pregiata e chiara a scintillar impara.

Vostre brune pupille sembran carboni spenti, ma vostri vaghi sguardi son faville vigorose e cocenti.

Quel notturno colore scolora l'alba e move invidia al giorno. Quel vostro smalto oscuro al zaffiro fa scorno, ingiuria a l'oro;

quel brun, quel negro vostro è puro e vivo inchiostro, onde con l'aureo strale scrive Amor la sentenza

dela mia dolce e fortunata morte. Cari Etiopi adusti da' raggi di quel sol che 'n voi fiammeggia, anzi Etiopi e soli,

che confondete in un, tenebre e luce; corvi destri e felici, non già nunzi di male, ma messi di salute e di conforto,

che nel digiun del'amorose fami mi recate quel cibo che può sol ristorar l'anima mia. O luci dispietate,

dispietate e cortesi; chiarissime fontane onde sì dolce scaturisce il mio foco; contener non mi so, mentr'io vi parlo,

che non accosti a ber l'avido labro. Consentite (vi prego) se l'alme m'involaste, ch'anch'io da voi rapisca

l'esca che mi sostenta, e, benché siate omicidi e predaci, quante mi deste piaghe, io vi dia baci. Bacia, Lidio gentile,

ch'a te nulla si nega; baciami pur, ma non baciar in loco dove senza risposta inaridisca, insterilisca il bacio.

La bocca sol baciata con bel cambio risponde; la bocca sol de' baci vicendevoli e dolci è vera sede.

Ogni altra parte asciutto il bacio prende, il riceve e nol rende. Perdona, o Lilla cara, al'ingordo desio. Forza è che ceda

per questa volta sola al'ebeno il rubin, l'ostro ala pece. In quella bocca bella l'anima tua soggiorna;

ma dentro que' begli occhi l'anima mia s'annida: ond'io, che sono cadavere senz'alma, per gustar nova vita

voglio quindi ritorla; né giamai far saprei dela rapina mia, dela ferita, vendetta più gradita.

E, bench'agli occhi il ribaciar sia tolto, privilegio che solo fu concesso ala bocca, il privilegio almeno

del parlar degli amanti più ch'ala bocca si concede agli occhi. Fanno ufficio di labra le palpebre loquaci, e sguardi e cenni

son parolette e voci, e son tacite lingue, la cui facondia muta io ben intendo. Parlan (gl'intendo) e favellando al core

gridano: – Baci baci, amore amore –. Ma che miro? che veggio? mentre ch'a voi m'appresso, mentre fiso vi miro e mentre in voi,

specchi lucidi e tersi, l'anima mia vagheggio, che belle imaginette in voi vegg'io? Imaginette belle, che splendete

in quelle amiche luci, deh ditemi: di cui simulacri voi siete? Ditemi: siete forse

pargoletti Amorini, che là dentro volate, e volando scherzate per accender le faci in sì bei lumi?

Ah, fuggite, fuggite, semplicetti fanciulli, perigliosi trastulli, se non volete infra lo scherzo e 'l gioco

arder le piume a quel celeste foco. No, no: siete (or m'accorgo) i miei propri sembianti. Or, se sì chiari a me vi rappresenta

il cristallo del'occhio, creder ben voglio ancor che questo avegna per reflesso del core, che 'n sé l'effigie mia ritenga e stampi.

Ahi, ma voi siete due: come in due si diparte l'unica mia sembianza? Io, sospettoso amante,

che ne' miei lieti aventurosi amori esser solo desio, gelo nel foco; lasso, e di me medesmo fatto rival geloso,

intolerante, avaro, tremo del proprio bene, e non sostengo per compagno me stesso. Ite, dunque, e tornate onde partiste

dala doppia pupilla al cor, ch'è solo. A me basta che 'l petto ne le latèbre sue m'accoglia e chiuda, ch'io per me più non curo

in sì lucidi fonti esser Narciso, per non vedere in duo diversi oggetti il proprio amor diviso. Già l'ombra dela terra

si dilata per tutto. Ecco, dintorno un denso umido velo la gran faccia del cielo ricopre, e folta nebbia

occupando le piagge imbruna i colli. Vedi la luccioletta, fiaccola del contado e baleno volante,

viva favilla alata, viva stella animata, pur come ne le piume abbia il focile, vibrando per le siepi

ali d'argento e foco, alternar le scintille. È tempo omai verso l'ovile, a passi corti e lenti, da ricondur gli armenti.

Andiam, bella mia fiamma ch'io tra l'ombre e gli orrori dela notte e del bosco altra per guida mia non curo o cheggio,

né lucciola né luce: sol mi basta quel sol che mi conduce.

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