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1569–1625

Europa

Giovambattista Marino

In quella parte apunto del'anno giovinetto, che 'l sol con dolce e temperato raggio scioglie in liquida fuga ai pigri fiumi

dai ceppi di cristallo il piè d'argento; e l'aure tepidette genitrici di fiori, gravide di virtù maschia e feconda,

figliando van de' coloriti parti gli odorati concetti; la pittrice del mondo, dico l'alma Natura,

miniando le piagge di verde e perso, e di vermiglio e rancio, parea ritrar volesse ne' fior le stelle, e ne la terra il cielo;

e dela gran maestra i pennelli e i colori eran aure e rugiade, erbette e fiori. Quando al fresco discesa

del bel mattin su la sidonia riva con le compagne sue, secondo l'uso, del gran re de' Fenici era la figlia. Qui lungo i salsi flutti,

quasi di turco drappo aureo lavoro, o serica testura d'etiopica tela, era trapunto in mille guise un prato.

E qui peròche insieme l'allettavano aprova l'odor de' fiori e 'l mormorio del'acque, con la schiera seguace il piè ritenne.

Avea ciascuna in man di vario intaglio da ricettare i fior vago canestro, ma la vergine altera era scelta a portar càlato d'oro,

del gran fabro di Lenno alta fatica. Spaziando sen giva per la stagion fiorita la bella giovinetta,

desiosa d'ordire ghirlande e serti ale dorate chiome; e con la man di latte scegliendo ad uno ad uno

fra le tenere gemme i più bei fregi, se ne colmava il grembo, e 'l grembo colmo tutto votava poi ne l'aureo vaso. Sotto il bel piè ridea

tutto il popol de' fiori, e sì come a lor Dea, chini e devoti, movendo tra se stessi ambiziose gare,

quasi d'arabi incensi le fean de' propri odor votive offerte. L'immortale amaranto, vago d'esser reciso

dala nova d'Amor Parca innocente, parea da man sì bella amar la morte. Il pieghevole acanto al'edra et ala vite

invidiò le braccia, per far tenacemente a cotanta beltà dolce catena. La gentil mammoletta,

dal caro peso oppressa di quelle vaghe piante, d'amoroso pallor tinta la guancia, tramortì di dolcezza in braccio al'erba.

Clizia d'Apollo amante, per meglio vagheggiar dele due luci il gemino levante, levossi alta in su 'l gambo, e fu veduta

in un con le viole a lei girarsi, e ribellarsi al Sole. L'innamorato giglio, iride dela terra,

umidetto di brine, al lampo de' begli occhi più pomposo divenne; accrebbe in vista del bianco seno e de' cerulei lumi

il candido il candore, il cilestro il colore. Il lieto fiordaliso languì d'amor soavemente anch'egli,

sospirò lagrimoso, lagrimò sospiroso, e fur rugiade le lagrimette, i sospiretti odori. Il leggiadro narciso,

sazio omai di specchiarsi nel fonte lusinghiero, si fea specchio il bel volto, et invaghito di sì rara beltà, col proprio essempio

le 'nsegnava a fuggir l'acque omicide. Il vago e biondo croco mandando fuor dele purpuree labra odoriferi accenti,

con tre lingue di foco supplice la pregava per grazia a corlo et a raccorlo in seno. Il canuto ligustro,

che qual minuta stella imbiancando del'orto il verde tetto, emulo del celeste, segnava in esso un bel sentier di latte,

fatto stella cadente, precipitò dal suo fiorito cielo, e di candidi fiocchi tempestò lievemente il prato erboso.

Il giacinto vezzoso, libro dela Natura, ne' fogli dele foglie già cancellata degli antichi lai

la pietosa scrittura, tutto per man d'Amore lineato a caratteri di sangue, espresse queste note in un sorriso,

– Io cedo al tuo bel viso –. Il papavero molle alzò dal grave oblio, colmo di meraviglia,

la sua vermiglia e sonnacchiosa testa, e 'n piè risorto ad emular le rose di fina grana imporporò le gote; ma poi vinto e negletto

per gran doglia ricadde, e doppiamente arrossì di vergogna, arse di scorno. Alcun non fu di quella adulatrice e lascivetta schiera

che per esser da lei mirato e colto non le fesse di sé cortese invito. Ma la real fanciulla sdegna i plausi vulgari

dela plebe odorata, e corre solo dove festeggia e ride folgorando tra l'erba l'occhio di Primavera,

la porpora de' prati, la fenice de' fiori, ove la rosa, bella figlia d'aprile, sì come a lei sembiante

verginella e reina, dentro la reggia del'ombrosa siepe, su lo spinoso trono del verde cespo assisa,

de' fior lo scettro in maestà sostiene, e corteggiata intorno da lasciva famiglia di Zefiri ministri,

porta d'or la corona e d'ostro il manto. Mentr'ella in cotal guisa d'ogni ricchezza lor spogliava i campi, e del'accolte spoglie

facea lavacro poi l'onda vicina, videla Amor, Amor de' sommi Dei unico domator, videla sciolta da' suoi lacci tenaci ir per la piaggia,

fastosetta e superba, e tosto a Giove, al gran Giove additolla. Apena in lei il Monarca del ciel volge lo sguardo che di tanta bellezza acceso et ebro

fra sé rivolge come la semplicetta inganni, e come insieme ala gelosa sua l'inganno celi. Al'astuto Cillenio impon che cacci

dala montagna al lido gli armenti circostanti, indi subitamente l'alta divinitate in tauro asconde.

Tauro non già vilmente in mandra nato, nato al'aratro o al carro, ma di fattezze nobili e d'aspetto superbo, e non feroce.

Biondo è il color del manto, ma fosca è l'ampia fronte, il cui fosco però rischiara e fregia argentata cometa.

Oscuro ha l'occhio e 'l ciglio, ma lieto in vista e baldanzoso il guardo. Magro il piè, breve l'unghia, ma largo il fianco, e spazioso il collo.

Nere sì, ma lucenti, qual di Cintia non piena soglion le corna apunto, due ossa eguali et egualmente aguzze

fan curve in picciol arco onorato diadema al nobil capo. Dal mento in giù gli scende infino a mezza gamba la giogaia,

la cui tremula pelle il ginocchio in andando offende e sferza. Che non puoi? che non fai sagittario fanciullo? ecco quel grande,

che regnò tra le stelle, erra tra' buoi. La man, che dianzi il folgore sostenne, stampa or l'orme ferine; e quella testa, ch'ebbe in ciel la corona, or tien le corna.

Viensene al pasco a passo tardo e lento, fatto giovenco Giove, né porta ale donzelle col suo venir spavento, anzi spirando

da' celesti suoi fiati aura divina, degl'intrecciati fiori l'odor vince e confonde. A' piè d'Europa piega l'alta cervice, il tergo abbassa,

e par che quasi, de' begli occhi fatto idolatra, l'adori. Dale lusinghe insidiose intanto la Vergine delusa

con gran festa l'accoglie; il collo e 'l dorso, soave al maneggiar, tocca scherzando, gli orna di fior le tempie, gli fa vezzi ale nari,

liscia la fronte e con sottil zendado dala bocca talor terge la spuma, talora il bacia; e quegli le si corca appo il lembo,

con la vista le ride, con la coda l'applaude e sparge intorno muggiti soavissimi e canori; e più gradisce et ama

dala semplice man gli offerti fiori che de' suoi tanti altari le vittime e gli odori. Ond'ella intenta al fanciullesco gioco

parla al'amiche ninfe: – O voi, s'avete, fide e care compagne, di meco qui pargoleggiar vaghezza, venite, ove n'alletta

questo gentil meraviglioso mostro, questo torel cortese, in cui vive (cred'io) amoroso intelletto,

et a cui del'umano, (tranne sol la favella) altro non manca. Vedete che bel seggio mansueto n'appresta. Omai qui tutte

(ché tutte n'accorrà su l'ampie terga) cavalchiam per diletto –. Così dice ridendo, e mentre l'altre indugiano a ciò far, sovra gli salta.

Gli omeri allor le porge lo Dio sagace et al'amata soma oh come volentier sotto si stende. Sorge in piè poich'è carco, e passo passo

verso il mar si ritragge, indi a gran corso sollecitato e spinto dagli amorosi stimuli pungenti, quasi rapido pesce alfin guizzando,

entra ne l'acque, e l'acque non estinser però quelle cocenti, ond'acceso avea 'l cor, fiamme amorose. E come potean mai le fiamme tue

estinguersi in quell'acque, dale cui bianche spume nacque colei, da cui nascesti, Amore? Sbigottita, tremante e già pentita

d'aver sestessa al mentitor creduta, di quel celeste adultero fugace la giovane gentile il tergo preme. Con la sinistra mano al corno attiensi,

l'altra stende ala groppa e talor anco dela lubrica gonna alza e raccorcia oltre il dever la rugiadosa falda. Talor per non cader, per non bagnarsi,

l'ignude piante in sé ristretta accoglie; quindi rivolta al'arenosa sponda chiama la madre ad alta voce indarno, e chiede indarno ale compagne aita.

Sovra l'orlo del mar l'afflitte ancelle pallide in volto e lagrimose in atto ver l'ignoto amator, quasi bramando per a volo seguirla, i vanni e l'ali,

stendon la man da lunge e volgon gli occhi, e con querule strida e meste note risonar fan l'arena, Europa Europa. Iva la bella Europa,

sparsa le bionde trecce, il mar solcando. Del'animata nave era Amor il nocchiero, et ella stessa e passaggiera e merce.

Erano remi le taurine braccia, era timone il corno, e vela il velo, che 'ngravidato e gonfio di placid'aura e di secondo vento,

la portava veloce. Sciolsesi in questa il vago lembo, ond'ella sovra i cerulei campi fuor del discinto sen pioggia di rose

seminava per tutto, e fatta quasi primavera del mare, riccamava di fior l'umido letto; e quel sol di beltà su 'l tauro assiso

era apunto qual suole apparire a' mortali in Tauro il sole. Scherzavano dintorno al'imagine bella,

cui facea specchio il mar tranquillo, accesi di novo e dolce foco anco i gelidi pesci; et al chiaro balen, che feria l'onde,

correan bramosi e vaghi d'imprigionarsi entro l'aurate fila dela rete del crin lucido e crespo. Amor con l'ali tese,

precursor del viaggio, come destrier per fren traea ridendo d'una dele sue corde il toro avinto, e talor per ischerno

quasi con verga pastoral, con l'arco oltre ratto il cacciava. Mirò Nereo da lunge fatta del gran tonante

una fanciulla auriga, et additolla ale marine Dee. Le Nereidi ballando sovra i curvi delfini,

con versi fescenini que' novelli imenei cantar s'udiro. Udì Triton del trasformato amante i bugiardi muggiti, e rimugghiando

dai cavi antri profondi, gli rispose con la conca ritorta il gran Nettuno istesso spianando il varco al predator felice,

sorse da 'l cupo gorgo col tridente a bandir venti e tempeste. A sì novo spettacolo e sì strano gli occhi girò meravigliando a caso

greco nocchier, che 'n cavo pin fendea dela vasta Anfitrite il molle seno, ond'arrestato al picciol legno il volo, in questi accenti il suo stupor diffuse:

– Occhi miei, che vedete? Fia sogno, o ver? qual disusato è questo navigio aulterino? Chi vide mai? dove s'intese, o quando,

che nuotator cornuto golfo ondoso varcasse? e come trita con piè securo i calli del'indomito mar, selvaggio bue?

Con qual vomere, o rastro ara i liquidi solchi animal rozo, avvezzo a coltivar rustiche glebe? Errasti audace toro,

toro inesperto e mal'accorto, errasti. Non fu da Giove fatta navigabil la terra, né 'l mar segnò giamai tratto di rota.

Non van per l'erbe i pesci, né van per l'onde i tori. Non è Glauco bifolco, non è Nereo arator. Proteo è pastore,

ma di spumosi e non lanosi armenti. Il lor pascolo è il musco; né v'ha montagna, o selva, dove avaro cultor semini e pianti

per speme di raccor frutto dal flutto. Frutto del mare è l'alga, e seme è l'onda, e queste immense e mobili campagne non villan, ma nocchiero

col legno sega, e non col ferro rompe. Ma come avien che tu sostenga e porti vergine peregrina, leggiadro peso ala robusta schiena?

Hanno anco i tori innamorati appreso a rapir le donzelle? O pure il Re del'acque presa forma di fiume

(che tal rassembri ala cornuta fronte) furtivamente adduce al'algosa magion sì dolce preda? È forse Galatea, Doride, o Teti,

ch'alcun mostro del mar doma et affrena? È forse Citerea, che (come suole) su 'l dorso di Triton siede e cavalca? Forse Cintia disciolto

dal freddo carro suo l'un de' giovenchi, non contenta del cielo va trattando del mar l'umide vie? O pur Cerere bella,

dele spiche inventrice, nel ceruleo elemento a provar viene il bidente e la marra? Or s'egli è vero, tu Nettuno, che fai, che con la nave

terrestre agricoltor, non passi in terra? Così seco parlava stupido in vista il navigante argivo. Ma tutto intanto al caro furto inteso,

lieto del bell'acquisto, l'ingordo involator poco l'ascolta, e per l'alto ne porta il suo tesoro. Già di sotto e di sovra,

sol cielo e mare intorniava in tutto la bella donna, et ella quando non vide alfin che stelle et onde, lacerandosi il crin, battendo il seno,

in queste voci flebili e pietose doleasi amaramente: – Dove, dove mi porti troppo ahi pur troppo ardito

e temerario tauro? Chi se' tu, nel cui petto tanta regna baldanza, che senza temer punto

l'altissima del'acque profondità vorace, varchi con piede asciutto pelago periglioso,

che formidabil fora a ben spalmata nave? Lassa, che fai? che speri? Chi fia per questi campi

la tua guida, il maestro? Oimè, qual erba, o cibo troverai, che ti pasca? E come e donde avrai

onda dolce da bere? Certo (quant'io mi creda) certo alcun dio tu sei, che la divina forma

di roza spoglia ammanti, peròch'ala sembianza, et agli atti et al'opre non rassembri terreno.

Ma s'è ver che sii tale, perché cose fai meco di deitate indegne? Oh padre, oh patria a dio,

scherzi miei vani e folli, dove per voi son giunta! Vegghio (è pur vero) e piango, o pur è sogno, et ombra?

Misera, che non senza destin rigido e forte, questi molli sentieri il ciel crudo e nemico

valicar mi consente. Pavento e m'indovino non so che d'infelice, perduti ho i fior già colti,

et or di perder temo quel fior, che più s'apprezza. Dunque, al'unica erede di Fenicia e di Tiro

o fia sepolcro il mare, o fia marito un toro? Oh quanto, oh quanto meglio torrei d'errar ignuda

tra le leonze irate, e dele membra mie pascer l'ingorde tigri, che di Pasife infame

rinovando in me stessa l'essempio immondo e sozzo, dele profane voglie d'un vilissimo bruto

esser fatta rapina. Sommo Signore e padre del procelloso mondo, vaghe ninfe del'acque,

squamosi umidi numi, voi Dei, voi tutte Dee, deh pregate, vi prego, questo stranio animale

(se pur i crudi tori odono i preghi altrui) che perdonando omai ala tenera etate,

di ricondur gli piaccia ale paterne case la vergine innocente. Muti pesci, acque sorde,

lidi sonori e scogli, antri solinghi e rupi, del mio dubbioso stato pietà vi prenda; e voi,

aure amiche e cortesi, ala mia cara antica genitrice portate queste lacere chiome

e questi ultimi miei angosciosi sospiri. Poi con roco sussurro ditele mormorando:

"La tua diletta Europa in balia d'un rapace tauro crudele, e suo forse futuro sposo,

lunge dal patrio porto vassene tragittata in peregrina arena". E tu Borea gentile,

se 'n te viva si serba del'amata e rapita attica Ninfa bella la memoria soave,

levami su le penne, e rendi il caro pegno ala patria, ai parenti. Ah taci, stolta, ah taci,

sostien la voce incauta! ah vuoi tu forse ancora dopo 'l tauro feroce provar d'Amor acceso

l'infuriato vento? Ma tu, Giove, che miri dal sommo dele stelle il miserabil caso,

ché non porgi soccorso al mio grave periglio? Questi et altri lamenti gittava invan l'addolorata; et era

presente al tutto Amor, che i dolci pianti sorridente asciugava. Allor, baciando, lusingando, e leccando con la lingua il bel piè candido e scalzo,

con umane parole le rispose il suo Vago: – Indarno temi verginella malsaggia, per mia cagione, precipizio, o danno.

Frena, frena i singulti pon giù lo sdegno e 'l duolo, tranquilla il core e rasserena il ciglio, impara a sostener tanta fortuna.

Quel che premi è il gran Giove, e tu nol pensi. Quel Giove, che dal cielo chiami in aita, è teco. Sotto questa mentita e falsa imago

Giove son io, che posso apparir ciò che voglio. La bellissima Creta, mia famosa nutrice,

di ben cento città ricca e possente, pronuba degna a sì bramate nozze, vo che 'n braccio t'accolga; ivi sarai di celeste marito

fortunata consorte e del tuo seme serie verrà di generosi figli, che di tutta la terra avran l'impero –. Così dicendo, a Creta alfin pervenne,

dove deposto il desiato incarco, prese altra forma e del bel fianco intatto la zona virginal disciolse e scinse. L'Ore il letto apprestaro, e quivi il frutto

colse d'amor. Poi per memoria eterna Europa dal suo nome appellar volse la più bella del mondo e nobil parte. Il tauro allor, che fu ministro e mezo

de' divini diletti, in ciel traslato, quivi da indi in poi cinto di stelle verso Orione il destro piè distende, con l'altro curvo il novo Maggio attende.

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